Viaggiatori anomali in territori mistici

Un atto d’amore per il cantautore che ha scritto la colonna sonora delle nostre vite

Ci sono incontri destinati a lasciare un segno indelebile nelle nostre vite. Avviene quando le nostre strade incrociano quelle di uomini che hanno tanto da dire e riescono a comunicarlo con la loro arte. Come la musica.

Franco Battiato ha rappresentato tutto ciò per il protagonista del romanzo, Federico Falco, cronista del settimanale Il Guiscardo,  che da Lecce vola in  Sicilia (con la  quale ha forti legami, grazie a nonno ‘Nzino di Scicli), alle pendici dell’Etna, per scrivere un articolo  sulla scomparsa dell’artista, lontano dalle scene da circa due anni. L’indagine, perché questo è, impegnerà Federico per giorni e, apparentemente, solo apparentemente, non porterà all’esito sperato. O meglio, non ci sarà l’esito sperato dal lettore. Perché  Federico, indagando, sarà costretto a scavare anche dentro di sé, a fare i conti con la propria vita, ma soprattutto con l’adolescente che è stato. Sarà, infatti,  costretto a risalire al tempo del suo primo incontro con il cantautore, quando questi non era ancora il Maestro, autore della colonna sonora che ha accompagnato le nostre vite. Non solo quella di Federico.

Il romanzo – un giallo sentimentale, se mi è concessa questa classificazione – si distingue per la scrittura elegante, ironica e colta; per i personaggi che, chi più chi meno,  accompagnano Federico, aiutandolo a far luce su un mistero che, magari, potrebbe non essere tale: Melina, l’avvenente barista, seducente e materna, capace di  coccolare, ma anche di redarguire, mentore e aiutante; suor Edith che cerca la presenza di  Dio “nell’eleganza di ogni stelo di ginestra, nel profumo delle cortecce d’albero, dentro la buccia perfetta di ogni ghianda” (pag. 84), ma che è anche capace di leggere in profondità i testi di Battiato, superando i luoghi comuni di molte interpretazioni; l’anziano sarto che lascia la propria bottega per concedersi una pausa caffè e racconta a Federico di quando ha cucito il gilet che Battiato ha indossato per il suo ultimo concerto.

È, però, Costanza, giovane astrofisica dell’osservatorio di Catania, il  personaggio destinato a scompigliare le (poche, a dire il vero) certezze di Federico,al cui passato è sorprendentemente legata; a spingerlo  a superare inibizioni e paure, a sorprenderlo con scelte decisive.

Nel racconto il co-protagonista è proprio Franco Battiato la cui assenza si fa presenza con le sue canzoni, attraverso le quali il Maestro ha conquistato l’immortalità, senza tempo né spazio. Come dice nei suoi versi che raccontano  dell’esistenza di mondi lontanissimi e che ci hanno regalato il sogno di avanguardie di un altro sistema solare.

Il Potere Taumaturgico della scrittura

L’autore, appena venticinquenne, fa il suo ingresso nel mondo letterario con un romanzo che, come nelle favole della tradizione, ha come protagonisti gli animali, con i vizi, le virtù, i sentimenti degli uomini. Disperati e speranzosi;  appassionati e crudeli;  devastati dalla vita, ma capaci di guardare oltre e reinventarsi;  sognatori e realisti proprio come gli uomini. I personaggi di questa storia sono faine, cani, maiali, tassi, ricci, volpi che allegoricamente ci rappresentano e ci dicono cosa siamo e cosa possiamo essere.

L’io narrante e protagonista è una faina, Archy:  il padre è stato assassinato da un umano che lo ha sorpreso a rubare, lasciando la moglie e i figli nella disperazione di un inverno che rende difficile, se non impossibile, cacciare. Il bisogno lascia poco spazio all’amore materno e agli affetti familiari, consumati dalla necessità di sfamare la nidiata, trascurando, chi particolarmente debole, sembra avere poche possibilità di sopravvivenza.

Così, quando, Archy, cadendo da un albero nel tentativo di portare a casa delle uova di uccello, rimarrà zoppo, sarà ceduto dalla mamma  alla  vecchia volpe usuraio. Ha inizio per Archy la sua nuova vita, il primo di tanti cambiamenti che caratterizzeranno la sua esistenza:

“La vecchia volpe decise di insegnarmi tutto quello che sapeva”.

