La notte delle verità

«Io non sono lui. Lui è morto» ringhiò il sosia.
«Sembrate molto simile, soprattutto nelle scempiaggini che dite»
«E se io fossi lui, voi cosa fareste?»

«Io non sono lui. Lui è morto» ringhiò il sosia.

«Sembrate molto simile, soprattutto nelle scempiaggini che dite»

«E se io fossi lui, voi cosa fareste?»

Può la vita di un uomo cambiare in una sola notte? Una notte lunga, dolorosamente lunga, durante la quale il protagonista di questo breve romanzo è costretto a fare i conti con il proprio passato, a fare luce sulla propria esistenza e prendere atto di una verità, di fatto chiara  a tutti, ma che non aveva mai saputo vedere. Una notte che Severino, questo il nome del protagonista, aveva immaginato in maniera diversa da quella che poi, di fatto, è stato costretto a vivere. Una notte che avrebbe dovuto portarlo a scrivere, in lettere di fuoco, il proprio nome sul libro della Storia, divenendo un eroe.

Quella di  Mario Landi è l’Italia tormentata e ferita dalla guerra contro il fascismo, culminata a Piazzale Loreto dove è stata scritta la parola fine con l’esposizione del corpo di Mussolini e Claretta. Questo ci ha raccontato la Storia  che all’epoca dei fatti del romanzo, però, era ancora cronaca. Il fascismo era appena caduto (sebbene oggi, ahinoi, non  sappiamo dire se lo abbiamo lasciato definitivamente dietro le nostre spalle), ma in molti giovani, e Severino è uno di questi, non si era ancora placato l’odio nei confronti di coloro che lo avevano sostenuto e ne erano stati i protagonisti, consapevolmente colpevoli.

Così, quando Severino scopre in maniera fortuita che il parroco dovrà accogliere un gerarca decide di sostituirsi al prelato per uccidere il fascista, vendicare la morte del padre, vittima del regime, riscattarsi come uomo che non ha potuto prendere parte alla guerra di resistenza per una menomazione fisica. Davanti a Severino, però, non ci sarà un qualunque gerarca, ma colui che sembra essere il duce in persona che dicevano morto e appeso al gasometro di  Piazzale Loreto. L’uomo racconta di essere il sosia che Mussolini avrebbe assoldato ed istruito per essere sostituito in alcune situazioni a lui poco gradite. Nel corso delle circa centocinquanta pagine del racconto, però, il dubbio che non sia il sosia, ma il duce stesso,  guadagna di tanto in tanto credibilità, assumendo la forma di un enigma che lasciamo sciogliere al lettore il quale non potrà non chiedersi (ed è anche questo il merito del romanzo) se la Storia che ci hanno raccontato – e che continuano a raccontarci –  corrisponda sempre alla verità dei fatti.

Niente resterà impunito

Il racconto doloroso di una generazione perduta

Alberto Boscolo è uno studente, uno come tanti:  dopo la maturità (superata con il massimo dei voti) si è iscritto alla Facoltà di Lettere e Filosofia alla Statale di Milano e, come tanti giovani, si è lasciato affascinare dal sogno  di un mondo in cui non ci siano sfruttati e sfruttatori . Un sogno che in pochissimo tempo lo porta a superare i limiti della legalità , aderendo alle Brigate Rosse e partecipando  (in maniera attiva e convinta) alla lotta armata.

Alessandro Bertante si fa da parte per dare voce direttamente al suo protagonista, lasciando che sia lui a ricostruire il percorso che segna la trasformazione dello “studente sbarbato della Statale”, impegnato nel volantinaggio  davanti alla fabbrica della Sit Simens, nel  complice e ideatore (accanto a Renato Curcio) di feroci azioni criminali firmati dalle Brigate Rosse.

Il racconto  ci conduce nell’Italia degli anni Settanta tra giovani che convivono con i loro figli in case occupate, condividendo il cibo e gli ambienti, con i nuovi arrivati, spesso sconosciuti. Giovani che avevano fatto loro il mito di un Unione sovietica di fatto  mai esistita:

“Inneggiavano a Lenin, a Mao e a Stalin 

ma facevano già parte del nemico

e  alcuni dei dirigenti più scaltri

lo sapevano con certezza ma gli andava bene lo stesso” .

Il passaggio alla lotta armata, che ha segnato la storia del nostro Paese in maniera ancora oggi indelebile, scaturisce dall’attentato di Piazza Fontana, letto già allora come la prima strage di Stato, e dal presunto suicidio dell’anarchico Pinelli. Una lettura, quella del suicidio, immediatamente negata dal gruppo di Bertante per il quale lo Stato “ammazzava impunemente”. Ragione per cui si diffuse la convinzione in   “molti compagni che non era più tempo di farsi uccidere senza combattere”.

Quello che accadde successivamente (rapine sanguinarie per finanziare il movimento, sequestri lampo attentati dimostrativi  fino al sequestro Moro) è storia  condivisa. Come sia maturato tutto ciò, quale sia stato il costo pagato da giovani come Alberto Boscolo viene raccontato in un misto di storia ed invenzione da Alessandro Bertante che , utilizzando fonti e documenti storici, ricostruisce con l’estro del narratore, il percorso di giovani come Alberto Boscolo, un’intera generazione bruciata da un’ideologia, spesso non adeguatamente supportata:

“E poi c’ero io che non avevo una visione ideologica precisa,

ma mi lasciavo trascinare dalla voracità dei vent’anni e dall’urgenza dell’azione …

cercando di vivere la propaganda armata come momento politico principale

e, in qualche modo fondante, della mia visione rivoluzionaria”.

Viaggiatori anomali in territori mistici

Un atto d’amore per il cantautore che ha scritto la colonna sonora delle nostre vite

Ci sono incontri destinati a lasciare un segno indelebile nelle nostre vite. Avviene quando le nostre strade incrociano quelle di uomini che hanno tanto da dire e riescono a comunicarlo con la loro arte. Come la musica.

Franco Battiato ha rappresentato tutto ciò per il protagonista del romanzo, Federico Falco, cronista del settimanale Il Guiscardo,  che da Lecce vola in  Sicilia (con la  quale ha forti legami, grazie a nonno ‘Nzino di Scicli), alle pendici dell’Etna, per scrivere un articolo  sulla scomparsa dell’artista, lontano dalle scene da circa due anni. L’indagine, perché questo è, impegnerà Federico per giorni e, apparentemente, solo apparentemente, non porterà all’esito sperato. O meglio, non ci sarà l’esito sperato dal lettore. Perché  Federico, indagando, sarà costretto a scavare anche dentro di sé, a fare i conti con la propria vita, ma soprattutto con l’adolescente che è stato. Sarà, infatti,  costretto a risalire al tempo del suo primo incontro con il cantautore, quando questi non era ancora il Maestro, autore della colonna sonora che ha accompagnato le nostre vite. Non solo quella di Federico.

Il romanzo – un giallo sentimentale, se mi è concessa questa classificazione – si distingue per la scrittura elegante, ironica e colta; per i personaggi che, chi più chi meno,  accompagnano Federico, aiutandolo a far luce su un mistero che, magari, potrebbe non essere tale: Melina, l’avvenente barista, seducente e materna, capace di  coccolare, ma anche di redarguire, mentore e aiutante; suor Edith che cerca la presenza di  Dio “nell’eleganza di ogni stelo di ginestra, nel profumo delle cortecce d’albero, dentro la buccia perfetta di ogni ghianda” (pag. 84), ma che è anche capace di leggere in profondità i testi di Battiato, superando i luoghi comuni di molte interpretazioni; l’anziano sarto che lascia la propria bottega per concedersi una pausa caffè e racconta a Federico di quando ha cucito il gilet che Battiato ha indossato per il suo ultimo concerto.

È, però, Costanza, giovane astrofisica dell’osservatorio di Catania, il  personaggio destinato a scompigliare le (poche, a dire il vero) certezze di Federico,al cui passato è sorprendentemente legata; a spingerlo  a superare inibizioni e paure, a sorprenderlo con scelte decisive.

Nel racconto il co-protagonista è proprio Franco Battiato la cui assenza si fa presenza con le sue canzoni, attraverso le quali il Maestro ha conquistato l’immortalità, senza tempo né spazio. Come dice nei suoi versi che raccontano  dell’esistenza di mondi lontanissimi e che ci hanno regalato il sogno di avanguardie di un altro sistema solare.

Animali sociali o monadi narcisiste?

Per natura noi esseri umani – donne e uomini che vivono nello spazio  e nel tempo – siamo animali sociali. Come già aveva affermato Aristotele nel IV secolo a.C., costruiamo la nostra personalità, il nostro essere, nella relazione con i nostri simili, nel confronto con gli altri; col vivere a contatto con il mondo naturale,  nella sua totalità e complessità. La nostra felicità – non l’appagamento becero che nasce dall’affermazione sterile di un sé capriccioso e volubile – scaturisce dalla pienezza della vita che è possibile quando ci incontriamo e ci riconosciamo, vicendevolmente pur nelle differenze, nella  condivisione di obiettivi comuni da  realizzare insieme. È, infatti, la relazione con gli altri che rende attiva la mente e l’inconscio; perché nel rapporto con gli altri scaturiscono pensieri ed emozioni, quanto, cioè, ci distingue dagli altri viventi.

Il “malessere del mondo moderno” – analizzato scientificamente  da Paolo Inghilleri – sarebbe, dunque, figlio dell’isolamento cui conduce la contemporaneità, fatta di relazioni virtuali che spesso, sempre più spesso e per un numero sempre più ampio di individui  soprattutto giovani, hanno sostituito le relazioni sociali. Vero è che per molti i rapporti virtuali sono espressione di socialità, ma si tratta di un errore che può avere conseguenze negative ed essere causa di un disagio psichico che si manifesta con ansia e depressione, ma può condurre anche a malesseri più profondi. È certo, infatti, che la socialità non può essere limitata a relazioni a distanza, virtuali, mediate dalla tecnologia, che riducono la società a  “somma di monadi narcisiste”  (per usare l’espressione di Vittorio Gallese che Inghilleri cita nel proprio saggio, pag. 47).

Quella umana, tuttavia, è una macchina perfetta, capace di auto guarirsi, almeno dal disagio psicologico lieve: dopo avere analizzato le cause del malessere che caratterizza il nostro tempo e i fattori che ci proteggono, Inghilleri individua i “meccanismi psicologici che abbiamo già a disposizione” e che funzionano nella misura in cui acquisiamo la consapevolezza che dal nostro agire dipende la nostra salute fisica e mentale.

Inquieta fratellanza

Serge, colui che dà il titolo al romanzo, è il maggiore di tre fratelli – di origine ebraica e  oramai adulti – ciascuno dei quali porta con sé  il peso di una vita già vissuta, con il carico di errori e delusioni, di promesse mancate, di sogni non realizzati. La storia di Serge, apparentemente il più spregiudicato, intraprendente fin da ragazzo, capace di inventare attività lavorative puntualmente destinate al fallimento, è narrata da Jean, il secondogenito, che non ha mai brillato per iniziativa personale, è  cresciuto all’ombra del fratello e fin da ragazzo sembrava destinato all’anonimato.

“Io a mio padre non interessavo.

Ero il classico ragazzo senza grilli per la testa,

che a scuola si impegnava,

faceva ogni cosa come suo fratello

e non aveva la minima personalità”

Jean è un uomo generoso, disponibile nei confronti della famiglia, di amici e  parenti ormai vecchi e malati, pronto a donarsi – fino a  fare da padre al figlio della propria ex, un bambino problematico, che fatica a socializzare (autistico?) – ma incapace di cambiare la propria vita. Eppure è  consapevole di ciò che non funziona;  sa cosa dovrebbe fare per essere felice, ma non ne ha il coraggio. O, probabilmente, non vuole cambiare.

Infine, c’è Nana, la bimba vezzeggiata e amata da mamma e papà, la preferita, ma indipendente nelle scelte, soprattutto in quelle sentimentali, tanto da deludere tutti. Nana è una donnina petulante, ma appagata e, apparentemente, felice delle proprie scelte.

Nel romanzo il tema centrale, ma non certo l’unico e comunque non il più importante, può essere individuato nel rapporto tra i  fratelli. O, meglio ancora, in quel che rimane della famiglia d’origine (luogo di conflitti e incomprensioni, anche devastanti) quando i genitori scompaiono e i fratelli sono  diventati altro rispetto a quelli che condividevano gli spazi della fanciullezza, con tutto ciò che questo comporta. Ed è proprio sull’«altro» che esplodono i conflitti, anche insanabili, che mettono a dura prova i legami di fratellanza, perché, come dice Jean:

“I legami fraterni si sfilacciano,si disperdono,

finiscono per non ridursi ad altro

che a un sottile nastrino di sentimenti o conformismo”.

Per Serge, Jean e Nana le tensioni rischiano di implodere durante un viaggio ad Auschwitz-Birkenau intrapreso su richiesta di Joséphine, figlia di Serge, che sente il bisogno di vedere il luogo in cui i propri parenti sono stati tragicamente uccisi, insieme con altri milioni di ebrei. I tre fratelli si ritrovano così a fare i conti con la Storia in un contesto in cui emergono le contraddizioni della memoria, vissuta da taluni con fanatismo quando non con la superficialità del turista improvvisato.

Sono certamente queste le pagine più belle del romanzo nelle quali Yasmina Reza – parigina di origine ebraica, padre iraniano, madre ungherese – riesce a dare il meglio di sé, facendo emergere (senza retorici sentimentalismi) il dramma di milioni di bambini, donne e uomini.

Ed è sempre durante il viaggio che emerge la sofferenza ed il dolore di Serge che  – nell’indifferenza nei confronti di ciò che vede e nell’impazienza per l’entusiasmo della figlia e della sorella – mostra il tormento che accompagna la sua solitudine, abilmente mascherato nelle riunioni di famiglia.

La tirannia della contingenza

Ci troviamo a Newark, città del New Jersey, nel luglio del 1944: il D day ha avuto luogo da circa un mese e centinaia di giovani americani avanzano in  Europa per combattere il nazifascismo. Tra questi non c’è  Mr Cantor, che a soli ventitré anni, per un grave problema alla vista, non ha potuto seguire gli amici in guerra. Mr Cantor, che per amici e familiari è Bucky (secchione) mal sopporta l’esclusione, ma, essendo Bucky ed essendo cresciuto a forza di ideali di sincerità, ardimento e sacrificio, si dedica anima e corpo all’attività di animatore del campo giochi di Chancellor Avenue, nel quartiere ebraico della città. Per  i suoi ragazzini è un faro: ammirato per le qualità atletiche (lanciatore di giavellotto e sollevatore pesi), ma soprattutto per la   determinazione, l’umanità, la disponibilità.

“Qualunque richiesta gli venisse rivolta,

lui sentiva di doverla soddisfare,

e la richiesta adesso

era quella di prendersi cura dei ragazzini

in pericolo al campo giochi”.

