25 aprile: giorno della memoria dell’Italia liberata

Nell’anniversario della liberazione dal nazifascismo ho voluto proporre il saggio di Michela Ponzani. L’autrice, docente di Storia contemporanea all’Università “Tor Vergata” di Roma, ha raccolto le voci delle donne (mogli, madri, figlie, nipoti…) delle vittime delle Fosse Ardeadine.

Una straghe voluta dai nazisti con la complicità dei fascisti che, scrive Michela Ponzani, fecero la lista degli italiani: “potevano farli scappa, invece li consegnarono ai tedeschi” (pag.17)

Una tecnologia che si comporta come un adolescente

Sono pochi, poschissimi i supereroi che hanno poteri tali da travalicare i loro limiti umani, fisici o mentalik, mentre gli LLM, in quanto strrumento, sono un superpotere condiviso (basta sapere leggere, scrivere e avere un computer). Siamo in tanti ad averlo – la stragrande maggioranza. Praticamente tutti. (pag. 107)

Non ci sono dubbi: l’intelligenza artificiale è la grande scommessa che siamo chiamati a vincere. Come tutte le novità, essa inquieta e dà la possibilità ai catastrofisti di disegnare scenari oscuri in cui questa sostituirà l’uomo. Sarebbe certamente una prospettiva inquietante se non fosse che l’IA non possiede (contrariamente a noi piccoli esseri umani) un’intelligenza creativa, ma imitativa. Come si comprende già dal titolo del libro di Marco Malvaldi che, con competenza scientifica e verve narrativa, affida al saggio appena pubblicato da Bompiani riflessioni e indicazioni fondamentali (frutto di studio e ricerca) per muoverci nel mare magnum dei LLM (Large Laanguage Models). Perché, qualora non fosse chiaro, tutti noi, in un modo o in un altro, quotidianamente entriamo in contatto con l’IA che siamo chiamati a conoscere per non esserne soggiogati. Per questo, la vostra lettrice, ispirata da Malvaldi, ha deciso di fare un esperimento con “Al Mode”, il motore IA offerto, gratuitamente, da Google, a cui ho chiesto:

“Scimmia Sapiens” è il libro appena uscito di Marco Malvaldi. Il sottotitolo la definisce una “Lettera a un adolescente sull’intelligenza artificiale”. Cosa pensi di questo libro?

Ecco la risposta:

“Scimmia Sapiens. Lettera a un adolescente sull’intelligenza artificiale” è un saggio divulgativo di Marco Malvaldi, pubblicato da Bompiani a fine marzo 2026. Il libro si distingue per un approccio equilibrato che evita sia i toni apocalittici sia gli entusiasmi acritici. Ecco i punti chiave che definiscono l’opera:  […]

Ve li risparmio per passare alla mia seconda domanda. Certamente, provocatoria. Chiedo dunque a IA:

Chi è l’adolescente a cui si rivolge?

Ecco la sua risposta.

L’adolescente a cui Marco Malvaldi si rivolge in “Scimmia Sapiens” è, nello specifico, suo figlio. Il libro è concepito come una lettera aperta proprio per rispondere alle curiosità e alle necessità di comprensione di un ragazzo che si affaccia su un mondo dominato dalle nuove tecnologie.

A questo punto prosegue soffermandosi sullo stile discorsivo del libro, ma io voglio sottolineare il suo errore (perché anche degli sbagli dell’intelligenza artificiale parla Malvaldi).

Penso che ci sia qualche errore. Alla fine del libro, Malvaldi identifica “l’adolescente del sottotitolo”, ma non parla del figlio. Mi chiedo, tra l’altro, sei sicura che Malvaldi abbia dei figli.

Hai ragione a sollevare il dubbio: Marco Malvaldi ha effettivamente un figlio, nato dalla relazione con la moglie e co-autrice Samantha Bruzzone, ma l’identità dell’adolescente nel libro “Scimmia Sapiens” merita una precisazione importante. Sebbene molte presentazioni del libro citino il figlio come ispirazione per il tono colloquiale, alla fine del volume l’autore svela che l’adolescente a cui si rivolge non è un individuo specifico della sua famiglia, bensì l’intelligenza artificiale stessa

