Burattini senza fili, orfani del libero arbitrio

Immaginate che qualcuno vi offra un braccialetto super tecnologico, forse esteticamente non particolarmente avvincente, ma capace di interagire con la parte più profonda del vostro essere, suggerendovi di lasciare perdere durante  una discussione che sta alterando il vostro umore o segnalandovi il negozio da cui è possibile ricevere sulla porta di casa i vostri biscotti preferiti, in un formato extrafamiliare e scontatissimo. Aggiungete a ciò che questo braccialetto super tecnologico è in grado di indicare un piano alimentare e di fitness che vi permetta di tornare in forma, giovani (almeno nello spirito) e scattanti, pronto a segnalarvi eventuali eccessi che potrebbero compromettere il risultato raggiunto.

Aggiungete ancora che  l’uso di tale braccialetto super tecnologico vi consenta l’esonero dal ticket sanitario e l’accesso a negozi esclusivi da cui uscire senza passare dalla cassa: l’acquisto sarà registrato dal vostro monile avveniristico e prontamente addebitato sul vostro conto.

Probabilmente, qualcuno, forse tra i più pigri, dirà che non sarebbe male.

Altri, probabilmente più maliziosi, si chiederanno quali sarebbero le condizioni per avere accesso a così tanti privilegi.

Sono proprio questi ultimi a porre l’attenzione sul tema del romanzo di Rielli il quale, attraverso la confessione del protagonista, Marco De Sanctis, ci offre un’analisi spietata del tempo che stiamo vivendo prospettando una società futuribile, senza dubbio distopica, ma che (come è accaduto con altri romanzi distopici) rischia di diventare profetica. 

Marco De Sanctis scopre che  con la sua laurea in Filosofia difficilmente potrà entrare nel mondo del lavoro. Potrebbe tentare con l’insegnamento, ma le liste di attesa sono lunghe e potrebbero trascorrere dei decenni prima di potere conquistare una cattedra. Decide, pertanto, di sfruttare la propria cultura e l’abilità narrativa inventando un blog satirico che, in breve, ottiene un notevole successo. Uno spazio virtuale attraverso il quale denunciare il “male che le macchine, i computer, gli algoritmi stavano facendo all’umanità”.

In breve tempo, però, Marco De Sanctis entra a far parte proprio di quel mondo da cui si sentiva estraneo (si definiva addirittura un luddista!) e fonda una startup, la Before, un’azienda di Big Data, capace di prevedere il comportamento di milioni di consumatori, grazie alla quale si ritroverà ricchissimo, senza però arrendersi (anche se in alcuni momenti potrebbe sembrare il contrario) alla realtà digitale, a quel mondo virtuale che ci vorrebbe tutti burattini manovrabili, senza cultura, né senso critico, cieche e obbedienti pecorelle, pronte a seguire a capo chino il capo branco.

Perché è questo quello che si vede sulle piazze virtuali che tutti, oramai, frequentiamo, mettendo in mostra la nostra vita e pronunciando sermoni su argomenti di cui non sappiamo nulla. Perché  nella società del digitale non contano né conoscenze, né competenze. Un concetto che Rielli ha ben chiaro: 

“Come lo spieghi a un bambino che cresce e che vede che l’insulto è senza conseguenze, che il merito non conta un cazzo, tantomeno il lavoro, il farsi il culo, l’appassionarsi a un progetto, il sapere qualcosa. No, solo l’odio, la superficialità, nessun senso di giustizia”.

Chi scrive sa, per professione, che quanto  appena citato ha solide fondamenta:  purtroppo, la convinzione che l’impegno e  lo studio, rigoroso e approfondito, servano a ben poco, visto che tutto è disponibile (hic et nunc) su internet,  è sempre più radicata. E, ahinoi, non   solo  tra i giovani con scarsa voglia di impegnarsi!  Quei giovani educati, sul modello di molti adulti, a inseguire bisogni mimetici  che non potranno mai soddisfare. Quei giovani che, magari seguendo le indicazioni di un capo popolo, attribuiranno la responsabilità del fallimento alla vittima di turno da sacrificare sull’altare di un dio senza nome. Non è dunque  un caso che il protagonista faccia sua la lezione dell’antropologo René Girard le cui teorie ispirano il “Documento strategico Before” che chiude il romanzo.

Quello che tutti dovrebbero sapere

Crosby è l’insignificante cittadina del Maine, Stato  sull’Oceano Atlantico, che  grazie alla narrazione di Elizabeth Strout (premio Pulitzer nel 2009 ) diviene caleidoscopio di un’umanità provata dalla quotidianità, a tratti drammatica, del vivere.