L’estate, particolarmente afosa, è turbata da un’epidemia di polio che dal quartiere italiano si diffonde in quello ebraico gettando nel panico le famiglie. Per alcune settimane, l’epidemia sembra risparmiare i ragazzi di Mr Cantor, fino a quando  non porta via il giovane Alan, lasciando i genitori nella disperazione e costringendo il giovane professore a cercare di dare un senso alla malattia e alla morte che vedeva incombere sugli adolescenti a lui affidati:

“a un tratto a Mr Cantor era venuto in mente

che Dio non solo lasciava che la polio imperversasse per  Weequahic,

ma ventitrè anni prima aveva anche permesso

che sua madre, diplomata da soli due anni

e più giovane di quanto fosse lui ora, morisse di parto”.

Il romanzo di Roth non coinvolge soltanto per l’affinità con la pandemia che ancora non ci siamo lasciati alle spalle. Non è questo che eleva Nemesi a classico della letteratura mondiale. Quanto il fatto che, come per gli altri romanzi di Roth,  ciò che leggiamo assume un valore assoluto, risulta vero e possibile non soltanto per il protagonista e i personaggi del racconto, né è circoscritto al luogo e al tempo della narrazione.  Diventa, permettetemelo, universale.

Dunque, Nemesi non racconta di un’epidemia. Non solo questo. Nemesi ci dice che in un momento storico, non molto lontano, in cui giovani uomini, adolescenti e bambini sono stati minacciati dall’epidemia e dalla guerra, ci può essere di  peggio del morire.  Perché si può essere risparmiati dalla guerra e dalla epidemia, ma non per questo ci si ritroverà salvi. Perché peggiore della morte può essere vivere da dannati e da reietti.
Ed è ancora peggio avere scelto per sé il castigo, addossandosi il Male, consumando i propri giorni nella disperazione senza accogliere consolazione alcuna, né dall’amore degli uomini, né da Dio; tormentandosi nella continua ricerca della causa profonda di eventi che non è possibile spiegare, né attribuire ad una forza trascendente, sia essa  positiva o negativa.  Fino alla consapevolezza che niente si può   di fronte agli eventi perché l’uomo non è sempre faber fortunae suae, in quanto:

“A volte si è fortunati e a volte non lo si è.

Ogni biografia è guidata dal caso e,

a partire dal concepimento,

il caso – la tirannia della contingenza – è tutto”.

La continua fiumana della vita

La  Marie Dudon, che con il suo scialle dà il titolo alla raccolta di racconti, è una donna provata dalla fatica  cui la costringe il bisogno, dopo il licenziamento del marito. Mentre lava i panni in due tinozze, poste su altrettante sedie davanti alla finestra, assiste a qualcosa di insolito che potrebbe trasformare la sua vita e quella della sua famiglia. Nel mettere in atto il piano, però, deve scontrarsi con la grettezza del marito, ignaro del suo progetto, il quale le impedisce di uscire sotto la pioggia con il cappotto e la scarpe nuove per non rovinarle. Così, Marie Dudon si ritrova avvolta nel miserrimo scialle madido di pioggia e le scarpe sformate e piene d’acqua, in una casa signorile, completamente fuori contesto. Consapevole della propria condizione di inferiorità, perde la forza e la capacità di contrattare e chiedere ciò che le necessita accontentandosi di briciole, ma riproponendosi di tornare in carica in tempi più favorevoli. Non ha però fatto i conti con la spregiudicata immoralità e attitudine criminale dell’antagonista.

Marie Dudon è soltanto uno dei personaggi che affollano i dieci racconti di questa preziosissima antologia in cui Simenon si rivela, anche nella narrazione breve, un profondo conoscitore e analista dell’animo umano, qui rappresentato e modellato con compiutezza, attraverso un numero vario e composito di uomini, donne e bambini trasportati dalla fiumana, inarrestabile, della vita.

Al fianco di Marie Dudon incontriamo la giovane Charlotte, entraîneuse della  Boule Rouge,  mentre  in compagnia di un cliente attraversa la Parigi notturna, tormentata dalla consapevolezza che al suo fianco cammina un famoso criminale. O ancora, il piccolo Corbion che assiste al disfacimento della propria famiglia e della sicurezza economica costruita sulla menzogna cui la frustrazione del bisogno può condurre. Aggiungiamo all’elenco la piccola Valérie: una domenica mattina scopre l’egoismo della   madre e delle sorelle che la costringono al sacrificio e mortificano i suoi sogni giovanili, ma deve prendere atto  che

“l’odore delle lacrime esiste solo per chi le versa”.

Altrettanto toccante è la vicenda della “vecchia coppia di Cherbourg”, ospiti dell’Hôtel des Deux-Continents, in attesa di un figlio in arrivo dall’America dove ha fatto fortuna. La loro (contadini che parlano una lingua incomprensibile che non riescono a pagare il conto, pur avendo in mano un assegno da milionari) presenza infastidisce i proprietari dell’albergo, fino a quando non ha la meglio l’avidità egoista, sempre in agguato nell’animo umano. Di certi uomini, almeno.

Il domani può non avere futuro

È il romanzo che ha aperto le pubblicazioni eccellenti del 2022, particolarmente atteso grazie alle  efficaci strategie editoriali, elogiato dai privilegiati che hanno avuto la possibilità di leggerlo in anteprima e che, senza mezzi termini,  hanno subito indicato “Annientare” come  il migliore romanzo di Houellebecq,  ormai giunto alla maturità narrativa.    

Il romanzo (un tomo di circa seicento pagine che scorrono veloci coinvolgendo facilmente, soprattutto nella seconda parte, il lettore) è ambientato in un futuro non molto lontano, ed ha per protagonista Paul Raison consulente politico di Bruno Juge, ministro dell’economia del governo francese, giunto ormai a fine mandato e costretto a tornare nell’agone elettorale.

I due uomini, a parte il lavoro, hanno in comune la solitudine e la delusione per matrimoni non proprio felici: Bruno, stanco dei continui tradimenti della moglie, di fatto vive nella sede del ministero, conducendo un’esistenza quasi monacale. Paul condivide ancora la casa con la moglie, ma le loro vite hanno intrapreso percorsi diversi e si incontrano raramente.

Siamo nel 1927, una serie di attentati terroristici di cui non si comprende la paternità, minaccia di compromettere la campagna elettorale, coinvolgendo direttamente Paul il quale, allo stesso tempo, è alle prese con una serie di travolgimenti personali che lo conducono lontano da Parigi, verso un nostos che non è un approdo sicuro, ma che, anzi, lo spinge ad un ulteriore ricerca.

La vita, la morte, la crisi della democrazia, il terrorismo, il digitale, facebook, il sesso, la famiglia, la malasanità e la sanità buona, la religione, le mode religiose, la scienza: sono i tanti temi di  “Annientare” che scava nelle contraddizioni della società contemporanea, ma anche nei drammi individuali. Houellebecq  riesce a condurre  il lettore attraverso le proprie paure, spingendolo in situazioni  temute, quando non già vissute, fino al colpo di scena conclusivo e all’epilogo devastante.

Un elemento è, forse, degno di nota: in “Annientare” non c’è memoria della pandemia mondiale, sebbene sia ambientato in un tempo non troppo lontano da quello attuale.

“La caduta del linguaggio è la caduta dell’uomo”

La parola è l’atto creativo per eccellenza quello che rende l’uomo simile a Dio, come leggiamo nel mito biblico quando Adamo riceve l’incarico di dare il nome a tutti gli animali del mondo appena creato. Quest’atto nobile, che ci dovrebbe innalzare al di sopra delle bestie, può diventare strumento di sottomissione, di manipolazione delle coscienze, di limitazione della libertà di ciascuno. Lo ricorda la storia, più o meno recente (si pensi al nazifascismo, ma anche ad altri autoritarismi), lo dice in maniera assillante la nostra quotidianità, dominata dalla parola attraverso i social network dove chiunque può arrogarsi il diritto di esprimere il proprio punto di vista su argomenti che sconosce ed in merito ai quali non ha competenze, né conoscenze.  Tuttologi del niente che creano confusione e disordini, come è noto a tutti, dai quali possiamo difenderci  soltanto affinando la capacità di leggere oltre il significato letterario, esercitando la competenza  critica per non essere trascinati dalla corrente del populismo becero e dal qualunquismo.

Si tratta di un libro di facile lettura (pur trattandosi di un  saggio) che l’autore definisce “Un’antologia anarchica. Una ricerca di senso”. Perché c’è sempre un senso, più o meno celato, in quello che succede intorno a noi. Un senso che le parole cercano di nascondere, di alterare, quando sono utilizzate in maniera errata, strumentale.

Un esempio, forse nemmeno il più eclatante, è relativo all’uso del termine “lodo”: era il 2003 quando venne approvata la legge 140, nota come “lodo Schifani”, una delle tante leggi ad personam del periodo, il cui fine era – come ricorda Carofiglio – “impedire la celebrazione di ogni processo a carico dell’imputato Berlusconi”.

La legge, dichiarata anticostituzionale con sentenza della Consulta (13 marzo 2004), viene indicata come un esempio “di manipolazione orwelliana del linguaggio” per l’uso del tutto inappropriato di lodo. Citando il Devoto-Oli, Carofiglio ricorda che “il lodo è una formula di transazione o di compromesso in una controversia, proposta da una persona di riconosciute imparzialità e autorevolezza”. Elementi, sottolinea l’autore, completamente assenti nella legge Schifani. Il problema, non certo irrilevante, è che l’incongruenza nell’uso di lodo non venne rilevata da nessuno, nemmeno dalle opposizioni. Si consumò, così, un’azione di “manipolazione dell’opinione pubblica” attraverso una “mossa tanto spregiudicata quanto efficace” che attenuava gli effetti dell’intervento normativo.

La nuova manomissione delle parole in maniera lucida, essenziale ed esemplificativa ricostruisce  episodi come quello appena ricordato (quasi un simbolo della resistibile conquista del linguaggio – e dunque della politica – realizzata dalla destra nel nostro Paese negli ultimi trent’anni), anche molto recenti, regalandoci una sintesi opportuna ed essenziale con la consapevolezza che:

le parole sono anche atti, dei quali è necessario fronteggiare le conseguenze

Viandanti verso la nostra Itaca

Terramarina è la meta, come l’Itaca di Ulisse del mito antico, a cui ogni uomo tende. E, come per il mito antico, bisogna augurarsi che la strada (come ha scritto il poeta, greco anche lui, Kavafis) sia lunga, perché bisogna arrivarci carichi  di vita e di esperienze (proprio come Ulisse), “ricco dei tesori accumulati per la strada”.

Terramarina è il secondo romanzo di quella che diventerà la trilogia della “cricca della Tabbacchera”, donna d’acciaio, bella e forte, determinata e caparbia, coraggiosa e indipendente.  Sindaca Scassacoglioni (secondo l’epiteto che uomini dei palazzi che contano, dove il malaffare è di casa, le hanno cucito addosso e che lei indossa con orgogliosa consapevolezza) che vuole fare la rivoluzione , “cambiare il mondo a colpi di poesia”, con l’Amurusanza (che è anche il titolo del primo romanzo)  termine che racchiude la parola amore, ma che va oltre ed a cui aggiunge una dimensione che è fatta di accoglienza, solidarietà, apertura:

Parole di fuoco, buttate giù per raccontare quella che si presenta come una fiaba di Natale, con una neonata (chiamata Luce, “bambina di luce giunta in quella casa a dissolvere il lutto e a portare la gioia”), partorita per strada sotto la neve, da una madre disperata per la quale non sembra esserci nemmeno una stalla con la mangiatoia.

“a far capire che porto siamo, signori miei,

porto che si fa madre,

che accoglie e non rigetta,

che apre e non si chiude,

che abbraccia e sfama a dispetto dei canazzi

che ringhiano di chiusure e di cesure e di leggi a sfratto,

intanto che la vita se la gioca

con la morte – e perde – in mezzo a un mare assassino”.

Con Tea Ranno, a Ragusa per presentare il suo libro

Nel  costruire il suo racconto fiabesco, però, Tea Ranno non ignora la realtà del suo tempo (che è anche il nostra) e non distoglie lo sguardo da quel mare dove navi di disperati, fuggiti dalla violenza, dalla guerra, dalla fame, aspettano di scendere e toccare una terra che è sempre stata luogo di accoglienza, di popoli diversi, di genti venute per conquistare, ma anche per lasciarsi conquistare.

Simbolo di questa terra diventa la casa di Agata la  Tabbacchera che agli amici aveva detto e ridetto “Sula lassatimi!”. Perché in quella notte di Natale lei aveva bisogno di solitudine, per fare quattro conti con se stessa. Il caso deciderà diversamente e la sua casa, buia e triste, nella cui solitudine avrebbe voluto annegare, si trasformerà in porto d’accoglienza, illuminata come un faro nella notte, sfavillante di Amurusanza.

Originaria di Melilli, a cui è legata indissolubilmente, nonostante da un quarto di secolo viva a Roma, Tea Ranno è oggi forse una delle voci più autorevoli della Sicilia. Una Sicilia che si fa mito, con le bellezze e le brutture che ne hanno deturpato il paesaggio e l’anima, col suo essere “luce e lutto” (come diceva Bufalino), che Tea Ranno riesce a mettere sulla pagina, con profondità e sentimento, con una scrittura che si fa poesia nella quale si è riservata un cantuccio, lei la “signora con il taccuino” che da Roma torna nella terra dei padri, alla ricerca delle radici, per ascoltare storie, anche di uomini e fatti lontani, ma che nelle sue pagine diventano emblema dell’ esistere al di là dello spazio e del tempo.

Il Potere Taumaturgico della scrittura

L’autore, appena venticinquenne, fa il suo ingresso nel mondo letterario con un romanzo che, come nelle favole della tradizione, ha come protagonisti gli animali, con i vizi, le virtù, i sentimenti degli uomini. Disperati e speranzosi;  appassionati e crudeli;  devastati dalla vita, ma capaci di guardare oltre e reinventarsi;  sognatori e realisti proprio come gli uomini. I personaggi di questa storia sono faine, cani, maiali, tassi, ricci, volpi che allegoricamente ci rappresentano e ci dicono cosa siamo e cosa possiamo essere.

L’io narrante e protagonista è una faina, Archy:  il padre è stato assassinato da un umano che lo ha sorpreso a rubare, lasciando la moglie e i figli nella disperazione di un inverno che rende difficile, se non impossibile, cacciare. Il bisogno lascia poco spazio all’amore materno e agli affetti familiari, consumati dalla necessità di sfamare la nidiata, trascurando, chi particolarmente debole, sembra avere poche possibilità di sopravvivenza.

Così, quando, Archy, cadendo da un albero nel tentativo di portare a casa delle uova di uccello, rimarrà zoppo, sarà ceduto dalla mamma  alla  vecchia volpe usuraio. Ha inizio per Archy la sua nuova vita, il primo di tanti cambiamenti che caratterizzeranno la sua esistenza:

“La vecchia volpe decise di insegnarmi tutto quello che sapeva”.

In poco tempo, nonostante i maltrattamenti, Archy diventa l’apprendista della volpe che, intuendo di essere oramai alla fine della propria vita, desidera un erede a cui lasciare i beni accumulati in anni di usura violenta. In particolare, però, la volpe insegna ad Archy a  scrivere, a leggere ed interpretare un libro, il Libro, una bibbia rubata negli anni della giovinezza.