In poco tempo, nonostante i maltrattamenti, Archy diventa l’apprendista della volpe che, intuendo di essere oramai alla fine della propria vita, desidera un erede a cui lasciare i beni accumulati in anni di usura violenta. In particolare, però, la volpe insegna ad Archy a  scrivere, a leggere ed interpretare un libro, il Libro, una bibbia rubata negli anni della giovinezza.

Alla lettura della bibbia la volpe ha dedicato parte della propria vita, convincendosi  di essere “un figlio di Dio” e decidendo di raccontare la propria esperienza, una vita di rapina e violenza con cui fare i conti, prima di superare la soglia dell’esistenza per andare verso un oltre di cui non si ha consapevolezza.

Il romanzo, così, supera i confini della favola, per diventare un libro sulla scrittura, su questa capacità, tutta umana, che ci rende  “figli di Dio”, regalandoci l’eternità, come dice Archy:

“mi fece riflettere sul potere della scrittura, quanto fosse immune al tempo”.

Per cui, oramai, vecchio, stanco e solo, disperatamente solo, Archy decide “che l’unico compromesso prima di sparire era raccontarmi”, fino a scoprire  il potere taumaturgico della scrittura:

“Più scrivo, più l’ossessione della morte si fa leggera.

La sconfiggo ad ogni pagina, specchiandomi nel colore, nelle linee che traccio.

Dio porterà la mia anima chissà dove, disperderà il mio corpo nella terra,

ma i miei pensieri rimarranno qui, senza età, salvi dai giorni e dalle notti”.

Affiderà il suo racconto autobiografico, insieme con la bibbia avuta in dono dalla volpe, al suo ultimo amico, Klaus, come un tesoro prezioso, da tenere sempre con sé:

“Ti diranno tante verità, ti faranno male,

ma non potranno mai ingannarti su quello che sei,

su quello che siamo”.

Non si sfugge dai fantasmi, quando si evocano

“Ci sono momenti della vita in cui si cresce e si invecchia in poco tempo. Accade nel dolore, certo, accade anche nello smarrimento, nel fatto che prima il mondo ha la terra e il cielo e poi il mondo ha l’inferno, la terra e il cielo”.

Così Margherita, protagonista e voce narrante del romanzo, riflette sulla storia che, nella finzione letteraria, ha iniziato a narrare, come un diario di eventi oramai lontani, ma che hanno segnato la sua esistenza, spingendola lontano dall’Italia, fino in Australia, nella consapevolezza, tuttavia, che “Non c’è più il tempo per ricominciare a vivere”.

Non potendo più “ricominciare a vivere”, Margherita viene sollecitata a scrivere  per raccontare quello che definisce un incantesimo che la tenne prigioniera spingendola a compiere azioni irreparabili, per riuscire a fuggire e conquistare (solo apparentemente, tuttavia) la libertà. Il diario di Margherita, come apprenderemo,  ha una finalità terapeutica (nella narrativa italiana, questa non è certamente una novità), ma il lettore non saprà mai se l’esito sarà positivo. Come non saprà (il lettore) cosa sia realmente accaduto nella casa di vetro, da cui era possibile vedere la cupola di San Pietro, che Margherita aveva definito una Camelot, luogo incantato, di leggende fiabesche, insomma, ma che ben presto si rivelerà un finis terrae, un hortus conclusus in cui niente è come appare.

Margherita viene accolta nella casa di vetro (una villa senza pareti di cemento, appunto, attribuita al  celebre architetto contemporaneo Rem Koolhaas) come istitutitrice di Lucrezia e Lavinia, due gemelle deliziose e talentuose, alle quali dovrà insegnare le lingue straniere e seguire nello studio del pianoforte e nello sport. Le due gemelle, però, riveleranno ben presto una forza soprannaturale, capace di determinare gli eventi e richiamare fantasmi inquietanti dai quali Margherita dovrà fuggire.

“Loro” si presenta come un romanzo gotico, nel solco della tradizione letteraria del genere, ma, come lo stesso autore ha avuto modo di affermare, è anche altro. Può infatti essere letto come un romanzo di fantasmi, come un romanzo sul bene e il male, sull’essere e apparire, su ciò che è reale e ciò che è immaginato. Insomma, “Loro” è un romanzo che sfugge ad ogni definizione,  che inquieta, ma nello stesso tempo rasserena, perché spinge il lettore a fare i conti con se stesso e la propria coscienza. Perché, come scrive Cotroneo:

“I fantasmi si evocano perché ci obbediscono, e non il contrario”.