Come vedete, il motore di ricerca ha commesso un errore, ma prontamente ha cercato di rimediare, facendo riferimento ai testi che parlano del libro. Perché essa assomiglia a certe persone con cui siamo costretti a relazionarci: devono cadere in piedi. Dobbiamo averci a che fare, ma essere consapevoli del suo funzionamento, delle possibilità e dei limiti che la caratterizzano. Uno tra tanti, indicato da Malvaldi nel suo libro, con un esempio botanico che qui riporto: “Se, per intendersi, ho nel mio giardino un acero che tocca una siepe, per un algoritmo come quello di cui stiamo parlando ci saranno alcune foglie della siepe che per lui sono foglie d’acero (perché sono molto vicine ad alcune foglie dell’acero), mentre le foglie d’acero cadute non vengono riconosciute come tali (perché sono distanti da tutte le altre foglie d’acero). Pag. 39

Lettere a un poeta

Quando, giunte alla fine della loro vita, serenamente distese, volgeranno il loro viso al muro della morte, tra la donna che ha goduto appieno della felicità di essere amata e la donna che può dire di avere avuto poche gioie ma di avere amato, a quale delle due Dio vorrà concedere il tranquillo riposo? Ed esiste, in questo mondo, una donna che possa dire a Dio: “Io ho amato”? (pag. 98)

A cosa serve la poesia? Perché si scrivono le poesie?

A chi avesse dei dubbi su cosa rispondere consiglio il romanzo di Inoue Yasushi, critico d’arte e poeta, che nel 1949 esordì come narratore con questo scritto breve, ma di immediato successo.

Non lasciatevi fuorviare dal titolo: il romanzo non ha nulla a che vedere con la caccia verso la quale, anzi, il narratore rivela immediatamente di non avere mai avuto particolari simpatie o interessi. Invece, il fucile del titolo (“un Churchill a doppia canna”) ha a che vedere con la poesia. Più precisamente, con un poemetto che, per fare un favore ad un amico, il narratore scrive per “il modesto bollettino dell’Associazione venatoria giapponese”.

Nei suoi versi il poeta ritrae un cacciatore “con una grossa pipa di marinaio in bocca/gli stivali ai piedi, e un setter che gli correva avanti”, proprietario del fucile di cui dicevamo prima. Niente di straordinario, se un cacciatore, leggendo la poesia nella rivista di cui dicevamo, in quella descrizione non avesse riconosciuto sé stesso. Un sé stesso che, oramai, non esiste più, per ragioni che intende raccontare al poeta meritevole di “avere ritenuto il mio povero stato d’animo, così lontano da ogni altezza spirituale, argomento di poesia”.

Il cacciatore affida ad una lettera le sue riflessioni sulla poesia che sintetizza così:” posso dire di avere compreso lo straordinario potere intuitivo di quella speciale creatura che è un poeta”.  

Dopo la propria, il cacciatore invierà al poeta altre tre lettere, ricevute da tre donne diverse, ma della cui esistenza ha fatto parte: tre lettere capaci di fare luce su tre vite, apparentemente lineari, ma che nascondono tanti lati oscuri. Il romanzo, quindi, prende forma intorno a tre lunghe lettere che propongono un’infinità di riflessioni su ciò che crediamo di conoscere della vita delle persone a noi vicine, sull’amore e il tradimento, sulla fedeltà e l’inganno, sulle apparenze e le menzogne, necessarie per andare avanti. Non a caso, la verità sarà causa dello sconvolgimento della vita del cacciatore e delle tre donne.

Un lavoro che diventa essenza di vita

“Una mamma è fatta di cielo, sparge semi di meraviglia, è la nenia sussurrata all’orecchio, è respiro di vita” (pag. 27)

Insegnare non è un lavoro come gli altri.

La frase potrebbe apparire retorica, ma è molto lontana dall’esserlo. Perché insegnare non si esaurisce nelle ore trascorse a scuola, ne valica i confini, invadendo la vita personale del docente. Non mi riferisco alle ore di lavoro non riconosciuto (preparazione e correzione delle verifiche, organizzazione delle lezioni, incontri con i genitori…) ma necessario. Mi riferisco, piuttosto, alle emozioni, sia positive che negative, che non possono essere chiuse in un cassetto, completato l’orario di lavoro. Studenti e colleghi non sono pratiche burocratiche e, soprattutto per quanto riguarda i primi, la relazione che stabiliamo rischia di comprometterne il successo scolastico e, con esso, il futuro.

Marinella Tumino sa bene che per insegnare bisogna amare. Sa che il Suo (il nostro) lavoro lascia tracce nella mente e nel cuore delle ragazze e dei ragazzi che ci vengono affidati. Sa che molti dimenticheranno la lezione di letteratura o storia, ma, quasi certamente, ricorderanno sempre il legame con chi ha segnato la loro vita di adolescenti. Non ameranno la materia che insegniamo, se non si sentiranno amati e accolti dalla professoressa.