Alla lettura della bibbia la volpe ha dedicato parte della propria vita, convincendosi  di essere “un figlio di Dio” e decidendo di raccontare la propria esperienza, una vita di rapina e violenza con cui fare i conti, prima di superare la soglia dell’esistenza per andare verso un oltre di cui non si ha consapevolezza.

Il romanzo, così, supera i confini della favola, per diventare un libro sulla scrittura, su questa capacità, tutta umana, che ci rende  “figli di Dio”, regalandoci l’eternità, come dice Archy:

“mi fece riflettere sul potere della scrittura, quanto fosse immune al tempo”.

Per cui, oramai, vecchio, stanco e solo, disperatamente solo, Archy decide “che l’unico compromesso prima di sparire era raccontarmi”, fino a scoprire  il potere taumaturgico della scrittura:

“Più scrivo, più l’ossessione della morte si fa leggera.

La sconfiggo ad ogni pagina, specchiandomi nel colore, nelle linee che traccio.

Dio porterà la mia anima chissà dove, disperderà il mio corpo nella terra,

ma i miei pensieri rimarranno qui, senza età, salvi dai giorni e dalle notti”.

Affiderà il suo racconto autobiografico, insieme con la bibbia avuta in dono dalla volpe, al suo ultimo amico, Klaus, come un tesoro prezioso, da tenere sempre con sé:

“Ti diranno tante verità, ti faranno male,

ma non potranno mai ingannarti su quello che sei,

su quello che siamo”.

Quando l’infanzia non aveva voce

Narratrice e poetessa, Tove Ditlevsen è la scrittrice danese nota soprattutto per il suo impegno contro i soprusi e le violenze nei confronti dei bambini, oltre che per l’attenzione nei confronti della condizione femminile che in Infanzia assume i colori della confessione.

Primo volume della “Trilogia di Copenaghen” considerata l’evento letterario dell’anno, la trilogia è stata salutata come un capolavoro che si unisce al coro di voci femminili che, da diversi Paesi, hanno raccontato e denunciato la loro condizione.

Tove vive la propria Infanzia in un piccolo bilocale di Vesterbro,  quartiere operaio di Copenaghen, tra mille problemi causati, in particolare, dalle difficoltà economiche che la famiglia deve affrontare: il padre è  spesso senza lavoro a causa della propria militanza comunista. È lui che spinge Tove alla lettura, ma, quando la bambina gli confesserà  il sogno di diventare poetessa,  le dice, senza mezzi termini, che non è un lavoro da donne. Nonostante ciò, Tove continuerà a scrivere segretamente poesie su un quadernetto che nasconderà gelosamente per non essere derisa.

La sua formazione è affidata alla madre, rancorosa e distratta, incapace di accoglierla e comprenderla causa di una profonda sofferenza che la accompagnerà sempre:

Il mio rapporto con lei è stretto, doloroso, traballante,

e se voglio un segno d’affetto devo cercarlo io.

Qualunque cosa io faccia, la faccio per compiacere lei,

per farla sorridere, acquietare la sua rabbia.

A ciò bisogna aggiungere la difficoltà di comprendere il mondo degli adulti dai quali giungono mezze frasi e rivelazioni che Tove non riesce a decodificare: due mondi, quello di adulti e bambini nella prima metà del Novecento, che non riescono a incontrarsi, a causa di segreti che la bambina non comprende. Ci penserà la sua  amica  Ruth, bambina senza regole e spregiudicata, alla quale si accosta per il suo bisogno di essere accolta e considerata, a svelarle il mondo degli adulti. Tove, però, avverte una profonda distanza da Ruth, scavata ulteriormente dal tentativo di agire in maniera spregiudicata e libera come l’amica, ma condannandosi al fallimento  per la paura e l’insicurezza che le sono compagne.  

Con linguaggio semplice ed immediato, Tove Ditlevsen ci guida nel proprio mondo, dove:

“L’infanzia è lunga e stretta come una bara, e non si può uscirne da soli”.

L’infanzia di Tove Ditlevsen si presenta come una condanna a cui “non si sfugge” perché “resta attaccata addosso come un odore”.

E’, di fatto, un’infanzia dolorosa, dalla quale osservare

“di nascosto gli adulti, la cui infanzia è seppellita in loro,

lacera e sforacchiata come un tappeto consunto e tarmato,

al quale nessuno pensa, e che non serve più.

A guardarli non si direbbe che ne abbiano avuta una”.

L’insostenibile leggerezza del vivere

Una donna sulle bianche scogliere,  sta tornando in Inghilterra  dall’Italia per sfuggire ad un amore sbagliato,  in attesa di imbarcarsi   decide di scrivere una lettera alla sorella. Non usa della normale carta da lettera, ma un elegante quaderno, acquistato a Venezia, con la copertina rigida di seta azzurra marmorizzata. Niente di sorprendente, considerato che la lettera non potrà mai essere spedita, visto che la sorella è scomparsa venticinque anni prima.

Si apre così il romanzo di Coe che chiude la trilogia  (i due precedenti sono “La famiglia Winshaw” e “Il circolo dei Brocchi” ) che, secondo alcuni commentatori, costituisce il Romanzo ideale dell’autore inglese  campione della leggerezza della narrazione.

Una leggerezza, permettetemi l’ossimoro, profonda, capace di scavare dentro l’animo umano evidenziandone i limiti e le potenzialità, facendo luce sulle incompiute che ciascuno, non solo i personaggi di Coe ,si porta dietro perché manchevole del coraggio e della volontà di prendere in mano la propria vita e smettere di crogiolarsi in sogni adolescenziali, per vivere il presente ed essere artefici del proprio futuro.

Benjamin, promessa mancata della letteratura inglese, è il personaggio che meglio racconta questa dimensione esistenziale che lo rende un imbranato perdente, ma che, il lettore potrà scoprirlo da sé, potrebbe anche riscattarsi.

La vicenda prende le mosse alla vigilia del nuovo Millennio e si snoda durante il governo Blaire, nell’imminenza della Guerra contro l’Iraq  che vide l’Inghilterra in prima fila e mise in crisi le coscienze di molti, spingendo qualcuno a scelte radicali, tanto da rivoluzionare la propria vita a conferma, se mai ve ne fosse bisogno, che pubblico e privato si intrecciano, sebbene in qualche caso, come apprenderemo verso la fine della  narrazione, la consapevolezza si acquista dopo tanto tempo.

Colpisce  il lettore la tragica attualità del racconto di Coe che,  a tratti, sembra diventare lo specchio del nostro quotidiano con le teorie complottiste di cui, ahinoi, quotidianamente leggiamo; con i rigurgiti neo-nazisti delle cronache odierne; con l’insofferenza, spesso sfociata nella violenza, nei confronti degli stranieri, dei diversi…

Eppure, c’è ancora spazio per la speranza  che nel romanzo è incarnata da due giovani personaggi: Patrick e Sophie, visti mentre  passano “sotto il grande arco della porta di Brandeburgo, mano nella mano; senza desiderare altro dalla vita, per il momento, che la possibilità di ripetere gli errori che avevano commesso i loro genitori, in un mondo che stava ancora cercando di decidere se concedere loro almeno questo lusso”.

Immaginazione compassionevole e etica altruistica

Immaginazione compassionevole e etica altruistica

Antropocene: è il termine con cui Paul Crutzen,  premio Nobel per la Chimica atmosferica, ha indicato l’epoca geologica che stiamo vivendo. Epoca caratterizzata dall’agire dell’uomo il quale, come spesso sentiamo ripetere, sembra destinato  all’estinzione,  immancabile e (ahinoi!) improcrastinabile risultato di scelte sconsiderate che hanno compromesso il futuro del pianeta. Gli scienziati   continuano, senza posa,  a  indicare i rischiosi cambiamenti causa di incendi, siccità, scarsità di cibo …,  ma le minacce, evidenti e sempre più concrete, sembrano non convincere i Potenti né sembrano sortire scelte strategiche fondamentali per la sopravvivenza della Terra e dei suoi abitanti.  

Quanti (vedi Greta Thunberg) si sono fatti carico  del compito di promuovere comportamenti virtuosi  per la salvezza della Terra diventano in qualche caso oggetto di sprezzante dileggio  da parte di chi (vedi l’ex presidente degli Stati Uniti, Donald Trump) dovrebbe avere una visione ampia ed a lungo termine delle scelte da operare per il ruolo ricoperto.  Secondo un copione già scritto e che Carla Benedetti fa risalire a Noè, scelto da Dio per costruire l’Arca con cui salvarsi, unico giusto in un mondo di ingiusti, dall’imminente diluvio.

Il contributo che l’autrice dà va oltre il riferimento biblico: attraverso l’analisi di dati e di testi divulgativi scientifici, oltre che letterari, Carla Benedetti sostiene che le parole (pur fondate) degli uomini di scienza sono destinate a rimanere inascoltate perché incapaci di creare empatia, di coinvolgere sentimentalmente gli uomini. Contrariamente a quanto potrebbero fare la filosofia e la letteratura. Insomma, secondo Carla Benedetti, la Terra e i suoi abitanti non saranno salvati dalla Scienza, non solo almeno. Ci salveremo se uomini e donne di Lettere sapranno farsi carico del messaggio che viene dalla scienza e renderlo visibile e comprensibile a tutti.

Si potrebbe certo obiettare che tanta produzione letteraria di denuncia (vedi quella sugli orrori nazisti) non è riuscita a liberarci dai rischi (oggi ancora attuali) di certi fenomeni. Tuttavia, non possono essere ignorate alcune teorie di studiosi che esaltano il ruolo di quella produzione letteraria capace di “potenziare il sentimento empatico”. Tra gli altri, la filosofa statunitense Martha Nussbaum la quale definisce l’immaginazione narrativa come “immaginazione compassionevole”, capace di educare all’etica altruistica. Perché: “Non puoi risolvere un problema con lo stesso tipo di pensiero che hai usato per crearlo”, come ricorda l’autrice nell’esergo (attribuito a Albert Einstein) che precede la trattazione.

Per amicizia, per amore

Sylvie e Andrée sono ancora due scolarette quando si incontrano tra i banchi di scuola e stringono amicizia. In particolare, Sylvie sarà come folgorata dalla piccola Andrée verso la quale proverà un profondo sentimento a cui non sa, né può, dare nome, un sentimento che va ben oltre l’amicizia.

Il rapporto si concluderà tragicamente: Andréè morirà giovanissima per  quella che  la scienza individuerà come una encefalite virale. Per Sylvie, invece,  a causare la morte della sua amica del cuore sono state le costrizioni, imposte dalla famiglia, che le hanno impedito di essere una giovane donna, libera di essere se stessa, di costruire la propria esistenza, inseguire  i propri sogni e realizzare il proprio sentire.

Nelle pagine di quello che possiamo definire un racconto breve autobiografico, Simone de Beauvoir ricostruisce  il suo rapporto con Elisabeth Lacoin, chiamata Zaza (Andrée nel testo) conosciuta alla scuola cattolica Adeline Desir.

Zaza era una bambina apparentemente libera, sfrontata con l’insegnante, indipendente.

Solo apparentemente, però. In quanto, la famiglia, della borghesia cattolica militante, la limita e la condiziona con freddo e distaccato rigore , concretizzato nelle regole imposte dalla madre, figura che al lettore appare persino malevola.

“Avevo invidiato spesso l’indipendenza di Andrée;

a un tratto mi sembrò molto meno libera di me.

C’era tutto un passato dietro di lei;

e intorno a lei quella grande casa, quella famiglia numerosa:

una prigione dalle vie d’uscita accuratamente sorvegliate”.

 Nel contesto familiare di Andrée/Zaza, Sylvie/Simone  appare come una minaccia. Lei che durante la fanciullezza appariva poco libera, comincia a vivere in maniera indipendente scegliendo i propri studi senza limitazioni e manifestando la propria autonomia, mentre Zaza  è  incastrata tra i più  disparati doveri sociali che le impediscono di vedere la sua amica, di gestire il proprio tempo ed organizzare la propria esistenza, di studiare il violino, di scegliere le proprie letture, di ritrovarsi sola.

Il racconto supera i limiti dell’esperienza autobiografia aprendosi ad una riflessione profonda sulla condizione di molte donne (ieri, ma forse anche oggi. Per alcune donne almeno e in alcuni ambienti certamente) costrette a soffocare ogni slancio vitale, a mortificare la propria individualità perché sommerse da tradizioni alienanti, da forme, più o meno scelte, che le mortificano.

Per le donne capaci di rinascere da se stesse

Una donna umiliata, picchiata, massacrata dalle mani dell’uomo che avrebbe dovuto amarla e proteggerla. Una donna ferita profondamente nel corpo e nell’animo.

Una donna capace di rialzarsi e  riscattarsi, apparentemente  dura e anaffettiva, ma che si rivela un’amica fedele, capace di riconoscere il dolore altrui e curarlo.

Tutto questo, e altro ancora, è il commissario Teresa Battaglia creato da Ilaria Tuti e ancora una volta protagonista di un giallo “storico”, come mi piace definire  la narrativa investigativa della scrittrice friulana.

La vicenda che vede protagonista il commissario Battaglia  si svolge su diversi piani temporali: il presente (con il ritorno in scena di un omicida seriale,  vecchia conoscenza della Battaglia a cui è legato da un rapporto apparentemente ambiguo, ma che, nel corso della lettura, impareremo a conoscere) il passato (ventisei anni prima, quando la Battaglia era ancora una giovane ispettrice, oggetto di pregiudizi da parte dei colleghi e alle prese con un marito egoista e violento). A questi livelli temporali bisogna aggiungerne un terzo che ci conduce nella città di Aquilea del IV secolo dopo Cristo, agli albori del Cristianesimo quando cominciava a scomparire il culto isiaco  dove   la vicenda di “Figlia della cenere” affonda le proprie radici.

In quest’ultimo romanzo, Teresa Battaglia si mostra con tutta la propria debolezza e fragilità, desiderosa di farsi da parte, di congedarsi dai suoi ragazzi, dalla squadra che ha costruito, per abbandonarsi al male che le sta divorando la mente e contro il quale potrà soltanto difendersi, ma mai vincerlo. Non ci riuscirà, perché costretta dagli eventi che la costringeranno a indagare, facendo i conti con il proprio passato, un passato dolorosamente straziante, in parte condiviso da altre donne.

La narrazione supera i confini dell’indagine investigativa e si apre ad una riflessione sulla capacità delle donne di liberarsi da rapporti tossici che rischiano di ucciderle, sulla capacità delle donne di rinascere

 “e non dalla costola di un uomo

che si credeva fatto a immagine e somiglianza di un dio,

 ma dalle proprie, incrinate, doloranti, spezzate”.

Augusto, imperatore, ma soprattutto uomo

Ci sono uomini che hanno dato il loro nome ad intere epoche, che pensiamo di conoscere a fondo per averli studiati, per avere riassunto le loro gesta, tradotto pagine che ricostruivano le vicende che li hanno resi protagonisti, letto saggi e romanzi loro dedicati, tanto che qualcuno potrebbe ritenere superfluo l’ennesimo libro che gli viene dedicato.

Certamente, non accade  per “Augustus” di John Williams.   L’autore americano ci conduce a Roma, durante il drammatico passaggio dalla Repubblica all’Impero, rivissuto attraverso i ricordi dei protagonisti,  diretti o indiretti, di eventi che hanno segnato la storia del Mediterraneo.