Oltre la realtà

“Semplicemente era come se mi mancasse metà del corpo, metà della vita, forse tutta. Ho finito per vivere la vita di un altro uomo, non la mia. Non ero più io. Eppure mi riusciva benissimo di fingere, con tutti”.

Alzi la mano tra le mie  lettrici (molto meno numerose, certamente, dei venticinque lettori di manzoniana memoria) chi non vorrebbe ascoltare queste parole dal proprio uomo.

 Faccia lo stesso chi tra i miei lettori  non desiderasse, a propria volta,certamente dopo avere apportato  qualche aggiustamento lessicale, sentirle pronunciare dalla donna che ama.

In “L’ultima estate” queste parole non sono una semplice (se mai possa definirsi tale) dichiarazione d’amore. Sono la rivelazione di una condizione che sfugge  il reale e conduce ad una dimensione che va oltre i limiti della conoscenza razionale cui  guardare con scetticismo, se non si trattasse di un romanzo.  Invece, per quel patto implicito e silente che ci lega a un autore, dopo averne scelto il libro,   fingiamo di credere a Raùl, protagonista dell’ultimo romanzo di André Aciman, ambientato sulla costiera amalfitana in una dimensione che appare, nonostante tutto, fuori dalla spazio e dal tempo.

Ospite di un elegante hotel, Raùl si avvicina ad una comitiva di giovani americani che, nei giorni precedenti, lo avevano osservato con curiosità e qualche perplessità, colpiti dalla sua riservatezza, al punto di identificarlo come un “killer di professione che vive del suo pingue conto in banca svizzero”.

Fino a quando, un giorno apparentemente come tutti gli altri, Raùl si avvicina ai giovani e, con la semplice imposizione delle mani, guarisce Mark dal dolore alla spalla, causato da una partita a tennis. Inizia così un rapporto che porterà Raùl a rivelare ai giovani episodi della loro vita che loro stessi ignoravano: Oscar è sopravvissuto al proprio  gemello che ha divorato nel grembo materno. Mentre Margot (la più scettica del gruppo nei confronti dei poteri di Raùl) scoprirà di essere stata  un’altra donna e di avere già conosciuto Raùl. Dove e quando lo lasciamo scoprire al lettore a cui riveliamo solo che “L’ultima estate” è un romanzo che ruota intorno all’amore. Agli amori perduti e ritrovati. A patto, però, che si abbia  la capacità di riconoscersi, di non abbandonarsi alla convinzione, espressa sempre da Raùl, che “Ognuno di noi è condannato alla solitudine”.

La profondità della leggerezza

La notte dell’ultimo dell’anno, Martin,  Maureen, Jesse e JJ, quattro sconosciuti apparentemente senza alcun  legame, si ritrovano, insieme loro malgrado, sul tetto di una casa di Londra, tristemente nota come “la Casa dei Suicidi”. Vi sono giunti da strade diverse, con diverse motivazioni, ma con un’unica intenzione: farla finita, lanciandosi nel vuoto.

Martin, conduttore di un talk televisivo, dopo essere stato  coinvolto in uno scandalo per avere avuto una relazione con una minorenne,  è stato lasciato dalla moglie, non può  più vedere le figlie, ha trascorso un lungo periodo in carcere ed ha perso il lavoro.

Maureen è una donna di mezza età, religiosissima, oramai sciupata e sciatta, che si è ritrovata, dopo un’unica notte d’amore con un uomo che l’ha lasciata, con un figlio tetraplegico a cui dedica tutto il suo tempo, tra mille difficoltà e sensi di colpa.

Jess, un’adolescente priva di regole,aggressiva, sboccata, superficiale e incolta,  è stata lasciata dal fidanzato proprio (come scopriremo presto) perché fuori di testa.

Infine, JJ arrivato a Londra dagli Stati Uniti, inseguendo il sogno del rock insieme ad una band che si è sciolta. È rimasto solo, senza più gli amici che sono ritornati in America né la fidanzata che lo ha lasciato.