“Bar del Professore” supera quindi i limiti del romanzo, per elevarsi a testimonianza di vita quotidiana di una donna e un’insegnante che non si risparmia e si lascia coinvolgere nei piccoli/grandi drammi di adolescenti, spesso, insicuri, titubanti nell’individuare negli altri adulti di riferimento persone disposte ad ascoltare e consigliare.

Perché è questo che fa la differenza e arricchisce il lavoro dell’insegnate: essere riconosciuto non solo per le nozioni trasmesse, ma anche per sapere ascoltare e comprendere, senza giudicare.

Il bar del titolo diventa per studenti e professori il luogo di ritrovo, necessario in un tempo, non troppo lontano dal presente, delle restrizioni per il covid, scelto da Marinella Tumino per contestualizzare il proprio romanzo. E non penso sia un caso: Marinella conosce il prezzo che milioni di adolescenti hanno dovuto pagare nei mesi terribili del lockdown. Sa che la scuola, con l’invenzione della didattica a distanza, ha rappresentato per studenti e studentesse, ma anche per i loro insegnanti, una possibilità di normalità che ha dato significato a giornate lunghissime.

Smettere di inseguirsi per iniziare a costruire

“La vita dentro i fogli Excel è sempre così rassicurante”

“Non sarò più la Veronica suadente del video, nessuno mi riporterà indietro”

L’amore è fatto di parole, gesti, oggetti. Proprio questi ultimi, permanenti nella loro concretezza, quando l’amore finisce, possono trasformarsi in simboli dolorosi. Disfarsene diventa dunque un atto liberatorio, necessario per superare la sofferenza psicologica e chiudere definitivamente una relazione. Che farsene, dunque, di oggetti ricevuti in dono da chi abbiamo amato e ci ha amato? Alla domanda ha risposto una coppia di Zagabria che ha fondato il Museum of Broken Relationship (Museo delle relazioni interrotte) per custodire gli oggetti sopravvissuti alla loro vita di coppia.

La struttura, nel cuore della città croata, viene ogni anno visitato da migliaia di persone, anche coppie come Giacomo e Veronica, protagonisti del romanzo di Maurizio Bonetto.

Nella finzione narrativa i due, appena fidanzati, visitando Zagabria si ritrovano nel museo e per ore vengono catturati dalle notizie che ricostruiscono la storia dei singoli oggetti, inviati da donatori anonimi. Col senno di poi, Giacomo attribuirà il fallimento del proprio matrimonio a quella visita considerata un cattivo presagio.

All’idea che un amore possa finire per Giacomo bisogna avvicinarsi con lo stesso atteggiamento riservato all’idea di malattia: “meglio non parlarne, meglio non immergere il cervello in un catino pieno di possibili modi per infrangere un amore”.

Per vent’anni, tanto è durata la sua relazione con Veronica, Giacomo ha cercato di non pensare alla possibilità che un amore possa anche infrangersi. Fino alla sera in cui, rientrando a casa, trova la moglie in salotto con un altro uomo. Lo stanno aspettando per comunicargli che hanno una relazione.

«Ciao Giacomo, dobbiamo parlarti.»

Così si apre il romanzo che, per poco meno di duecento pagine, ricostruisce un rapporto ventennale alternando le voci dei due protagonisti, attraverso le scene da un matrimonio dalle quali emerge che per costruire una relazione felice non basta circondarsi di oggetti di valore, di elettrodomestici all’avanguardia, di gioielli. Come non ci si può considerare al sicuro in una “villetta che sa di maestoso”, dentro le cui mura si prova a soffocare il dubbio che qualcosa non funziona, che non si conosce realmente la persona con cui si condivide la vita. Come Valeria ha provato a fare per anni, imponendosi di indossare l’abito che Giacomo aveva realizzato per lei e che diventava sempre più stretto.

Pagina dopo pagina, Bonetto ci conduce dentro una relazione di coppia che nella sua unicità potrebbe non essere straordinaria, spingendoci a riflettere su una visione di amore in cui “tu sei inseguito o inseguitore, ma non riesci mai a raggiungere chi ti sta davanti, che si sposta sempre alla tua stessa velocità”.