Il lettore  non troverà (e non potrebbe essere diversamente)  in “Augustus” la rigorosa ricostruzione storica dei fatti accaduti o la biografia del primo imperatore romano in quanto, come l’autore precisa nella nota introduttiva, per esigenze narrative  è stato cambiato l’ordine di alcuni avvenimenti, ma anche perché Williams ha: “inventato laddove i dati storici erano incompleti o incerti” ed ha “creato personaggi che la storia non cita”.

Attraverso una polifonia di voci narranti (appunti di diario, lettere, testimonianze di personaggi storici e non) Willians ricostruisce il lungo periodo  che va dalle settimane precedenti le Idi di Marzo alla vecchiaia di Augusto. Il suo è il racconto della storia vista dall’interno,  con gli occhi degli uomini, politici, ma anche intellettuali, poeti e filosofi;  della storia raccontata attraverso lo sguardo delle donne.

Di alcune donne,  in particolare. Donne di potere, capaci di incidere sugli eventi storici. Tra gli altri, Livia che Ottaviano sposa, dopo avere divorziato da Scribonia, già incinta  di Tiberio, figlio del precedente marito, che caparbiamente destinerà alla successione. Più di tutti, però, nel firmamento femminile di “Augustus”  brilla Livia, l’amata figlia di Ottaviano, strumento delle strategie politiche paterne. In esilio a Pandataria, si racconta in un diario scritto per se stessa, come  semplice “strumento di riflessione”,  da cui emerge una donna colta, consapevole del proprio potere tanto   da dichiarare “che persino una donna poteva restare intrappolata dagli eventi del mondo, e venirne distrutta”. Perché Giulia, come  tutte le donne del suo tempo, ma anche del recente passato, non può ambire al potere “con la forza fisica, o con quella della mente, o del desiderio; né, avendolo ottenuto, può compiacersene apertamente, con quell’orgoglio tutto virile che del potere  è la ricompensa e il bastone. Deve invece indossare mille maschere, per dissimulare le sue conquiste e la sua gloria”.

La personalità di Augusto emerge dai  raccontati di quanti hanno lavorato con lui, che hanno condiviso, o subito, le sue scelte, fino a quando l’imperatore prende la parola nella narrazione per rivelarci qualcosa che non ci saremmo aspettati:

“Io sono un uomo, debole e sciocco

come la maggior parte degli uomini;

se ho un vantaggio sui miei simili,

è quello di esserne consapevole,

e quindi di aver compreso le loro debolezze,

senza la presunzione di trovare in me più forza e più saggezza

di quanta ne abbia riscontrate negli altri”.

Per odio e per amore

Una coppia di sposi che non hanno più nulla da dirsi, irrimediabilmente divisi da un lutto che ha distrutto la loro esistenza; un uomo che ha capito il proprio errore, per il quale, in parte, ha pagato con alcuni anni di carcere. Sono i protagonisti di un romanzo ispirato ad un fatto realmente accaduto, ad un racconto fatto all’autore da un padre che, per caso, incontra l’assassino della propria figlia.

Ne “Gli ultimi giorni di quiete” è Nora ad imbattersi, durante un viaggio in treno, in Paolo Dainese, l’uomo che ha provocato la morte del proprio figlio, Corrado, durante un tentativo di rapina nella tabaccheria del marito Pasquale. Scoprire  che l’assassino del proprio figlio è tornato libero, dopo appena cinque anni di carcere, con una considerevole riduzione della pena,  sconvolge la vita, già duramente provata, della coppia. Nora e Pasquale sono costretti ad affrontare una realtà che non avevano ipotizzato e che scava ulteriormente la distanza che li separa dalla morte di Corrado.  Distanza che Nora sembra volere  accrescere con ferma determinazione avviandosi lungo una strada che la porterà ad allontanarsi da casa per porre fine alla quiete di Dainese che, dopo essere tornato libero, sta tentando di ricostruire la propria vita: ha trovato lavoro, ha una relazione stabile e pensa alla possibilità di avere un figlio. Una normalità  che, secondo, Nora non merita e che lei intende fare saltare, attraverso un piano che metterà in pratica, passo dopo passo, con lucida sistematicità. A guidarla è l’odio, sentimento che individua e accoglie  quale grimaldello per minare la quieta esistenza che  Dainese sembra avere raggiunto:

“ Se stava attenta poteva sentirlo quell’odio ringhiare

come un mostro vulcanico che ribolliva minaccioso,

 pronto a spandere lava tutt’intorno alla prima scossa tellurica”.

Sentimento che Nora sembra condividere con Pasquale il quale riesce a procurarsi una pistola per uccidere, lui che non ha mai sparato, l’assassino di Corrado. Nora e Pasquale, però, si muovono lungo strade diverse per approdare a traguardi differenti che lascio scoprire al lettore che si ritroverà combattuto tra sentimenti contrastanti. La solidarietà nei confronti di Pasquale e Nora per la loro perdita;  la delusione nei confronti della giustizia, apparentemente, incompiuta; la consapevolezza che bisogna sempre dare una seconda opportunità a chi ha sbagliato e ha riconosciuto il proprio errore.

Insomma, il romanzo, pur nella linearità della narrazione, ruota intorno a temi attualissimi, sempre al centro di confronti e di dibattito:

“Un uomo è condannato per sempre, allora? Fine pena mai? A cosa servono i processi, la legge, la galera? Lui aveva capito, aveva capito tutto. Gli errori commessi, la voglia di ricominciare, lasciarsi alle spalle quello che era una volta. Voltare pagina e provare a essere un uomo migliore”.

Non si sfugge dai fantasmi, quando si evocano

“Ci sono momenti della vita in cui si cresce e si invecchia in poco tempo. Accade nel dolore, certo, accade anche nello smarrimento, nel fatto che prima il mondo ha la terra e il cielo e poi il mondo ha l’inferno, la terra e il cielo”.

Così Margherita, protagonista e voce narrante del romanzo, riflette sulla storia che, nella finzione letteraria, ha iniziato a narrare, come un diario di eventi oramai lontani, ma che hanno segnato la sua esistenza, spingendola lontano dall’Italia, fino in Australia, nella consapevolezza, tuttavia, che “Non c’è più il tempo per ricominciare a vivere”.

Non potendo più “ricominciare a vivere”, Margherita viene sollecitata a scrivere  per raccontare quello che definisce un incantesimo che la tenne prigioniera spingendola a compiere azioni irreparabili, per riuscire a fuggire e conquistare (solo apparentemente, tuttavia) la libertà. Il diario di Margherita, come apprenderemo,  ha una finalità terapeutica (nella narrativa italiana, questa non è certamente una novità), ma il lettore non saprà mai se l’esito sarà positivo. Come non saprà (il lettore) cosa sia realmente accaduto nella casa di vetro, da cui era possibile vedere la cupola di San Pietro, che Margherita aveva definito una Camelot, luogo incantato, di leggende fiabesche, insomma, ma che ben presto si rivelerà un finis terrae, un hortus conclusus in cui niente è come appare.

Margherita viene accolta nella casa di vetro (una villa senza pareti di cemento, appunto, attribuita al  celebre architetto contemporaneo Rem Koolhaas) come istitutitrice di Lucrezia e Lavinia, due gemelle deliziose e talentuose, alle quali dovrà insegnare le lingue straniere e seguire nello studio del pianoforte e nello sport. Le due gemelle, però, riveleranno ben presto una forza soprannaturale, capace di determinare gli eventi e richiamare fantasmi inquietanti dai quali Margherita dovrà fuggire.

“Loro” si presenta come un romanzo gotico, nel solco della tradizione letteraria del genere, ma, come lo stesso autore ha avuto modo di affermare, è anche altro. Può infatti essere letto come un romanzo di fantasmi, come un romanzo sul bene e il male, sull’essere e apparire, su ciò che è reale e ciò che è immaginato. Insomma, “Loro” è un romanzo che sfugge ad ogni definizione,  che inquieta, ma nello stesso tempo rasserena, perché spinge il lettore a fare i conti con se stesso e la propria coscienza. Perché, come scrive Cotroneo:

“I fantasmi si evocano perché ci obbediscono, e non il contrario”.

Non c’è amicizia senza rimorso

Ripropongo la mia lettura di “Due vite” a cui è stato appena assegnato il “Premio Strega”.

Inizia come una fiaba, prosegue come un racconto in cui biografia e autobiografia si intrecciano tessendo la narrazione di un’amicizia a tratti difficile, ma mai venuta meno. Anche quando la vita, per un periodo ha separato, anche quando la morte sembra avere tolto ogni possibilità di incontro. Perché nell’assenza il dialogo con l’amico, quello vero con cui si sono stati condivisi i giorni della spensieratezza o del dolore,  non viene  interrotto, nemmeno nella distanza.

Due vite di Emanuele Trevi è tutto questo e, certamente, tanto altro che il lettore avrà modo di scoprire attraverso la ricostruzione dell’esperienza umana e culturale  di   Rocco Carbone e Pia Pera, certamente autori di “nicchia”, ma il cui contributo nella storia della letteratura italiana non può certamente essere trascurato.

Dalle pagine di Trevi emergono due ritratti complementari di Carbone e Pera.  

L’uno (per dare valore alla vecchia locuzione latina, secondo cui  nomen omen) spigoloso e duro, tormentato da una profonda infelicità, provato da un male di vivere senza nome che ne ha condizionato la vita fino alla morte prematura..

L’altra una signorina per bene, ma tenace e determinata, profonda conoscitrice della letteratura slava, abile traduttrice, capace di rinunciare alla carriera   per ritirarsi in un podere di famiglia e dare vita ad un giardino, figlio di un sogno  inseguito anche negli anni della terribile malattia che l’ha portata via prematuramente, ma che lei ha affrontato con dignità encomiabile.

Così Trevi: “Quando per lei è arrivato il  momento, ha rivelato enormi riserve di saggezza e forza d’animo, combattendo bene la sua battaglia […] Era semmai una persona intensa, dotata di un’anima prensile e sensibile, incline all’illusione, facile a risentirsi”.

Due persone complesse Carbone e Pera con i quali l’autore  ha condiviso sia momenti spensierati che scelte difficili. Non è dunque peregrina l’idea che Trevi (certamente inconsciamente) narrando di Carbone e Pera  abbia voluto raccontare di sé, dell’amore amicale nei confronti di due compagni di strada che la morte ha allontanato, lasciando dei sospesi che, in particolare per quanto riguarda il rapporto con Rocco Carbone, avrebbero potuto  essere causa di rimorsi.

Fu Cesare Garboli nel suo saggio su Antonio Delfini  ad affermare che “in ogni amicizia c’è un rimorso”, come ricorda Emanuele  Trevi che confessa così il sentimento nei confronti di Carbone da cui per un lungo periodo si era allontanato con una determinazione che influenzò i rapporti successivi. Sebbene i motivi che avevano portato alla separazione sembrassero superati.

Dunque,   Due vite può essere letto come un omaggio alla memoria  di due amici, ma anche alla propria vita, nella consapevolezza che ciò che è stato deve essere rielaborato per proseguire nella navigazione, per tutto il tempo che ci sarà concesso.

Voglio concludere queste riflessioni con quanto scrive Trevi, poche frasi, che rivelano il senso di tutto il libro:

“I nostri amici sono anche questo,

rappresentazioni delle epoche della vita

che attraversiamo come navigando in un arcipelago

dove arriviamo a doppiare promontori

che ci sembravano lontanissimi,

rimanendo sempre più soli,

non riuscendo a intuire nulla dello scoglio

dove toccherà a noi,

una buona volta, andare a sbattere”.

Storia di emarginazione e amicizia

Il Quartiere (non un quartiere, ma il Quartiere) della periferia di Roma (la Roma dei gabbiani che si nutrono dell’immondizia non raccolta, la Roma del mondo di mezzo, delle ingiustizie e delle esclusioni) incastrato tra il Raccordo e l’Aniene è il palcoscenico su cui si muovono i  tre giovani protagonisti.

 Flaviano, Manuel e Abdou  sono legati da un affetto sincero e generoso, ma anche da uno stesso destino. Il destino di chi è escluso e rifiutato: Flaviano è stato abbandonato dalla mamma quando era ancora un bambino; Abdou è partito in avanscoperta ed ha raggiunto l’Italia su un barcone, un ragazzino mandato dal padre rimasto in Costa d’Avorio con le figlie; Manuel di origine egiziana, ma nato in Italia, deve confrontarsi con i genitori  che immaginano un futuro costruito sui loro sogni, incuranti delle sue aspirazioni.

Il Quartiere è il loro mondo, vissuto con sofferenza, subordinati al Reuccio, il boss indiscusso, il cui potere  è alimentato dall’incuria e dalla latitanza delle autorità. A lui gli abitanti del Quartiere si rivolgono per dirimere litigi; a lui chiedono di intervenire per risolvere i piccoli problemi di manutenzione degli stabili: “chi è bravo con l’idraulica aiuta chi è bravo con l’elettricità, che aiuta chi è bravo coi lavori in muratura, che aiuta chi è bravo con l’idraulica”, in un continuo dare e ricevere che toglie spazio alla legalità ed alle  libertà individuali.

Tommaso Giagni ci conduce in questo mondo con la tecnica della carrellata cinematografica, guidata dall’occhio attento di un regista che costruisce immagini  di forte plasticità, usando con abile consapevolezza le parole che (direbbe il poeta) “a lettere di fuoco”  si imprimono nell’immaginazione del lettore , spinto fuori dalla comodità e dalle sicurezza del proprio mondo gentile, costretto a fare i conti con la realtà di un mondo volutamente tenuto al margine, ma che rischia di esplodere. Proprio come accade nel romanzo di Giagni.

A innescare la miccia ci penseranno gli abitanti di un quartiere residenziale Verde Respiro, un agglomerato di villette ispirate a quadri famosi, i cui residenti sono disturbati dalla presenza del Quartiere che ne minaccia l’eleganza e ne svaluta il valore. Tra gli abitanti di Verde Respiro c’è Donatella, giovane anticonformista,  che desidera “capire i meccanismi del mondo” empaticamente vicina al Quartiere e lontana anni luce da Verde Respiro, al punto da divenirne nemica impietosa.

Il tempo trascorso non ci cambia

Nell’ultimo anno, segnato dalla ben nota pandemia, ci si è chiesti se, quando tutto sarà finito, ci ritroveremo migliori di quelli che eravamo prima del gennaio 2020, allorché anche in Italia si prendeva atto che quella provocata dal Covid 19 non sarebbe stata una semplice influenza e che il contagio non interessava solamente la Cina. Le risposte più ottimistiche hanno lasciato intravedere la possibilità di un mondo migliore, fondato sul rispetto nei confronti dell’ambiente che ci ospita e dei nostri simili. Molto presto, però, abbiamo dovuto osservare che, ancora una volta, la speranza di diventare migliori non è facilmente realizzabile. Essa appare, piuttosto, come  un’utopia. Dunque, per definizione,  è irrealizzabile. Non si tratta, siatene sicuri, di una  lettura disfattista e pessimista, quanto, piuttosto, della facile considerazione di chi osserva dalle cronache quanto sta accadendo nel mondo, anche in questo preciso momento;  di chi si sofferma a osservare l’animo umano, a scavare a fondo per comprendere le ragioni di fatti, anche lontani tra loro, ma tutti con un’unica ragione comune: il male che gli uomini portano con sé e che lasciano dilagare.