Una situazione surreale che, nella drammaticità della situazione, viene narrata con leggera ironia da Nick Hornby,  autore inglese di successo, abile artefice di situazioni, narrate con realismo,  con uso efficace e pluralistico  della lingua  (tra l’altro, abilmente reso  nella versione italiana dal traduttore).

Il paradosso della situazione prosegue con la decisione dei quattro aspiranti suicidi di scendere insieme dal tetto del palazzo (lascio al lettore la scoperta dell’esilarante intervento di Martin per vincere l’ostinazione di Jess che non intende tornare sui propri passi) per andare alla ricerca di Chas l’oramai ex fidanzato di Jess.

I quattro  rimarranno insieme fino al  nuovo giorno e sigleranno un patto che li porterà a condividere giorni ed esperienze, ma soprattutto a scoprirsi complici e solidali, pronti  a sostenersi nella consapevolezza che, dopotutto e nonostante tutto, è sempre possibile trovare delle ragioni che diano un senso alla vita.

Così, prima dello scadere del termine dei novanta giorni (il tempo che si erano dati per ritrovarsi nuovamente sul tetto della Casa dei Suicidi)  i quattro aspiranti  suicidi si rendono conto che  alcune

“situazioni erano cambiate.

Non erano cambiate tanto in fretta, e neanche in modo radicale,

e forse non avevamo neanche fatto molto perché cambiassero”

Di fatto, il lettore scoprirà che a cambiare saranno Martin, Maureen, Jess e JJ perché hanno imparato a guardare  la vita con occhi nuovi, anche quando questa sembra schiacciarci con il peso dei fallimenti, delle delusioni, degli obblighi e delle maschere che abbiamo scelto di indossare. Temi, senza dubbio profondi che (il lettore scoprirà anche questo)  è possibile narrare  la profondità della vita con leggerezza ed ironia.

“Siamo naviganti senza navigare mai”

Ho preso in prestito da Ivano Fossati (“Naviganti”) il verso di una sua composizione per condividere con i miei lettori le riflessioni su “Avviso ai naviganti”,  romanzo pubblicato nel 1993 con cui Annie Proulx ha vinto il premio Pulitzer  e che ho letto come metafora dell’esistere. Una metafora che va ben oltre il semplice accostamento dell’esistenza come viaggio che la letteratura, a iniziare dal mito di Odisseo, ci ha raccontato.

Con una scrittura asciutta, essenziale, a tratti magari distaccata,  che non scivola mai nel facile sentimentalismo, Annie Proulx spinge in alto mare Quoyle, giovane uomo inadeguato e impacciato, non amato  dai genitori e da fratello, che quasi per caso si ritrova a lavorare per un piccolo giornale dal quale periodicamente viene licenziato e riassunto.

Sempre per casoo, incontra  Petal di cui si innamora profondamente e che sposa. La donna, che comunque gli darà due figlie, Banny e Sunshine, non ricambia l’amore sincero di Quoyle che tradisce spudoratamente e liberamente, anche nella stessa casa coniugale, mentre il marito e le figlie dormono al piano di sopra. Fino al giorno in cui scompare da casa con le due figlie, lasciando nella disperazione Quoyle, pronto a perdonarle anche quell’ennesimo tradimento.

Il destino, però, fermerà la fuga d’amore di Petal che morirà in un incidente stradale, dopo avere abbandonato le due bambine che ha venduto per denaro e che Quoyle  col coraggio che solo l’amore può dare riesce a liberare.

Dopo la morte dei genitori, Quoyle,  al seguito della zia, di cui prima della morte del padre aveva ignorato l’esistenza, lascerà New York per l’isola di Terranova dove inizierà per lui una nuova vita, in una terra dal clima inospitale, ma dove riuscirà a conquistare amicizie, affetti, successo professionale.  Dove imparerà, superando ogni paura, a navigare sulle acque difficili che circondano quell’isola, ma anche, per tornare alla metafora iniziale, sulle acque insidiose della vita. Fino a scoprire che nella vita di un uomo può accadere di tutto anche “che l’amore arrivasse senza dolore e senza sofferenza”. Per Quoyle – a cui il lettore impara a volere bene, sentendolo accanto a sé oltre le pagine del libro, grazie alla tenerezza con cui si avvicina agli altri – una conquista che farà propria con lentezza, ma che, senza dubbio, non si lascerà sfuggire.