Giacomo ritiene questa “la maledizione dell’amore orizzontale” che ruota intorno al “gioco dell’inseguito e dell’inseguitore”. Tuttavia, il nostro protagonista ci dice di avere sognato che il sentimento maturo “si trasformasse in un amore verticale”. Una relazione matura in cui i due protagonisti smettono di pretendere dall’altro quello che non può dare e contribuiscano a “costruire” un manufatto duraturo che Giacomo immagina essere una piramide, un edificio solido, capace di resistere alle intemperie, dove proteggersi a vicenda.

Si legge, velocemente, con passione e partecipazione. Non vi sintetizzo la trama, per non mortificare il piacere della scoperta ai tanti simenoniani.

C’è il morto, naturalmente, ma non c’è l’assassino. A meno che, metaforicamente, non si considerino tali due dei tre eredi di Auguste, indifferenti davanti alla morte di colui a cui dovrebbero amore e riconoscenza, interessati al tesoro che il vecchio ristoratore aveva accumulato.

Con lo stile che lo caratterizza, leggero e senza ambizioni intellettualistiche, Simenon dispiega le ambizioni e le ignominie dell’animo umano, di individui sgradevolmente antipatici. Non mancano, tuttavia, tra i suoi personaggi quelli di animo nobile, disinteressati e onesti, ai quali, naturalmente, va la nostra simpatia, i veri eroi del romanzo e (permettetemi di scivolare sul romanticismo) della vita.

Il romanzo come nostos, ritorno a ciò che è perduto

“Amavamo i punti di passaggio. E forse, adesso che ci penso, quello fu Roma per me: una tappa intermedia imprevista e periferica che all’improvviso diventa l’aster della vita, l’interludio che soppianta il prima e il dopo. Roma non aveva mai chiesto di essere amata e [ …] non avrei capito di amarla o di volerla amare finché non fossi stato sul punto di perderderla”. (p. 335)

È il 1967 quando André Aciman, ancora adolescente, arriva in Italia assieme al fratello minore e alla madre sorda. La sua famiglia è tra le ultime a lasciare Alessandria d’Egitto, perché espulsa, al pari degli altri, dal governo nazionalista di Nasser in quanto ebrei sefarditi. L’arrivo in Italia riserva al giovane Aciman non poche delusioni: l’approdo al porto di Napoli; l’incontro con lo zio paterno Claude, emigrato già da diversi decenni e considerato (il lettore scoprirà se a ragione) un “orco” dall’intera famiglia; il passaggio al  campo profughi, fino all’arrivo a Roma per abitare in un appartamento messo a disposizione dallo zio e lontano anni luce dalla Roma affascinante e carica di storia che il protagonista aveva sognato.

Quella che diventerà la casa romana della famiglia Aciman sorge infatti in via Clelia, in un quartiere popolare che il giovane André rifiuterà e di cui si vergognerà. Fino al punto di mentire ai compagni dell’importante scuola americana che frequenta con il fratello.

“Avevo creduto che, appena fossi sbarcato in Italia, ogni cosa di me sarebbe stata cancellata. Mi sarei dimenticato chi ero o quello che avevo imparato in Egitto. Invece, con mio grande stupore, mi accorsi che, nonostante mi fossi trasferito da una sponda all’altra del Mediterraneo, non era cambiato nulla. Restavo lo stesso di qualche giorno prima, non ero svanito. Volevo dimenticare chi ero, voltare pagina, diventare un individuo nuova. Ma rimanevo quello di sempre e non ne ero felice.”(p.23)

André dunque inizia la sua esperienza italiana schiacciato da sentimenti negativi amplificati dalla consapevolezza di cambiamenti nella propria vita ed in quella delle persone a lui più care più che negativi. Mentre ad Alessandria vivevano nell’agiatezza, gli Aciman si ritrovano   ad affrontare difficoltà economiche e a dovere calcolare minuziosamente ogni singola spesa. A ciò bisogna aggiungere la consapevolezza di vivere in una famiglia disfunzionale (come diremmo noi oggi) a causa del profondo e insanabile conflitto tra i genitori che, pur rimanendo formalmente sposati, vivono di fatto da separati. Inoltre, mentre il fratello e la madre riescono a inserirsi nel nuovo quartiere, facendo amicizia con i nuovi vicini, Andrè si chiude nel proprio mondo, fatto di letture, ma anche di lunghe passeggiate alla scoperta di Roma che, poco alla volta, lo porteranno e scoprire la bellezza immaginata e a innamorarsi della città.