È quanto fa Loredana Lipperini  (narratrice che si muove tra gotico e fiction, tra magia e profezia) che ci conduce in un paese immaginario delle Marche, Vallescura, che potrebbe avere, in potenza, gli elementi per assurgere a locus amenus, se non fosse abitato da donne (gli uomini nel romanzo sono poco significativi, figure marginali e irrilevanti) che portano dentro di sé il  male, da cui, poi, far scaturire la peste, capace di sterminare tutti gli abitanti del paese.

La narrazione, che procede per livelli temporali diversi, ruota intorno ad alcune figure femminili di cui, certamente, quella più inquietante è Saretta, donna disperatamente incompiuta, vittima di se stessa, bulimica fin dalla fanciullezza, incapace di controllare il rapporto con il cibo che l’ha resa brutta e sgraziata, ma che –probabilmente per compensare – si è ricavata (apprendiamo anche con la violenza, non solo psicologica) il ruolo di despota di un’intera comunità, pronta a eseguire i suoi ordini, anche quando lasciati passare come semplici considerazioni:

“Tutti vanno da Saretta quando c’è un problema,

tutte, soprattutto, fra donne si trova la soluzione più in fretta,

gli uomini sono lenti a capire, si fissano su particolari

di nessuna importanza”.

Lei, dunque, non è sola nel suo ruolo di custode, ha saputo conquistare la complicità di altre donne, esecutrici passive della sua volontà: “Ma questa sera Saretta,  Annalisa, Maddalena e Fiorella sono di guardia. Il paese appartiene a loro: sanno, controllano, decidono, dispensano consigli sedute sulle sedie di paglia o di tela dipinta a bolli rossi e arancioni”.

Quella di cui si parla nel passo citato non è una sera come tutte le altre  (una tranquilla sera d’estate che le donne del sud della mia infanzia trascorrevano sedute sull’uscio per sfuggire al caldo con qualche chiacchiera): sanno, infatti,  che “una catastrofe sta arrivando, e che li scaccerà”. Lo sa soprattutto lei, Saretta, che ha da tempo individuato il nemico da eliminare per salvare il paese dalla fine imminente: si tratta di  Maria, un’altra donna.  La donna venuta da fuori, indesiderata e guardata con sospetto fin dal primo giorno, isolata per volontà di Saretta in attesa  che venga allontanata (anche  con la violenza, se è il caso) perché considerata pericolosa per il bene dell’intera comunità:

“Noi siamo uniti, pensava Saretta con ferocia, e lo siamo

perché nessuno viene a mettere in discussione il nostro mondo.

Ma perché questo mondo continui dobbiamo contarci,

dobbiamo essere solo noi”.

Poi c’è Chiara, un’altra straniera, ma conosciuta e tollerata perché è la  nuora di un’anziana del paese, che non si è lasciata assorbire dal cerchiomagico: “Chiara è un’anima buona, oltre che una sognatrice. Scrive, beve tè bianco, va alle mostre, nutre i gatti e legge molto”. Ha raggiunto Vallescura per aiutare la suocera  Aurelia (la ritiene tale benché da anni abbia divorziato dal marito) che ha avvertito in pericolo grazie a un sogno, nel quale era chiamata a seppellire i morti di peste. Chiara vorrebbe portare  via Aurelia, prima che il male si diffonda, ma la ferma la consapevolezza che “si può sconfiggere solo quando si è insieme. La natura  è più forte degli uomini. Gli uomini possono sperare di batterla, momentaneamente, solo unendosi”.

Infine, c’è una giovane donna, poco più che fanciulla, che ha sfidato pubblicamente Saretta di cui adesso rischia la vendetta. Sarà accolta da Aurelia e Chiara. A Carmen, questo possiamo dirlo senza rivelare nulla, avrà il compito di trasmettere la memoria della peste e la consapevolezza che  il male è sempre in agguato, soprattutto nei momenti di debolezza, quando si è più vulnerabili. Un compito quasi titanico nella consapevolezza che gli uomini non cambiano, sono sempre gli stessi, anche di fronte alla peste. Oggi, come nel Medio Evo o nel Seicento, durante le due pestilenze raccontate dalla storia e dalla letteratura.

Lo sguardo di Loredana Lipperini, infatti, si volge lontano nel tempo, per costruire un racconto che si legge d’un fiato (direi quasi che “si fa leggere”)  coinvolge il lettore, lo costringe a guardare dentro il proprio animo e intorno a sé con sguardo acuto e mente libera dai pregiudizi.

Siamo vivi perché empatici

Si chiama empatia la capacità di sentire le emozioni degli altri, come se fossero proprie; la capacità  di vedere nell’altro se stessi, superando i limiti del narcisismo infantile e dell’individualismo egoista che ci allontana dai nostri simili. Donne e uomini empatici possono essere una minaccia per chi governa attento a conservare il potere con strumenti camuffati dai  colori della democrazia, ma di fatto dispotici e illiberali.

 È quanto accade nel paese di DF dove ai cittadini, appena nati, viene inoculato un vaccino che cancella la capacità di provare emozioni e sentimenti, sia  positivi che negativi. Donne e uomini  sono così condannati a diventare adulti incapaci di provare sentimenti, affetti,  ambizioni professionali;  senza  mai conoscere la bellezza  dell’arte, nelle sue molteplici espressioni, dalla pittura alla letteratura alla musica. Donne e uomini nel paese di DF sono automi incapaci di provare desiderio e volontà; sono monadi che vivono  immersi in un mondo grigio, colore declinato nelle diverse sfumature, costruito per soddisfare tutti i bisogni individuati attraverso algoritmi pensati per tutti gli aspetti dell’esistenza: dalla famiglia (matrimoni di durata quinquennale con partner imposti allo scopo di procreare altri automi sottratti alla nascita) al lavoro (assegnato sulla base di capacità manifestati fin dall’infanzia), allo sport (tristemente vissuto in palestre casalinghe organizzate dal potere).

“… La cucina dei classe cinque aveva i comuni elettrodomestici, frigorifero, forno, piano cottura cappa e anche un forno a microonde e una piastra per panini, tutti in formica grigia quattrocentoventidue tranne i profili che erano neri settecentoventisette, una stanza per l’esercizio fisico con una cyclette e un  tapis roulant e attrezzi e pesi verdi trecentosedici, la stanza per l’esercizio fisico era considerata una priorità dal governo di DF, l’esercizio fisico era fondamentale per garantire una perfetta rotondità affettiva che non cedesse alle sbavature di emozioni viatico di pazzia”.

È questo il mondo immaginato da Giulio Cavalli nel suo ultimo romanzo  (meritatamente segnalato  per concorrere al Premio Strega, ma, purtroppo, escluso dalla dozzina dei finalisti) che si legge d’un fiato, grazie anche ad una scrittura scorrevolissima, fondata su una sintassi che, spesso libera dalla punteggiatura, ci porta ad immergerci nella vita dei personaggi e a sentirne (empaticamente) il dolore e la delusione, la sofferenza e la scoperta, fino a svelarsi come metafora minacciosa del rapporto che lega governanti e governati, capaci di consegnare la loro libertà, volontariamente, per pigrizia o per vigliaccheria, al potere.

Un mondo indubbiamente distopico la cui costruzione richiama a “Fahrenheit 451” di Bradbury e “1984” di Orwell, ma che ci spinge a guardarci intorno, a riconsiderare il mondo in cui viviamo per non finire, al pari dei cittadini di DF, col consegnare la nostra libertà in nome di una sicurezza che, di fatto, si chiamerebbe schiavitù.

Oltre la realtà

“Semplicemente era come se mi mancasse metà del corpo, metà della vita, forse tutta. Ho finito per vivere la vita di un altro uomo, non la mia. Non ero più io. Eppure mi riusciva benissimo di fingere, con tutti”.

Alzi la mano tra le mie  lettrici (molto meno numerose, certamente, dei venticinque lettori di manzoniana memoria) chi non vorrebbe ascoltare queste parole dal proprio uomo.

 Faccia lo stesso chi tra i miei lettori  non desiderasse, a propria volta,certamente dopo avere apportato  qualche aggiustamento lessicale, sentirle pronunciare dalla donna che ama.

In “L’ultima estate” queste parole non sono una semplice (se mai possa definirsi tale) dichiarazione d’amore. Sono la rivelazione di una condizione che sfugge  il reale e conduce ad una dimensione che va oltre i limiti della conoscenza razionale cui  guardare con scetticismo, se non si trattasse di un romanzo.  Invece, per quel patto implicito e silente che ci lega a un autore, dopo averne scelto il libro,   fingiamo di credere a Raùl, protagonista dell’ultimo romanzo di André Aciman, ambientato sulla costiera amalfitana in una dimensione che appare, nonostante tutto, fuori dalla spazio e dal tempo.

Ospite di un elegante hotel, Raùl si avvicina ad una comitiva di giovani americani che, nei giorni precedenti, lo avevano osservato con curiosità e qualche perplessità, colpiti dalla sua riservatezza, al punto di identificarlo come un “killer di professione che vive del suo pingue conto in banca svizzero”.

Fino a quando, un giorno apparentemente come tutti gli altri, Raùl si avvicina ai giovani e, con la semplice imposizione delle mani, guarisce Mark dal dolore alla spalla, causato da una partita a tennis. Inizia così un rapporto che porterà Raùl a rivelare ai giovani episodi della loro vita che loro stessi ignoravano: Oscar è sopravvissuto al proprio  gemello che ha divorato nel grembo materno. Mentre Margot (la più scettica del gruppo nei confronti dei poteri di Raùl) scoprirà di essere stata  un’altra donna e di avere già conosciuto Raùl. Dove e quando lo lasciamo scoprire al lettore a cui riveliamo solo che “L’ultima estate” è un romanzo che ruota intorno all’amore. Agli amori perduti e ritrovati. A patto, però, che si abbia  la capacità di riconoscersi, di non abbandonarsi alla convinzione, espressa sempre da Raùl, che “Ognuno di noi è condannato alla solitudine”.

Il difficile cammino dell’emancipazione

Affermarsi come persona, “come un uomo”, anche senza passare dall’altare; senza lasciarsi condizionare dalle compagne di scuola che vedevano nel matrimonio il traguardo ultimo; ignorando le scelte delle colleghe di Università che studiavano per pura formalità, per snobismo sociale, ma la cui aspirazione era una casa alto borghese e un marito in carriera  per godere di luce riflessa: un sogno, per la protagonista de “La donna gelata”, destinato a infrangersi.

 Pubblicato nel 1981, ma appena tradotto in Italia, “La donna gelata”, è  l’ultimo romanzo di una trilogia autobiografica con il quale Annie Ernaux (classe 1940) completa la narrazione di un percorso esistenziale, dolorosamente vero, vissuto da molte donne del secolo scorso, donne alle quali la società, la famiglia d’origine, un marito egoista e ottuso, hanno tarpato le ali, impedendo loro di affermarsi come persone, di non finire prigioniere di una gabbia, non sempre dorata, in cui la loro esistenza si esauriva nell’essere mogli e madri, nei complimenti  ricevuti per la casa, linda e ordinata, per le abilità culinarie, senza mai potere liberamente esprimere se stesse, senza potere progettare il proprio futuro. Anche perché per loro il futuro non esisteva, congelato in una quotidianità sempre uguale a se stessa, nella quale stare in penombra, mettendo al primo posto bisogni di marito e figli.

Un unico capitolo, un racconto in prima persona, dove la voce narrante, quella dell’autrice, ricostruisce l’infanzia della protagonista iniziando dal paesaggio dell’infanzia, nella Normandia del secondo dopo guerra. Figlia unica di una famiglia modesta i cui genitori gestivano un bar drogheria, un microcosmo di uomini e donne  grazie al quale ha potuto maturare la consapevolezza di vivere in una famiglia diversa dalle tante di cui sentiva raccontare. Una famiglia dominata da una madre particolarmente forte, capace di lasciarsi andare a scatti di ira violenti, attenta amministratrice delle attività commerciali, una madre che “è la forza e la tempesta, ma anche la bellezza, la curiosità per il mondo, l’apripista sulla strada verso il futuro, che mi dice di non aver mai paura di niente e di nessuno”. Una famiglia in cui la figura paterna non coincideva con quella, al tempo diffusissima, di una padre-padrone, servito e riverito, despota domestico, eroe di guerra la cui parola era legge, violento e irascibile. Un padre, quello della protagonista, che la mattina, mentre gli altri papà erano al lavoro, rimaneva a casa impegnato nei lavori domestici, che giocava con la figlia bambina, che raccontava storie e barzellette divertenti, “una presenza costante, serena e affidabile”.

In questa famiglia (che dal confronto con le compagne di scuola comincerà a considerare anomala, quasi vergognosa) ha preso vita il sogno di potere scegliere della propria vita, liberamente, progettandola come un uomo, immaginando una affermazione professionale, una carriera resa possibile dallo studio rigoroso, nella “convinzione che quasi tutti i guai delle donne siano causati dagli uomini”. Un sogno che sembrava diventare realtà: il trasferimento in città per gli studi universitari, la possibilità di lavorare per non pesare sulla famiglia ed essere indipendente, al punto da potere viaggiare liberamente, anche all’estero (la Ernaux racconta, tra l’altro di un viaggio in Italia). Tutto lascerebbe pensare alla possibilità di un riscatto culturale, di un progetto che potrebbe diventare realtà.

Potrebbe.

Fino  a quando la giovane donna libera ed emancipata non è costretta a fare i conti con i modelli che da più parti le vengono indicati, facendola sentire imperfetta e incompiuta. Fino a quando non si innamorerà di un giovane uomo, con il quale condividere la passione per lo studio da cui fare scaturire scelte professionali, possibili per entrambi, immaginando una famiglia diversa in cui essere complementari con uguali diritti e uguali doveri.

Potrebbe, dunque, ma non accadrà.

Forse perché i tempi non erano maturi. Forse perché negli anni Sessanta del secolo scorso non tutti gli uomini erano riusciti a liberarsi da un ruolo legato al sesso, oltre il quale c’era l’ignominia, la vergogna, l’anormalità.

 I tempi non erano maturi non solo per  gli uomini, ma anche per le donne. Per la protagonista stessa che ad un certo punto scrive:

“mi capitava di pensare

che con un uomo al mio fianco

tutte le mie azioni,

anche le più insignificanti,

caricare la sveglia, preparare la colazione,

avrebbero acquisito sostanza e sapore”.

Il romanzo si colora così delle tinte cupe dell’oppressione, della mancanza di speranza che hanno segnato la storia di tante donne, raccontate,spesso, con dolorosa rassegnazione, ma anche  lasciando intravedere la possibilità di un riscatto, di un’alterità, che non può non passare dalla costruzione di sé. Penso ad “Una donna” di Sibilla Aleramo, ma anche a “Dalla parte di lei” di Alba de Céspedes la cui lettura consiglio spesso alle mie studentesse, nella speranza che comprendono il privilegio loro dato e non lo sciupino.