Annie Proulx fa precedere l’inizio di ogni capitolo dall’immagine e dalla definizione di un nodo marinaresco, presi in prestito  da “Il grande libro dei nodi” di Clifford W. Ashley a cui affida anche la citazione, posta  in calce alla dedica, che riportiamo lasciando al lettore la libertà di decodificarla, in base alla propria sensibilità ed esperienza personale di navigante al di là del mare:

 “In un nodo con otto incroci, un numero che si può ritenere medio, sono possibili 256 combinazioni.

Basta un cambiamento nella sequenza di questi incroci,

e il risultato è un nodo completamente diverso,

oppure  il nodo si disfa del tutto”.

D’amore e dintorni

Pearlie ha conosciuto Holland ancora ragazza, ha trascorso con lui molto tempo, leggendo poesie, proteggendolo quando si nascondeva in casa per non essere arruolato.

I due giovani si ritrovano per caso dopo la guerra e si sposano, in un momento particolarmente difficile anche per gli Stati Uniti, reduci da una guerra non loro, chiamati a fare i conti con il razzismo, la minaccia comunista, nuove guerre.



In questo contesto,  Pearlie decide di prendersi cura di Holland che sa essere malato, di un male senza nome, al cuore probabilmente. Intorno a lui costruisce un mondo ovattato per rimuovere  ciò che potrebbe turbarlo e quindi causarne la morte. Trascorre la giornata ritagliando dal quotidiano le notizie violente  che potrebbero far soffrire Holland fino a mettere “a tacere qualsiasi parte di me che non fosse dolce e gentile”. Per Pearlie ciò è amore,  perché

“crediamo tutti di conoscere la persona che amiamo,

e anche se non dovremmo stupirci

quando scopriamo che non è vero,

ci si spezza il cuore lo stesso”.

Ed è proprio di questo che parla il romanzo, dell’amore di una donna verso un uomo, un uomo bellissimo, capace di catturare sguardi di ammirazione. Pearlie, che non è altrettanto bella, ritiene quasi un privilegio essere stata scelta da Holland che, quindi, merita tutte le cure e le attenzioni che lei (che si ritiene “un personaggio minore”) può offrirgli.

Però  “La bellezza è una lente deformante”, in quanto  non ci permette di vedere bene a fondo, come  Pearlie scoprirà  quando un pomeriggio alla porta della sua casa   busserà Buzz che, con regali e sorrisi, sconvolgerà la sua tranquilla vita di moglie e di madre, rivelandole un Holland a lei sconosciuto.

“L’oggetto del nostro amore esiste soltanto per frammenti,

una decina se la storia è appena cominciata, un migliaio se lo abbiamo sposato,

e con questi frammenti il nostro cuore fabbrica una persona intera.

Ciò che creiamo […] è l’uomo che vorremmo.

E meno lo conosciamo, più lo amiamo, ovviamente.

 Ecco perché ricordiamo sempre con tanta felicità la prima sera insieme,

quando lui era un estraneo…”.

Fedele al proprio sogno (o illusione) d’amore Pearlie accetta la proposta di Buzz a cui cede, non senza sofferenza, Holland. Un gesto d’amore, certamente, nato dalla presunzione di sapere cosa sia meglio per Holland, dal desiderio di garantire un futuro felice al figlio colpito dalla poliomelite. L’amore di Perlie verso Holland, però, non tiene conto dei desideri e dei sentimenti di Holland il quale sorprenderà il lettore (e non solo) con un gesto che Perlie – e noi con lei – non aveva considerato. Perché crediamo di conoscere chi ci sta accanto e, forti del nostro amore, presumiamo di sapere cosa l’oggetto del nostro amore desideri realmente, cosa sia meglio per lui (o per lei).

Siamo, però, sicuri che sia realmente così? Andrew Sean Greer, pacatamente, quasi sottovoce, ci suggerisce che forse le cose stanno in maniera diversa e che l’amore non è sempre come lo immaginiamo.



Politicamente inidoneo

Ci sono romanzi che diventano compagni assidui, tanto  che i  personaggi vengono a trovarti nei  sogni dove ritrovi le atmosfere,  i luoghi, le vicende narrate. In questi casi, accade  che, giunti alla conclusione, diventa difficile accostarsi ad altri testi a cui ti avvicini con sospetto e dai quali ti allontani con delusione. È quanto succede con “Il Primo Ministro” di Anthony Trollope,  (pubblicato da Sellerio) autore inglese di età vittoriana, epoca ricostruita sul piano politico, sociale e psicologico con una scrittura che (grazie anche all’abilità del traduttore) risulta coinvolgente e profonda. 