Fino al punto di temere il trasferimento a New York, tanto desiderato e per il quale si era tanto adoperato, per frequentare il l’Hunter College. Il trasferimento negli USA, vinte le resistenze anche paterne, viene quindi accolto ed organizzato come un passaggio, un evento temporaneo, necessario ad André per continuare gli studi universitari, dopo i quali la famiglia avrebbe dovuto fare ritorno in Europa. Parigi, infatti, contrariamente a quanto avvenuto con Roma aveva subito fatto innamorare Andrè  al punto da desiderare viverci.

Non accadrà: l’arrivo a New York sarà per la famiglia Aciman definitivo, ma il legame di Andrè con Roma (e forse anche con la via Clelia) sarà indissolubile, come testimoniano i continui ritorni e le passeggiate assieme alla moglie e ai figli, lungo le vecchie strade della sua adolescenza, in un nostos, un ritorno ad un passato cancellato per sempre.

“Anche quando, qualche anno dopo, ci tornai con uno dei miei figli, ormai adulto, il nostro vecchio appartamento non mi disse nulla; mi ricordavo tutto, ma non provavo nessuna emozione. Suonai il campanello quattro volte, ma neppure questo smosse qualcosa dentro di me, e quando chiesi ai nuovi proprietari se i termosifoni funzionavano, mi risposero di si, sempre, e mi dissero anche le finestre non si rompevano” (pag. 379)

Il “romanzo” di formazione di un Nobel

“Com’era vasto il mondo, e com’era ricco di varia umanità e strani accadimenti! E com’era alto il cielo sopra i tetti! E com’era profonda la terra sotto le pietre del selciato! E perché uomini e donne si amavano? E dov’era Dio, di cui si parlava sempre in casa nostra? Ero meravigliato, felice, estasiato. Sentivo di dover risolvere quell’enigma da solo, con la mia intelligenza” (pag.85)

Ci sono scrittori che hanno il potere di condurti nel loro mondo e di farti sentire parte di esso. Un mondo a te ignoto, perché storicamente e culturalmente lontano, che rappresenta una scoperta, sempre nuova e preziosa, ma di diventi parte, grazie all’abilità del narratore.

Isaac Bashevis Singer (premio Nobel per la Letteratura nel 1978) appartiene a questa categoria di scrittori. Qualcuno potrebbe obiettare che per lui è stato facile, avendo avuto il vantaggio e il  privilegio di vivere in una famiglia fuori dal comune, capace di ispirare pagine memorabili di letteratura nelle quali l’esperienza personale si erge a paradigma di una vita fuori dall’ordinario. Il padre, Rabbino in via Krochamalna, a Varsavia, svolgeva il proprio lavoro in casa: nel suo studio si celebravano matrimoni, banchetti chassidici; si studiava e si pregava, ma soprattutto si cercava di dirimere i conflitti più disparati tra personaggi di ogni tipo, attraverso la saggezza derivata dalla Torah di cui era interprete.

Ebreo puritano e pio, il Rabbino Singer, noto esempio di integrità e sobrietà, svolgeva il proprio lavoro con accanto il giovane Isaac che, tra le mura di casa, viveva l’esperienza di un mondo ancorato al passato, mentre fuori era in atto un cambiamento profondo, causa, tra l’altro, di conflitti familiari. Espressione del nuovo era, ad esempio il fratello maggiore Israel Joshua (anch’egli scrittore) schieratosi presto contro la rigida osservanza paterna:

“Eravamo gli eredi di un codice eroico non ancora descritto nella letteratura yiddish, la cui essenza consisteva nella capacità di sopportare le sofferenze per amore della purezza spirituale” (pag. 205).

Il mondo esterno, infatti, era abitato da una enorme quantità di gente che non condivideva gli ideali dell’anziano rabbino e della moglie, costretta a confrontarsi quotidianamente con la via Krochmalna e verso la quale provava un profondo sentimento di estraneità, amplificato dalla mancanza di denaro. 

Inoltre, alle difficoltà culturali della famiglia si affiancavano quelle economiche, da tutti affrontati con eroico stoicismo:

“Io andavo in giro con un caffettano che mi stava piccolo. Ogni tanto ricevevo un nuovo capo di vestiario, però solo quando quello vecchio era ridotto a brandelli”.