Siamo tutti monadi con lo smartphone

La vicenda ha inizio su un aereo dove in bussines class incontriamo Jim e Tessa, di ritorno da un viaggio a Parigi, il primo dopo la pandemia Sono attesi a New York a casa di due amici per celebrare il rito collettivo, tutto americano, del Super Bowl dell’anno 2022.

Da poche settimane nelle librerie italiane (particolarmente atteso grazie anche alle  strategiche interviste all’autore oramai ottantaquattenne e alle esaltanti recensioni pubblicate negli Stati Uniti e accompagnate dalla convinta dichiarazione da parte dell’editore, certamente finalizzata a dare conferma delle abilità profetiche di Delillo, che il libro è nato prima della pandemia) il racconto lungo, perché di questo di fatto si tratta, presenta forse qualche debolezza. I riferimenti alla pandemia  sono evidenti, nonostante le dichiarazioni dell’editore, ed è probabile che la scrittura ne sia stata ispirata e condizionata, come dimostrerebbero i riferimenti ad eventi oramai più che noti.

“Il silenzio”, comunque, ci spinge a riflettere (così come sta facendo il Covid-19) sul nostro stare al mondo e sulle conseguenze che la tecnologia ha sulle nostre vite e sul futuro del mondo stesso a cui ci conduce la lapidaria conclusione del racconto.

Mentre Kim e Tessa sono in volo, nella casa di Diane e Marx a  Manhattan  tutto è pronto e  si osserva già lo schermo su cui comincerà l’attesissimo evento. Assieme agli anziani coniugi, troviamo un’ex studente di Diane, Martin, un giovane fisico dal temperamento a tratti inquietante. Sta studiando un manoscritto di Einstein di cui cita la celeberrima affermazione che Don Delillo utilizza nell’esergo: “Non so con quali armi si combatterà la Terza guerra mondiale, ma la Quarta guerra mondiale si combatterà con pietre e bastoni”. Possiamo individuare dunque nel personaggio di Martin, pur anagraficamente lontano dall’autore, l’alter ego di Delillo il quale dichiara di non possedere uno smartphone e di continuare a utilizzare la sua vecchia macchina da scrivere.

Improvvisamente, nell’appartamento di Manhattan cala il silenzio: un silenzio assordante ed inquieto, provocato da un blackout che pone fine ad ogni possibilità di comunicare e che causa un atterraggio di emergenza dell’aereo su cui viaggiavano Jim e Tessa che prima  ritroviamo in fila al pronto soccorso, dove l’uomo dovrà farsi medicare una ferita riportata sbattendo sul finestrino, e subito dopo (non prima, però, di una scena di sesso, quanto mai improbabile, nel bagno dell’ospedale)  a casa di Diane e Marx .

Vediamo quindi i personaggi  interrogarsi sulle ragioni di un evento che “ha messo fuori uso la nostra tecnologia” senza la quale è impossibile comprendere cosa stia accadendo fuori dalle mura di casa. Non rimane che tentare di formulare qualche ipotesi attribuendo l’origine dell’evento (come per la pandemia) ai cinesi o all’incapacità del governo. Per la serie, come diceva un mio vecchio professore, “Piove, governo ladro!”.

“Potrebbe essere il governo degli algoritmi.

I cinesi lo guardano, il Super Bowl.

Loro giocano a football americano.

I Beijing Barbarians. Tutte cose verissime.

E quelli che ci rimettono alla fine siamo noi.

Hanno innescato un’apocalisse selettiva della rete.

La partita: loro adesso la stanno guardando e noi no”.

Si potrebbe dire che nel racconto prevale la struttura  dialogica (mimetica come direbbe un critico letterario) su quella meramente narrativa, ma non lo diciamo. Anche perché quelli che abbiamo letto (e che leggerete) sono monologhi, soliloqui, a tratti privi di senso e inquietanti.

Ciò che più inquieta, però, è che questa difficoltà nella comunicazione non è solo la conseguenza del blackout. L’esordio del racconto, quando abbiamo incontrato Jim e Tessa, ruota sul dialogo tra i due che, seppure a tratti sembrano comunicare, abbiamo percepito ciascuno chiuso nel proprio mondo.

Tra sogno e realtà

Hypnos è il nome che nella mitologia greca era stato dato al dio del sonno che aveva il privilegio di far dimenticare le sofferenze agli esseri umani facendoli addormentare. Esiodo immagina Hypnos come una divinità degli inferi abitante in terre sconosciute in una casa a due porte. L’una trasparente dalla quale venivano fuori i sogni veritieri, l’altra  di avorio perché faceva venire fuori i sogni falsi. Vi starete chiedendo come riconoscere i sogni veri dai falsi e quale sia l’elemento che li distingua. Non saprei dirlo. Potrebbe venirci in aiuto Sarah, tra i  protagonisti de “La casa del sonno” di Jonathan Coe, romanzo che indaga sulle difficoltà di realizzare i sogni e i progetti di un gruppo di studenti universitari  in una cittadina inglese  affacciata sull’oceano. Il sonno (a cui il titolo fa riferimento) potrebbe dunque apparire un pretesto, ma potrebbe anche essere metafora della vita immaginata e attesa.

Dicevamo di Sarah che gli studenti universitari (con alcuni dei quali condivideva la residenza di Ashdown che mi piace considerare tra i personaggi principali del romanzo,  apparentemente silente ed inanimata) “chiamano semplicemente Sarah la pazza[…] Viene da te e ti dice di averti parlato o di aver fatto cose in tua compagnia, ed è tutto intentato di sana pianta, sempre. È completamente fuori di testa”.

Ma Robert, tra i protagonisti maschili, non vuole credere a quanto le racconta Lynne. Perché è innamorato di Sarah e lo sarà, perdutamente e devotamente, per il resto della sua vita, portando su di sé i segni di un cambiamento che per amore di Sarah intraprenderà in maniera irreversibile.

Lascio al lettore la scoperta di dove l’amore per Sarah condurrà Robert: scoprirà che la giovane donna che ama soffre di un disturbo del sonno: la narcolessia. Un disturbo che le condiziona la vita e può avere conseguenze pesanti. Tra l’altro, la porta a confondere i sogni con la realtà.

Il romanzo si svolge su due piani temporali: i capitoli dispari sono ambientati tra il 1983 e 1984, mentre quelli pari si svolgono nel giugno del 1996, in un arco di tempo di due sole settimane. Passato e presente, dunque, si alternano permettendoci di ricostruire il racconto di esperienze condivise, di vite che per un certo periodo si incontrano, ma che dopo anni di separazione possono tornare a convergere o a scontrarsi.  Un racconto ricco di personaggi (alcuni ridicoli come  Robert, accademico, arido e senza ambizioni),  di situazioni drammatiche, ma anche esilaranti (penso alla ricostruzione di un corso di formazione fumoso e inconsistente) di drammi grandi e piccoli che segnano la vita di donne e uomini.  Che sono la vita stessa.

Storia di un uomo che fu politico e poeta

La notte tra il 13 e 14 settembre 1321 Dante Alighieri chiude la propria esperienza terrena, andando a scoprire  “se quanto aveva immaginato  in tutti quegli anni era vero”: così si  conclude  la biografia di Alessandro Barbero – in questi giorni al terzo posto della classifica dei libri più venduti – il quale chiama Dante “profeta,  per avere immaginato e messo in rima un mondo ultraterreno che ancora oggi continua ad affascinare i  lettori di ogni età.  

La scoperta di cui parla Barbero è proprio relativa all’aldilà che, nella finzione poetica, Dante aveva avuto il privilegio di potere visitare per mostrare agli uomini dove la loro vita avrebbe potuto condurli.

L’avvincente  ricostruzione di Barbero  si apre  con la battaglia di  Campaldino –  certamente, ben nota ai lettori, anche a quelli che si sono avvicinati alla Commedia soltanto a scuola – a cui  Dante partecipò come cavaliere, nel ruolo di feditore schierato in prima linea. Battaglia  che vide gli uni contro gli altri  armati  guelfi fiorentini e ghibellini aretini, protagonisti di uno dei tanti episodi che  insanguinarono la storia dell’Italia comunale di cui Dante fu protagonista e vittima.

La  celebre battaglia tra fiorentini e aretini  nella ricostruzione della biografia di Dante viene utilizzata da Barbero per definire la condizione sociale del poeta: sicuramente non di nobili origini, tuttavia abbastanza ricco da permettersi di combattere armato e a cavallo ed esibendo lo stemma di famiglia.  Uno stemma parlante, come ci spiega Barbero “con un’ala d’oro in campo azzurro, fondato su un’improbabile interpretazione dotta del cognome: Aligerii, i portatori d’ali” . (pag. 46)

Attraverso il dialogo serrato con le fonti (la biografia vanta ben ottanta pagine di note fittissime, ahimé a fine testo, posizione che non accompagna (né agevola) la lettura, come sarebbe accaduto  se fossero state collegate a piè di pagina) Barbero ricostruisce la vicenda pubblica e privata di un uomo incastrato nei meccanismi della politica dell’età comunale, caratterizzata da lotte sanguinose e scelte impopolari, non sempre eticamente accettabili. Come, purtroppo, accade ancora oggi nell’agone politico.

Dante, tuttavia, non fu solo un uomo politico. Fu, innanzitutto, un letterato, un poeta di talento che giovanissimo, grazie ai propri versi, venne accolto dall’élite  cittadina, da poeti più anziani di lui, quali Forese Donati e Guido Cavalcanti, ottenendo fama e riconoscimenti.

Fu grazie al prestigio personale acquisito con la poesia che durante l’esilio venne accolto (e diremo quasi conteso) dai Magnati, certi del prestigio che la presenza di Dante avrebbe dato alla loro corte.

La biografia di Barbero aiuta a fare chiarezza su alcuni aspetti controversi della vita di Dante che può essere compresa soltanto se letta attraverso le vicende storiche dell’Italia Comunale. In particolare, la collocazione del poeta nello schieramento dei Guelfi Bianchi che non può essere considerata come scelta assoluta. Non sarebbe, dunque, del tutto erronea la definizione di “ghibellin fuggiasco” che Foscolo nei Sepolcri dà di Dante. Sia perché l’appartenenza all’uno o all’altro schieramento – come ci racconta Barbero – non era, all’epoca,  definita e certa. Sia perché Dante, negli anni dell’esilio, assunse una posizione tendenzialmente (oggi si direbbe responsabilmente) filo ghibellina. E non poteva essere altrimenti, viste le difficoltà dei comuni di amministrarsi liberamente e il tributo pagato da molti.

Quello corrisposto da Dante è noto a tutti: l’esilio che lo vide ridotto in miseria, costretto a chiedere aiuto e sostegno, perdendo la propria libertà, di uomo e di letterato. Una condizione umiliante che, come leggiamo nella profezia di Cacciaguida riportata da Barbero, lo porterà a scoprire

… come sa di sale

lo pane altrui, e come è duro calle

lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale.

Quando la realtà insegue la fantasia

Wotang  ha otto anni quando, non visto, assiste alla carneficina della sua famiglia da parte di  un manipolo di Specnaz che il padre, caritatevolmente, aveva accolto nella propria casa. Viene ritrovato, dopo alcuni giorni  trascorsi a vegliare sui corpi dei genitori e delle sorelle, da un medico che accompagna  le forze di polizia e dal quale viene adottato e cresciuto, come un figlio. Chi sia diventato Wotang e cosa abbia a che vedere con il progetto di una guerra santa contro gli infedeli, progettata da un gruppo jiahadista, lo lasceremo scoprire al lettore di quello che, indubbiamente, non può essere individuato come un semplice trhiller. Il lettore, infatti, si troverà coinvolto in una storia che, pur apparendo a tratti surreale, si delinea come drammaticamente realistica, presentando molti elementi comuni con l’attualità mondiale.

Il folle piano pensato da un gruppo di terroristi siriani prevede, infatti, l’eliminazione degli occidentali soliti a nutrirsi di prosciutti e salami: il virus letale, capace di uccidere in poche ore, dovrebbe essere veicolato dai suini che lo assorbirebbero attraverso l’acqua, ma dal quale non subirebbero alcun danno, limitandosi a trasmetterlo agli uomini. Possibile che ciò possa accadere? Di fatto la minaccia non è irrilevante, tuttavia il progetto non passa inosservato a chi dovrebbe vegliare sulla sicurezza dei cittadini. Un informatore  mette in modo un’attività di intelligence che vede in campo  “un cane da caccia di un tipo di ordine costituito”, così si definisce egli stesso (pag. 237): Alto (che di fatto, come leggiamo, è di statura normale). Ma il suo è un nome parlante il cui significato lasceremo scoprire al lettore. Sotto di lui, tra l’altro, troveremo  Naima, una killer che avevamo incontrato nel precedente romanzo di Riccardo La Cognata (“La transazione”, 2018, Ventura Edizioni). Facciamo attenzione “Acque Formate” non è certamente la continuazione de “La transazione” da cui viene, per così dire, “scorporata” Naima (tecnicamente si tratta di un procedimento chiamato “spin-off”) che assume  un profilo psicologico diverso, più femminile, capace di lasciarsi coinvolgere nella difesa di un adolescente bullizzato e di vivere una relazione sentimentale con un collega.

Insomma, gli elementi per intrigare il lettore non mancano. Aggiungete a quanto detto finora (poco, volutamente, visto che non è possibile rivelare  che l’assassino è il maggiordomo) l’abilità narrativa e l’intelligente ironia per  rendere allettante la lettura .Anche perché  bisognerà scoprire se il virus influenzale emorragico messo a punto in un laboratorio bunker riuscirà a diffondersi e con quali conseguenze.

A questo punto, sono sicura che vi stiate chiedendo se Riccardo La Cognata si sia ispirato all’attualità: l’autore dichiara di avere iniziato  a scrivere “Acque formate” nel 2018, ma che l’idea è addirittura precedente e che  “è solo una coincidenza del caso”. Io, personalmente, gli credo.  Voi decidete liberamente.

Impegno civile e passione letteraria

Nel centesimo anniversario della nascita di Leonardo Sciascia, voglio celebrarlo con le sue pagine, ritenendo che nessuno meglio di lui possa parlare delle sue opere.

Propongo, pertanto, i brani di due suoi scritti (due tra tanti) che ho tanto amato e che rileggo sempre con grande emozione. Sono stati fotografati dalla raccolta pubblicata nel 1987 nella colanna “I classici Bompiani”, per me bene assai prezioso.

“Le parrocchie di Regalpetra” il romanzo nato dalla sua esperienza come maestro. Un documento di impegno civile, ma anche il racconto di quello che eravamo, di cosa la scuola abbia significato e dei tanti privilegi di cui, per fortuna, gli alunni di oggi godono.

Le pagine che seguono sono tratte da “La scomparsa di Majorana” un giallo tutto italiano sul quale ancora vi sono tanti dubbi. Sciascia, però, una possibile verità l’aveva intuita. Il testo che segue è anche una profonda riflessione sulla “morte”.