Certamente, qualcuno potrebbe chiedersi quale interesse possa avere per noi lettori 2.0 un romanzo ambientato nell’Ottocento inglese. Domanda legittima, ma da respingere immediatamente. Perché l’esperienza politica di  Plantagenet Palliser, questo il nome del Primo Ministro del titolo, può dirci molto sui giochi di potere che caratterizzano la politica, fondata sul compromesso che allontana dal bene comune, essendo rivolta al mantenimento dei privilegi e dei ruoli raggiunti.  Un sistema a cui Plantagenet (il nome sembra un calco da plantageneti,  la casata medievale di Enrico II d’Inghilterra e che, a nostro avviso, assume un valore semantico rilevante) è estraneo, divenendo   nemico   ai suoi stessi alleati che non ne comprendono il valore morale e giudicano negativamente il suo bisogno di essere un politico libero, votato agli interessi del paese.

Tra i critici più severi la moglie, Lady Glencora, fermamente decisa ad avere un ruolo nel governo del marito e che investe una grossa fetta del proprio patrimonio in feste e convegni nelle  proprie abitazioni allo scopo di influenzare e, in qualche caso addirittura, orientare le scelte politiche del marito. Fino a comprometterne, essendosi circondata di individui ambiziosi e scorretti, l’immagine politica   e il suo ruolo di Primo Ministro.

Tanti i personaggi che affollano le oltre mille pagine del romanzo e che vengono rappresentati nella loro complessità da Trollope il quale, da buon autore ottocentesco, non disdegna le descrizioni, spesso puntigliose, ma comunque parte integrante della  narrazione che risulta sempre briosa.

A vivacizzare il quadro della società aristocratica d’epoca vittoriana le vicende amorose di una delicata fanciulla, Emily Wharton, vittima della spregiudicata falsità di un avventuriero affascinante e privo di scrupoli, Ferdinand Lopez. Emily gli preferirà il giovane aristocratico Arthur Fletcher, un gentiluomo onesto, che la ama disinteressatamente e che con discrezione si prenderà cura di lei, senza mai giudicarla e continuando ad amarla. Fino a quando…

Toccherà al lettore scoprirlo.

Prigionieri di se stessi

A qualcuno potrebbe apparire quasi un luogo comune: i  libri ti permettono di vivere tante vite e di conoscere luoghi lontani.  I lettori che hanno il privilegio di incontrare libri di valore sanno che non è un luogo comune. Non lo è affatto con il libro di Doctorow che, ispirato a un fatto di cronaca realmente accaduto in America all’inizio del Novecento, ti porta a condividere la vita dei due fratelli  Collyer.

Mentre ti muovi tra le pagine di Doctorow ti ritrovi nell’elegante abitazione di Fifth Avenue,  quartiere residenziale di New York che si affaccia su Central Park dove Homer e Langley trascorrono tutta la loro esistenza, apparentemente (solo apparentemente) chiusi al mondo esterno, ma di fatto partecipi dei principali eventi storici e delle trasformazioni sociali e culturali di buona parte del Secolo Breve.

Breve e maledetto. Come Homer e Langley intuiscono, sviluppando la consapevolezza che la strada intrapresa dal genere umano lo porterà all’autodistruzione.

Visti dall’esterno, con  occhi borghesi e benpensanti, i due eccentrici fratelli appaiono folli tanto da diventare   oggetto di denunce  e bersaglio di attacchi ripetuti e violenti perché considerati un pericolo per l’incolumità dell’intero vicinato.

Il minore dei due fratelli Homer (divenuto cieco in giovane età) è consapevole di avere intrapreso una strada inconsueta per avere accettato le scelte bizzarre di Langley, tornato dalla prima guerra mondiale minato  nel corpo e nella mente dall’inumana esperienza delle trincee.