Presto, il giovane Isaac cominciò ad avvertire lo iato, sempre più profondo, tra il vecchio mondo dei genitori e il nuovo, abbracciato dal fratello. Infatti, mentre i genitori rimanevano fedeli a un ebraismo rigido e per questo respinto da molti, i figli sperimentavano le contraddizioni e le falsità dei numerosi personaggi che frequentavano la loro cara, per essere ascoltati dal padre, e la cui condotta di vita era lontana dalle prescrizioni della legge ebraica. Questa, per molti, era uno strumento per avere conferme ai propri comportamenti e sopraffare l’avversario. Furberie, meschinità, cupidigia, ipocrisia si manifestavano sempre con maggiore frequenza provocando, soprattutto in Israel Joshua, il rifiuto di un mondo a cui sentiva di non appartenere, ma (ed è questo l’elemento più significativo) non voleva più appartenere.

“Mio fratello … a causa delle sue idee emancipate, trovava difficile parlare con mio padre, che gli rispondeva sempre: Miscredente! Nemico di Israele!” (pag. 224)

Fu la guerra ad imprimere una svolta decisiva alla vita della famiglia Singer e a tutta la comunità ebraica, sebbene, dopo l’attentato di Sarajevo, si fosse diffusa la speranza di un cambiamento, di un miglioramento di fatto negato da eventi drammatici che avrebbero segnato un’epoca.

Imparare a perdonare e perdonarsi

“Benedette figliole. Benedette fanciulle con le lenti da vicino e le vene varicose, possibile che non capiate? Le orfane bianche siete voi. Voi siete davvero orfane bianche” (pag.225)

Natàlia, Lucia e Germana sono tre donne non più giovani che fin dalla prima infanzia sono state private delle cure materne. Le rispettive madri, infatti, per motivi affini (il disagio psicologico, in qualche caso emerso dopo il parto, che  le ha rese figlie delle loro figlie) hanno delegato ad altri, mariti, sorelle, parenti, l’accudimento delle tre bambine, rendendosi protagoniste di atti di rifiuto, talvolta reiterati, che –  come scopriremo nel corso della lettura – avrebbero potuto avere conseguenze gravissime. Al dramma dell’abbandono  si sono aggiunti dolori e perdite personali, sconfitte e delusioni eppure  Natàlia, Lucia e Germana, non più giovani ma nonancora anziane, non hanno rinunciato al sogno di avere del tempo per sé,  da vivere lontano, pur per brevi periodi, dalle rispettive madri di cui sono costrette ad occuparsi. Si tratta, com’è facilmente immaginabile, di relazioni tossiche, condizionate dal disamore accumulato nel corso degli anni, difficili da gestire e, apparentemente senza soluzione.

Fino a quando Lucia non propone alle due amiche, ritrovate dopo anni, di vivere tutte insieme, con le rispettive madri, nella sua grande casa e condividere le responsabilità dell’accudimento:

“Un incastro perfetto, considerato tutto.

Una società.

Un sodalizio.

Di più: un gioco” (pag. 29)

Le sei donne (le tre figlie di mezza età e le madri anziane) iniziano la loro convivenza che seguiremo attraverso la narrazione per quaranta giorni: da un mercoledì (18 febbraio, le ceneri) a una domenica (5 aprile, Pasqua di resurrezione). La narrazione, pardon la rappresentazione  di un lungo percorso quaresimale sarà seguita dallo sguardo attento e scrutatore di uno spettatore esterno: perché l’autrice, utilizzando in maniera sapiente e originale la scrittura, mette in scena personaggi, situazioni, sentimenti quasi fosse un dramma teatrale dove il comico e il tragico convivono, come sempre accade nell’esistenza quotidiana, per raccontare vite spezzate che imparano a ricomporsi, rapporti conclusi che possono ricominciare, affetti negati che si scoprono. Succede anche nella vita. Perché questo è la letteratura: la vita che diventa parola e che, attraverso la parola, si sublima.

Perché accada, però, è necessario scoprire verità e errori e comprendere come porvi rimedio. È necessario imparare ad accogliere e ad incontrare. È necessario sapere perdonare e perdonarsi, come per le nostre donne.

“Il perdono è nell’incontro.

L’uno fa un passo: chiede perdono. L’altro fa un passo: dà il perdono. Un dono più grande.

Il perdono è nell’incontro – nel passo in avanti, e non solo nel gettarsi in ginocchio. Ma anche chi perdona fa un passo verso l’altro, e si getta in ginocchio. Chi chiede perdono e chi dà il perdono sono sullo stesso piano, possono allungare una mano e si toccheranno. Usano i medesimi gesti. Conoscono gli stessi nomi. Essi chiamano male il male, e bene il bene. E tutto questo, coscienza”. (pag.309)