Burattini senza fili, orfani del libero arbitrio

Immaginate che qualcuno vi offra un braccialetto super tecnologico, forse esteticamente non particolarmente avvincente, ma capace di interagire con la parte più profonda del vostro essere, suggerendovi di lasciare perdere durante  una discussione che sta alterando il vostro umore o segnalandovi il negozio da cui è possibile ricevere sulla porta di casa i vostri biscotti preferiti, in un formato extrafamiliare e scontatissimo. Aggiungete a ciò che questo braccialetto super tecnologico è in grado di indicare un piano alimentare e di fitness che vi permetta di tornare in forma, giovani (almeno nello spirito) e scattanti, pronto a segnalarvi eventuali eccessi che potrebbero compromettere il risultato raggiunto.

Aggiungete ancora che  l’uso di tale braccialetto super tecnologico vi consenta l’esonero dal ticket sanitario e l’accesso a negozi esclusivi da cui uscire senza passare dalla cassa: l’acquisto sarà registrato dal vostro monile avveniristico e prontamente addebitato sul vostro conto.

Probabilmente, qualcuno, forse tra i più pigri, dirà che non sarebbe male.

Altri, probabilmente più maliziosi, si chiederanno quali sarebbero le condizioni per avere accesso a così tanti privilegi.

Sono proprio questi ultimi a porre l’attenzione sul tema del romanzo di Rielli il quale, attraverso la confessione del protagonista, Marco De Sanctis, ci offre un’analisi spietata del tempo che stiamo vivendo prospettando una società futuribile, senza dubbio distopica, ma che (come è accaduto con altri romanzi distopici) rischia di diventare profetica. 

Marco De Sanctis scopre che  con la sua laurea in Filosofia difficilmente potrà entrare nel mondo del lavoro. Potrebbe tentare con l’insegnamento, ma le liste di attesa sono lunghe e potrebbero trascorrere dei decenni prima di potere conquistare una cattedra. Decide, pertanto, di sfruttare la propria cultura e l’abilità narrativa inventando un blog satirico che, in breve, ottiene un notevole successo. Uno spazio virtuale attraverso il quale denunciare il “male che le macchine, i computer, gli algoritmi stavano facendo all’umanità”.

In breve tempo, però, Marco De Sanctis entra a far parte proprio di quel mondo da cui si sentiva estraneo (si definiva addirittura un luddista!) e fonda una startup, la Before, un’azienda di Big Data, capace di prevedere il comportamento di milioni di consumatori, grazie alla quale si ritroverà ricchissimo, senza però arrendersi (anche se in alcuni momenti potrebbe sembrare il contrario) alla realtà digitale, a quel mondo virtuale che ci vorrebbe tutti burattini manovrabili, senza cultura, né senso critico, cieche e obbedienti pecorelle, pronte a seguire a capo chino il capo branco.

Perché è questo quello che si vede sulle piazze virtuali che tutti, oramai, frequentiamo, mettendo in mostra la nostra vita e pronunciando sermoni su argomenti di cui non sappiamo nulla. Perché  nella società del digitale non contano né conoscenze, né competenze. Un concetto che Rielli ha ben chiaro: 

“Come lo spieghi a un bambino che cresce e che vede che l’insulto è senza conseguenze, che il merito non conta un cazzo, tantomeno il lavoro, il farsi il culo, l’appassionarsi a un progetto, il sapere qualcosa. No, solo l’odio, la superficialità, nessun senso di giustizia”.

Chi scrive sa, per professione, che quanto  appena citato ha solide fondamenta:  purtroppo, la convinzione che l’impegno e  lo studio, rigoroso e approfondito, servano a ben poco, visto che tutto è disponibile (hic et nunc) su internet,  è sempre più radicata. E, ahinoi, non   solo  tra i giovani con scarsa voglia di impegnarsi!  Quei giovani educati, sul modello di molti adulti, a inseguire bisogni mimetici  che non potranno mai soddisfare. Quei giovani che, magari seguendo le indicazioni di un capo popolo, attribuiranno la responsabilità del fallimento alla vittima di turno da sacrificare sull’altare di un dio senza nome. Non è dunque  un caso che il protagonista faccia sua la lezione dell’antropologo René Girard le cui teorie ispirano il “Documento strategico Before” che chiude il romanzo.

Quello che tutti dovrebbero sapere

Crosby è l’insignificante cittadina del Maine, Stato  sull’Oceano Atlantico, che  grazie alla narrazione di Elizabeth Strout (premio Pulitzer nel 2009 ) diviene caleidoscopio di un’umanità provata dalla quotidianità, a tratti drammatica, del vivere.

Al centro   c’è Olive Kitteridge che nonostante la sua presenza sia talora limitata ad un’ immagine evocata dalla memoria di qualche personaggio, può essere considerata la protagonista di quello che, pur presentandosi come una raccolta di racconti, è di fatto un romanzo corale, con numerosi protagonisti. Tra tutti  emerge dando unitarietà alla narrazione Olive Kitteridge, donna apparentemente  impossibile, nervosa e scostante, insegnante di matematica temuta dagli alunni i quali, anche quando la incontreranno (o semplicemente la ricorderanno) da adulti avranno ben presente la paura che incuteva tra i giovani studenti della settima classe (più o meno la seconda media italiana).

Olive Kitteridge è inizialmente la moglie vista attraverso lo sguardo del marito, Henri, affettuoso e gentile, amato da tutti, aggredito verbalmente dalla propria compagna che riversa su di lui tensioni, frustrazioni e nervosismi dopo una giornata di lavoro. È la madre energica, apparentemente poco amorevole (già anziana racconterà che era solita picchiare il figlio), la suocera incattivita dall’arroganza della nuora alla quale, il giorno delle nozze, (dopo avere macchiato con un pennarello un maglione) porta via un reggiseno ed una scarpa che poi abbandonerà nel contenitore della spazzatura di un bar.

 Tuttavia, chi seguendo il mio consiglio procederà nella lettura scoprirà anche tanti aspetti di Olive, una molteplicità di sfumature e sentimenti che la rendono realisticamente donna, con le sue contraddizioni e paure, capace di amare e di odiare, pronta a sottrarsi, ma anche ad offrirsi con generosità. Provata dalla vita, delusa negli affetti, riconoscente nei confronti dell’amore incondizionato del marito Henri, Olive Kitteridge a settantacinque anni scoprirà “che l’amore non va respinto con noncuranza, come un pasticcino posato assieme ad altri su un piatto passato in giro per l’ennesima volta. No, se l’amore era disponibile, lo si sceglieva, o non lo si sceglieva”

Ed è così che Olive Kitteridge si erge  a maestra di vita, ricordando a sé stessa, ma anche a al singolo lettore  

“quello che tutti dovrebbero sapere:

che sprechiamo inconsciamente un giorno dopo l’altro”.

Storia di un delitto

Il  4 marzo del 2026 l’Italia viene turbata da un omicidio, per mesi al centro di discussioni, dibattiti televisivi, interviste ad esperti di cronaca nera e criminologi. Sul quale sono stati spesi fiumi di parole e di aggettivi  insufficienti per rispondere ad un’unica domanda: “perché?”. Certo i tentativi di spiegare le ragioni che hanno spinto due giovani a seviziare, torturare ed uccidere crudelmente un ventenne, che aveva accettato il loro invito sperando di potere intascare qualche centinaio di euro, non sono mancati. Tuttavia, non sono riusciti a chiarire  fino a fondo come si possa arrivare a macchiarsi di un delitto maturato assieme ad un delirio pseudo esistenziale, alimentato da   abuso di cocaina  e alcool.

  Luca Varani aveva vent’anni, era stato adottato da due ambulanti romani, aveva una fidanzata e tanti amici, era apprezzato e amato, ma aveva sempre bisogno di denaro che spendeva giocando alle slot machine. Il bisogno di denaro lo aveva spinto ad accettare l’invito di Manuel Foffo e Marco Prato, attirato dal miraggio di un facile guadagno, concedendo per qualche ora il proprio corpo. Solo che su quel corpo Foffo e Prato hanno infierito con una ferocia inaudita, spinti da un furor tragico che hanno tentato di giustificare (con abile dialettica Prato, con insicurezza emotiva Foffo) mostrandosi come vittime del sistema familiare e sociale che si sarebbe rivelato inadeguato alle loro esigenze esistenziali.

Nicola Lagioia ricostruisce  i giorni trascorsi da Foffo e Prato nell’abitazione del primo e culminati nel delitto di Varani in un reportage rigoroso, con lo  sguardo oggettivo di chi guarda le vite degli altri senza la presunzione del giudizio, ma con profonda Pietas (l’uso dell’iniziale maiuscola non è un refuso), quel sentimento nobile che ci spinge a guardare al dolore con partecipazione e solidarietà, che ci rende consapevoli che potrebbe accadere a chiunque,  anche a noi.

Per questo penso che “La città dei vivi” non sia un libro per gli amanti della cronaca nera, come è stato detto da qualcuno, in maniera semplicistica.

 Ne “La città dei vivi” c’è molto di più: c’è Roma con la sua bellezza e le sue contraddizioni, la Roma dalla quale è difficile fuggire (Nicola Lagioia ci ha provato, senza però riuscirci a lungo), con i suoi scandali, con i topi che cadono giù dai soffitti di uffici pubblici, con i gabbiani attratti dai cumuli d’immondizia. La Roma dei due papi e senza un sindaco. La Roma del Mondo di Mezzo e delle strade in cui perdersi per poi ritrovarsi. La Roma non nuova a delitti efferati (ricorderete il delitto del Circeo!).

Ne “La città dei vivi” c’è lo sguardo di un cronista (abile narratore) che ci guida alla scoperta che non è poi così difficile superare il limite che in un istante possa condurci dall’altra parte e cambiare la nostra vita, radicalmente e per sempre. Come è accaduto a Foffo e Prato. Nicola Lagioia  conosce bene la debolezza di chi si trova sul confine, per esperienza personale che condivide con i suoi lettori, senza alibi né giustificazioni. Lasciandoci una domanda: perché siamo soliti dire “fa che non succeda a me”, mentre non diciamo mai “fa’ che non sia io a farlo”?

I perché della Storia

Nella parte meridionale dell’Inghilterra, nella contea del  Lincolshire, vi è un’ampia area paludosa, oramai bonificata e sottratta all’acqua, caratterizzata da un paesaggio desolatamente piatto. È questa la regione dei Fens (termine con cui gli inglesi indicano una sola area di palude o già bonificata), “Il  paese dell’acqua” del romanzo di Graham Swift.

 In questo paese ha vissuto gli anni dell’infanzia e della giovinezza Thomas Crick, vecchio professore di storia, allontano dall’insegnamento con un provvedimento di pensionamento anticipato conseguente ad un programma di ridimensionamento, attuato per tagliare le spese, eliminando il  superfluo, la storia, appunto.

Di fatto, il preside, il signor Lewis,  un tempo amico di Thomas Crick, maschera con il pensionamento il licenziamento di un professore ritenuto oramai inadeguato, come inadeguata sembra la conoscenza storica a chi non ha cuore la cultura, ma esercita la professione di freddo burocrate attento ai numeri, convinto che “bisogna preparare i ragazzi alla vita reale”.  Annunciando a Crick il pensionamento, infatti, dichiara:

“Mandiamo almeno uno di questi ragazzi nel mondo

 con il senso della propria utilità, con la capacità di applicarla,

con un po’ di nozioni pratiche,

e non con qualche straccio di informazioni inutili”.

 Una visione della scuola che, ahinoi, non è nuova, nemmeno dalle nostre parti.

Una scuola che non ha come progetto la formazione di persone capaci di pensare, di comprendere il mondo intorno a sé. Capaci di  leggere ed interpretare il presente, grazie all’apprendimento critico del passato.

Perché è a questo che serve la Storia. Ed è per questo che l’insegnamento della Storia (anche in Italia) viene ridimensionato: perché chi pensa fa paura, chi pensa non viene indottrinato dall’alto come invece può essere fatto con chi ha solo qualche competenza pratica, utile, forse neanche tanto, a trovare un lavoro da subalterno.

A muovere Lewis è anche la convinzione che il vecchio Crick sia “fuori di testa”, “rimbambito” perché ha interrotto l’insegnamento dei grandi Fatti Storici, per raccontare storie, fatti del passato nelle terre dei Fens, della disperata fatica degli uomini (da un certo punto anche gli antenati di Crick) per strappare le terre alle acque, drenando ininterrottamente il fango,  combattendo  contro le alluvioni e il tentativo della natura di riconquistare le terre che le vengono sottratte.

Contrariamente a quanto pensa Lewis, quelli del vecchio professore di storia non sono i racconti di un folle che ha perso di vista i contenuti del proprio insegnamento. Sono piuttosto il racconto di un uomo consapevole di parlare a degli adolescenti concentrati sul presente, sull’Adesso, sul Qui e Ora.   

“Quante volte accade che il Qui e Ora si presenti a noi?”

È questa la domanda chiave del romanzo da cui scaturisce il viaggio nella memoria di Crick, un racconto in cui i diversi piani temporali (il passato lontano, ma anche recente e il presente)  si compongono come le tessere di un puzzle che disegnano un quadro drammatico i cui protagonisti si rendono responsabili di atti efferati, crudeli, a tratti brutali.

 Swift ci svela questo puzzle  componendo i pezzi, poco alla volta, lasciando intravedere quello che potrebbe essere, ma svelandolo con delicatezza, rispondendo (con   stile delicato, mai aspro, anche  quando ricorda fatti spiacevoli) ai tanti “perché” che la Storia  ci insegna a chiedere.

La profondità della leggerezza

La notte dell’ultimo dell’anno, Martin,  Maureen, Jesse e JJ, quattro sconosciuti apparentemente senza alcun  legame, si ritrovano, insieme loro malgrado, sul tetto di una casa di Londra, tristemente nota come “la Casa dei Suicidi”. Vi sono giunti da strade diverse, con diverse motivazioni, ma con un’unica intenzione: farla finita, lanciandosi nel vuoto.

Martin, conduttore di un talk televisivo, dopo essere stato  coinvolto in uno scandalo per avere avuto una relazione con una minorenne,  è stato lasciato dalla moglie, non può  più vedere le figlie, ha trascorso un lungo periodo in carcere ed ha perso il lavoro.

Maureen è una donna di mezza età, religiosissima, oramai sciupata e sciatta, che si è ritrovata, dopo un’unica notte d’amore con un uomo che l’ha lasciata, con un figlio tetraplegico a cui dedica tutto il suo tempo, tra mille difficoltà e sensi di colpa.

Jess, un’adolescente priva di regole,aggressiva, sboccata, superficiale e incolta,  è stata lasciata dal fidanzato proprio (come scopriremo presto) perché fuori di testa.

Infine, JJ arrivato a Londra dagli Stati Uniti, inseguendo il sogno del rock insieme ad una band che si è sciolta. È rimasto solo, senza più gli amici che sono ritornati in America né la fidanzata che lo ha lasciato.

Una situazione surreale che, nella drammaticità della situazione, viene narrata con leggera ironia da Nick Hornby,  autore inglese di successo, abile artefice di situazioni, narrate con realismo,  con uso efficace e pluralistico  della lingua  (tra l’altro, abilmente reso  nella versione italiana dal traduttore).