L’amore nei confronti del fratello, in un primo momento, impedisce ad Homer di dare il giusto peso a quelle che sembrano stravaganze e che nel tempo travolgeranno la vita di entrambi e la loro casa. Per produrre energia elettrica, senza dovere pagare, Langley decide di collocare nel grande salone che, quando i genitori erano in vita, avevano ospitato cene eleganti, una vecchia Ford Model T. Così, in alcuni decenni la grande abitazione si trasformerà in un enorme deposito di oggetti di ogni tipo, in  “un labirinto di viottoli pericolosi, pieno di ostacoli e vicoli ciechi”, un dedalo complicato costituito da”parti meccaniche di pianoforti, motori avvolti nei cavi di alimentazione, cassette degli attrezzi, quadri, pezzi di carrozzerie di automobili, copertoni, sedie accatastate, tavoli sopra tavoli, testate di letti, barili, pile di libri crollate, lampade d’antiquariato, pezzi di mobili dei nostri genitori, tappeti arrotolati, mucchi di vestiti, biciclette…”.

Doctorow nel suo romanzo con sensibilità e abilità narrativa ha riempito di significati (lasciamo al lettore la libertà di scoprirli) quella che studiosi ed esperti di psicanalisi, quando furono scoperti i  cadaveri dei due uomini, hanno individuato come una  sindrome   compulsiva chiamandola, appunto, sindrome di Collyer.

Per quanto ci riguarda, in linea con lo scrittore americano, ci piace pensare che quella di Homer e Langley sia stata una scelta di protesta contro un mondo dal quale bisognava difendersi:

“Dobbiamo tener testa al mondo:

non siamo davvero liberi

se lo siamo solo

quando gli altri ce lo permettono”.

Pupi e pupari, Montalbano vs Camilleri

A lungo atteso, l’ultimo romanzo di Andrea Camilleri non delude certamente le aspettative dei lettori-fan del commissario più famoso d’Italia. Gli elementi narrativi, infatti, sono quelli soliti di un’indagine condotta con la consueta disinvoltura, ma – questo è certamente un elemento di novità – senza entusiasmo e con una profonda stanchezza, apparentemente attribuita all’età (sebbene Montalbano sia tutt’altro che anziano) di fatto dovuta ad un sentimento di rifiuto di quella che oramai, pirandellianamente, è diventata una prigione.

Perché Montalbano, “chiddro vero” , non certo “chiddro  di la tilivisione” deve fare i conti con il proprio doppio, ovvero il personaggio televisivo scaturito dalla penna di un autore (Cammilleri, appunto) che, spezzando la finzione narrativa, in “Riccardino” è personaggio attivo con cui il commissario interloquisce, litiga, si confronta, fino alla soluzione finale che, per non rovinare il piacere della lettura, trascuro di commentare.

Scritto nel 2005, il romanzo subisce una revisione linguistica nel 2016: Camilleri decide di risciacquare, per dirla con Manzoni, i panni nelle acque della Sicilia, modificando la lingua che assume specificità dialettali ancora più profonde. Ben venga, quindi, l’edizione con le due versioni che consentono un interessante confronto tra le diverse espressioni linguistiche. Solo un esempio,per non tediare. Nella prima stesura leggiamo: “potiva immediatamente sganciarsi dalla facenna passannola ai carrabbinera”, poi modificata con “potiva tirarisi fora ‘mmidiato…”. (pag.10) Inoltre, mentre nella versione del 2016 l’Autore viene indicato genericamente, nella prima stesura veniva indicato con il proprio cognome: “Camilleri”.

Indubbiamente, gli studiosi dello scrittore siciliano avranno modo di esprimere considerazioni autorevoli sulle trasformazioni linguistiche che hanno portato all’edizione definitiva. Per quanto mi riguarda, preferisco soffermarmi  oltre la trama del romanzo: mi sembra, infatti, che Camilleri sia stato spinto da un atto di umile orgoglio (perdonatemi l’ossimoro) che denuncia un conflitto profondo tra autore e personaggio e tra personaggio e autore. Nella dialettica tipicamente siciliana, tra pupo e puparo.

È come se il personaggio, avendo conquistato grande popolarità, fosse sfuggito di mano all’autore che da puparo è diventato pupo, non potendo più decidere autonomamente, ma finendo con il costruire le proprie storie per non deludere lettori e spettatori. Forse, e probabilmente questo dovette pesare a Camilleri, prima gli spettatori e poi i lettori.

“Riccardino” rappresenta quindi il tentativo dell’autore di riprendere in mano le fila e porre fine, con un ultimo atto, alla propria creatura, magari per impedire che altri potessero continuare una saga, apparentemente, senza fine.