Il paradosso della situazione prosegue con la decisione dei quattro aspiranti suicidi di scendere insieme dal tetto del palazzo (lascio al lettore la scoperta dell’esilarante intervento di Martin per vincere l’ostinazione di Jess che non intende tornare sui propri passi) per andare alla ricerca di Chas l’oramai ex fidanzato di Jess.

I quattro  rimarranno insieme fino al  nuovo giorno e sigleranno un patto che li porterà a condividere giorni ed esperienze, ma soprattutto a scoprirsi complici e solidali, pronti  a sostenersi nella consapevolezza che, dopotutto e nonostante tutto, è sempre possibile trovare delle ragioni che diano un senso alla vita.

Così, prima dello scadere del termine dei novanta giorni (il tempo che si erano dati per ritrovarsi nuovamente sul tetto della Casa dei Suicidi)  i quattro aspiranti  suicidi si rendono conto che  alcune

“situazioni erano cambiate.

Non erano cambiate tanto in fretta, e neanche in modo radicale,

e forse non avevamo neanche fatto molto perché cambiassero”

Di fatto, il lettore scoprirà che a cambiare saranno Martin, Maureen, Jess e JJ perché hanno imparato a guardare  la vita con occhi nuovi, anche quando questa sembra schiacciarci con il peso dei fallimenti, delle delusioni, degli obblighi e delle maschere che abbiamo scelto di indossare. Temi, senza dubbio profondi che (il lettore scoprirà anche questo)  è possibile narrare  la profondità della vita con leggerezza ed ironia.

Malati di normalità

Giorgio, gigante disperato ed aggressivo, ha dentro di sé il bambino che aveva salutato la madre, uscita per andare a fare la spesa e  portata via dalla morte “senza avvertire nessuno, senza salutare”. Sul suo corpo porta i segni delle ferite che si è procurato ricordando quel giorno che ha segnato la sua vita, condizionando il suo rapporto con il mondo.

Alessandro , finita la scuola media, ha iniziato a lavorare con il padre per imparare il mestiere da muratore. Un giorno, in padre lo invita a tirare su un tramezzo e si allontana, convinto di fargli un regalo, offrendogli la possibilità di misurarsi con un lavoro importante. Al suo ritorno, però, il padre lo trova immobile, con lo sguardo fisso nel vuoto, perso in una dimensione dalla quale non riesce a tornare, nonostante i tentativi di scuoterlo. Vive come un vegetale, estraneo a tutto ciò che lo circonda.

Gianluca non riesce a fare accettare la propria diversità alla madre che la considera una malattia vergognosa da curare a forza di trattamenti sanitari obbligatori (TSO) che per lui rappresentano una vacanza dalla “normalità”, uno spazio di libertà in cui muoversi senza i condizionamenti materni.

Sono alcuni dei personaggi con cui Daniele trascorre una intera settimana nel reparto di psichiatria dove  viene ricoverato  in TSO per un’esplosione di rabbia che ha quasi provocato la morte del padre. Un’esperienza che lo ha segnato profondamente e che ha rappresentato il momento parossistico di un disagio esistenziale che lo aveva portato ad affidarsi a diversi medici le cui cure si erano rivelate inutili.

Contrariamente a quanto credeva Daniele (il Daniele del TSO) non serve la chimica a curare la malattia dell’anima.

Malattia che nasce dal disagio di fronte  al dolore del mondo.

Malattia che nasce dalla difficoltà di accettare con indifferenza la sofferenza di una umanità che porta su di sé il peso della vita, come una condanna.

Malattia che nasce dalla  necessità di dare un senso all’esistenza che si scopre effimera e che richiede “salvezza”.

“Salvezza. Per me.

Per mia madre all’altro capo del telefono.

Per tutti i figli e tutte le madri.

E i padri.

E tutti i fratelli di tutti i tempi passati e futuri.

La mia malattia si chiama salvezza, ma come?

A chi dirlo?”.

La vita, con le sue complicazioni, le sue delusioni, le sue amarezze, non pesa solo sui “pazzi”. Anche coloro che non manifestano la malattia mostrano ad un occhio attento (com’è quello di Daniele) il peso che grava sulle loro spalle. Così, ad esempio, Luciano, uno degli infermieri del reparto psichiatria dal quale, appena arrivato Daniele vorrebbe sfuggire, ma dove scoprirà il valore dell’amicizia, della solidarietà incondizionati, della pietà, della comprensione che ci portano a fare nostri il dolore degli altri.

“Non aprirsi mai alla pietà, svuotare l’uomo sino a farlo diventare un ingranaggio di carne.

Sentirsi padroni di tutte le risposte.

È questa la normalità?

 La salute mentale?

La vera pazzia è non cedere mai.

Non inginocchiarsi mai”.

Candidato al Premio Strega 2020, “Tutto chiede salvezza” non è semplicemente un romanzo.

Non è semplicemente un romanzo esistenziale.

È un dono che l’autore fa a noi lettore.

È il dono di un’esperienza drammatica e dolorosa che viene condivisa come dono per comprendere gli altri,   imparare a leggere dentro l’animo delle persone che incontriamo e (perché no?) anche dentro il nostro.

Madri e nonne per scelta

Non inganni il lettore la semplicità (soltanto apparente) dello sviluppo narrativo  (la storia di una nonna che segue, sfidando la distanza oceanica, i primi tre anni di vita della propria nipotina).

“Tempo con bambina”, infatti,  affronta temi profondi dell’esistenza: il primo, fondamentale, è che l’essere genitori, nonni, zii, non è la conseguenza di un fatto biologico. Si può essere genitori anche accogliendo dal mondo i figli, invece di donarli al mondo.  Come ha fatto Lidia Ravera, dopo la morte della sorella Mara che, gravemente ammalata, le ha affidato Maddalena,  la figlia non ancora adolescente.

Grazie a questa maternità, oggi Lidia Ravera è nonna di Mara (Mara piccola) – per distinguerla dalla sorella (Mara Grande) – la bambina  cui la narratrice è riuscita a dedicare parte del proprio tempo, sfidando quelli che nel libro definisce “pensieri da vecchia” (la difficoltà di raggiungere gli Stati Uniti sobbarcandosi lunghe ore di volo, ad esempio) nella ferma convinzione che la comunicazione a distanza, possibile grazie a Skype o Face Time, non possa sostituire la presenza fisica il cui valore non è equiparabile.

È questo un altro tema fondamentale del libro, tema legato al nostro tempo che a molti (fortunatamente non a tutti) regala l’illusione che la comunicazione in tempo reale, superando le distanze, possa sostituirsi al rapporto  fisico:                                      

  “Non costa niente.

Non costa, ma quanto vale?

Vale quanto la presenza?”

Il libro, comunque, ruota intorno all’essere nonna, soprattutto per una donna (qual è l’autrice) con un passato da femminista e che, in quanto tale, aveva escluso la possibilità della maternità, comunque abbracciata con consapevolezza e amore all’arrivo del proprio figlio naturale. Un ruolo, quello della nonna,  che non impone una funzione educativa rigorosa e severa, essendo questa riservata ai genitori, e che, conseguentemente, permettere di agire in maniera accattivante, mostrando soltanto la parte più piacevole di sé.

Che nonna è Lidia Ravera? Certamente, una nonna diversa da quelle del passato, chiamate a sostituire i genitori impegnati nel lavoro, che definisce madri “dal ventre appassito e dall’illimitata generosità affettiva”. Delle nonne di oggi scrive:

“Siamo nonne entusiaste, ma siamo sempre noi.

Quelle che non volevano essere madri e basta.

Quelle che non vogliono essere nonne e basta.

Noi. Una generazione di inquiete, invecchiate sì, riconciliate mai”.

Nonne tra i sessanta e i settanta, ma che continuano ad avere una vita professionale, nel caso della Ravera ricca di impegni. Nonne che non riempiono vuoti, ma sanno condividere le prime esperienze di vita dei nipoti, sebbene per pochi mesi all’anno.

Con Lidia Ravera durante l’incontro a Ragusa per la presentazione del suo libro per l’edizione 2020 di “A tutto Volume”
(credit foto ©️ A Tutto Volume)

“Tempo con bambina” si presenta come un lungo racconto a Mara Grande per renderla partecipe dei primi anni di vita della nipotina, ma anche per condividere le trasformazioni di un Paese che la morte prematura non le ha permesso di conoscere. Un Paese che dal ’93 (anno in cui è mancata la sorella dell’autrice) non è migliorato:

“perché l’Italia è diventata un paese piuttosto estivo.

Dal clima mite e dalle molte bellezze.

Un paese lento, festivo, divagante.

Infatti sono ducentocinquantamila all’anno i giovani intraprendenti

che se ne vanno all’estero,

per non rischiare una eterna coatta vacanza”.

Tra i giovani che hanno lasciato l’Italia per affermarsi all’estero c’è anche Maddalena la nipote/figlia di Lidia Ravera che ha raccontato la genesi del libro ai lettori ragusani (numerosi e attenti) durante gli incontri di “A tutto volume”.

credit foto ©️ A Tutto Volume

Il buio della ragione genera mostri

Ci sono libri che chiedono di essere letti e condivisi , soprattutto in alcuni momenti storici. “Il buio oltre la siepe” appartiene a questa categoria. Va letto  (hic et nunc) qui e ora, in questo tempo di intolleranze e   pregiudizi alimentati dal venticello (a dire il vero sempre più consistente) che soffia sul fuoco del razzismo. 

Non si pensi che siamo lontani dall’Alabama, che dagli Anni ’30 acqua sotto i ponti ne è passata tanta: i pregiudizi e l’insofferenza nei confronti del diverso (sia per il colore della pelle che  per l’orientamento sessuale, come, purtroppo, la cronaca continua a raccontare, quasi quotidianamente) orientano ancora oggi l’agire di molti.

Non sempre, però, si riesce a comprendere l’assurdità di certi atteggiamenti: per capirlo bisogna avere lo sguardo limpido di un fanciullo o l’integrità morale di uomini come Atticus Finch, l’avvocato protagonista del romanzo chiamato a difendere un giovane afroamericano, accusato di avere violentato una ragazza bianca.

A raccontare la vicenda  è la giovane figlia di Atticus, Scout, bimba  matura e responsabile che ama trascorrere la giornata in strada insieme col fratello maggiore , Jem, aspirando a diventare un ragazzo e allontanando da sé l’immagine della bambina pizzi e nastri in cui  la zia Alexandra vorrebbe trasformarla.

Con profonda ironia e apparente leggerezza Scout racconta l’avversione della zia nei confronti dei pantaloni, indossati abitualmente dalla bambina:

“Zia Alexandra era fanatica in materia di abbigliamento.

 Se portavo i pantaloni, non potevo assolutamente sperare di diventare una signora;

quando dicevo che vestita da donna non potevo far niente,

 rispondeva che non ero tenuta a fare cose che richiedevano l’uso dei calzoni.

 […] dovevo essere un raggio di sole nella vita solitaria di mio padre.

Le feci notare che si poteva essere un raggio di sole anche in pantaloni”.

Dopo la morte della mamma i due bambini  trascorrono la giornata con una domestica di colore, Calpurnia, ma la sera il padre dedica loro tempo e attenzione, con amore e determinazione, parlando loro con sincera profondità, senza gli infantilismi che, talora, ci sentiamo costretti ad utilizzare con i bambini. Ciò fa di Scout e Jem due ragazzini maturi, capaci di guardarsi intorno e di leggere con attenzione i fatti, oltre i luoghi comuni ed i pregiudizi. Così, quando il padre è chiamato a difendere un ragazzo di colore, comprendono le ragioni di Atticus, respingono, anche con l’uso della forza, gli attacchi e le accuse di quanti lo accusano di essere un “negrofilo”  e di non avere a cuore il bene della comunità bianca. Imparano a conosce la “malattia di Maycomb”, un virus pericoloso a causa del quale persone ragionevoli diventano “pazzi furiosi quando succede qualcosa in cui è implicato un nero”.

Un virus che ancora oggi circola, anche nella nostra società, che può avere conseguenze dolorose come impariamo leggendo “Il buio oltre la siepe”, romanzo di grande profondità, scritto con elegante ironia, che spinge a scavarsi dentro e ci mette in guardia contro il rischio del facile inciampo sul terreno viscido dell’intolleranza.

“Siamo naviganti senza navigare mai”

Ho preso in prestito da Ivano Fossati (“Naviganti”) il verso di una sua composizione per condividere con i miei lettori le riflessioni su “Avviso ai naviganti”,  romanzo pubblicato nel 1993 con cui Annie Proulx ha vinto il premio Pulitzer  e che ho letto come metafora dell’esistere. Una metafora che va ben oltre il semplice accostamento dell’esistenza come viaggio che la letteratura, a iniziare dal mito di Odisseo, ci ha raccontato.

Con una scrittura asciutta, essenziale, a tratti magari distaccata,  che non scivola mai nel facile sentimentalismo, Annie Proulx spinge in alto mare Quoyle, giovane uomo inadeguato e impacciato, non amato  dai genitori e da fratello, che quasi per caso si ritrova a lavorare per un piccolo giornale dal quale periodicamente viene licenziato e riassunto.

Sempre per casoo, incontra  Petal di cui si innamora profondamente e che sposa. La donna, che comunque gli darà due figlie, Banny e Sunshine, non ricambia l’amore sincero di Quoyle che tradisce spudoratamente e liberamente, anche nella stessa casa coniugale, mentre il marito e le figlie dormono al piano di sopra. Fino al giorno in cui scompare da casa con le due figlie, lasciando nella disperazione Quoyle, pronto a perdonarle anche quell’ennesimo tradimento.

Il destino, però, fermerà la fuga d’amore di Petal che morirà in un incidente stradale, dopo avere abbandonato le due bambine che ha venduto per denaro e che Quoyle  col coraggio che solo l’amore può dare riesce a liberare.

Dopo la morte dei genitori, Quoyle,  al seguito della zia, di cui prima della morte del padre aveva ignorato l’esistenza, lascerà New York per l’isola di Terranova dove inizierà per lui una nuova vita, in una terra dal clima inospitale, ma dove riuscirà a conquistare amicizie, affetti, successo professionale.  Dove imparerà, superando ogni paura, a navigare sulle acque difficili che circondano quell’isola, ma anche, per tornare alla metafora iniziale, sulle acque insidiose della vita. Fino a scoprire che nella vita di un uomo può accadere di tutto anche “che l’amore arrivasse senza dolore e senza sofferenza”. Per Quoyle – a cui il lettore impara a volere bene, sentendolo accanto a sé oltre le pagine del libro, grazie alla tenerezza con cui si avvicina agli altri – una conquista che farà propria con lentezza, ma che, senza dubbio, non si lascerà sfuggire.

Annie Proulx fa precedere l’inizio di ogni capitolo dall’immagine e dalla definizione di un nodo marinaresco, presi in prestito  da “Il grande libro dei nodi” di Clifford W. Ashley a cui affida anche la citazione, posta  in calce alla dedica, che riportiamo lasciando al lettore la libertà di decodificarla, in base alla propria sensibilità ed esperienza personale di navigante al di là del mare:

 “In un nodo con otto incroci, un numero che si può ritenere medio, sono possibili 256 combinazioni.

Basta un cambiamento nella sequenza di questi incroci,

e il risultato è un nodo completamente diverso,

oppure  il nodo si disfa del tutto”.