Al centro   c’è Olive Kitteridge che nonostante la sua presenza sia talora limitata ad un’ immagine evocata dalla memoria di qualche personaggio, può essere considerata la protagonista di quello che, pur presentandosi come una raccolta di racconti, è di fatto un romanzo corale, con numerosi protagonisti. Tra tutti  emerge dando unitarietà alla narrazione Olive Kitteridge, donna apparentemente  impossibile, nervosa e scostante, insegnante di matematica temuta dagli alunni i quali, anche quando la incontreranno (o semplicemente la ricorderanno) da adulti avranno ben presente la paura che incuteva tra i giovani studenti della settima classe (più o meno la seconda media italiana).

Olive Kitteridge è inizialmente la moglie vista attraverso lo sguardo del marito, Henri, affettuoso e gentile, amato da tutti, aggredito verbalmente dalla propria compagna che riversa su di lui tensioni, frustrazioni e nervosismi dopo una giornata di lavoro. È la madre energica, apparentemente poco amorevole (già anziana racconterà che era solita picchiare il figlio), la suocera incattivita dall’arroganza della nuora alla quale, il giorno delle nozze, (dopo avere macchiato con un pennarello un maglione) porta via un reggiseno ed una scarpa che poi abbandonerà nel contenitore della spazzatura di un bar.

 Tuttavia, chi seguendo il mio consiglio procederà nella lettura scoprirà anche tanti aspetti di Olive, una molteplicità di sfumature e sentimenti che la rendono realisticamente donna, con le sue contraddizioni e paure, capace di amare e di odiare, pronta a sottrarsi, ma anche ad offrirsi con generosità. Provata dalla vita, delusa negli affetti, riconoscente nei confronti dell’amore incondizionato del marito Henri, Olive Kitteridge a settantacinque anni scoprirà “che l’amore non va respinto con noncuranza, come un pasticcino posato assieme ad altri su un piatto passato in giro per l’ennesima volta. No, se l’amore era disponibile, lo si sceglieva, o non lo si sceglieva”

Ed è così che Olive Kitteridge si erge  a maestra di vita, ricordando a sé stessa, ma anche a al singolo lettore  

“quello che tutti dovrebbero sapere:

che sprechiamo inconsciamente un giorno dopo l’altro”.

Storia di un delitto

Il  4 marzo del 2026 l’Italia viene turbata da un omicidio, per mesi al centro di discussioni, dibattiti televisivi, interviste ad esperti di cronaca nera e criminologi. Sul quale sono stati spesi fiumi di parole e di aggettivi  insufficienti per rispondere ad un’unica domanda: “perché?”. Certo i tentativi di spiegare le ragioni che hanno spinto due giovani a seviziare, torturare ed uccidere crudelmente un ventenne, che aveva accettato il loro invito sperando di potere intascare qualche centinaio di euro, non sono mancati. Tuttavia, non sono riusciti a chiarire  fino a fondo come si possa arrivare a macchiarsi di un delitto maturato assieme ad un delirio pseudo esistenziale, alimentato da   abuso di cocaina  e alcool.

  Luca Varani aveva vent’anni, era stato adottato da due ambulanti romani, aveva una fidanzata e tanti amici, era apprezzato e amato, ma aveva sempre bisogno di denaro che spendeva giocando alle slot machine. Il bisogno di denaro lo aveva spinto ad accettare l’invito di Manuel Foffo e Marco Prato, attirato dal miraggio di un facile guadagno, concedendo per qualche ora il proprio corpo. Solo che su quel corpo Foffo e Prato hanno infierito con una ferocia inaudita, spinti da un furor tragico che hanno tentato di giustificare (con abile dialettica Prato, con insicurezza emotiva Foffo) mostrandosi come vittime del sistema familiare e sociale che si sarebbe rivelato inadeguato alle loro esigenze esistenziali.

Nicola Lagioia ricostruisce  i giorni trascorsi da Foffo e Prato nell’abitazione del primo e culminati nel delitto di Varani in un reportage rigoroso, con lo  sguardo oggettivo di chi guarda le vite degli altri senza la presunzione del giudizio, ma con profonda Pietas (l’uso dell’iniziale maiuscola non è un refuso), quel sentimento nobile che ci spinge a guardare al dolore con partecipazione e solidarietà, che ci rende consapevoli che potrebbe accadere a chiunque,  anche a noi.

Per questo penso che “La città dei vivi” non sia un libro per gli amanti della cronaca nera, come è stato detto da qualcuno, in maniera semplicistica.

 Ne “La città dei vivi” c’è molto di più: c’è Roma con la sua bellezza e le sue contraddizioni, la Roma dalla quale è difficile fuggire (Nicola Lagioia ci ha provato, senza però riuscirci a lungo), con i suoi scandali, con i topi che cadono giù dai soffitti di uffici pubblici, con i gabbiani attratti dai cumuli d’immondizia. La Roma dei due papi e senza un sindaco. La Roma del Mondo di Mezzo e delle strade in cui perdersi per poi ritrovarsi. La Roma non nuova a delitti efferati (ricorderete il delitto del Circeo!).

Ne “La città dei vivi” c’è lo sguardo di un cronista (abile narratore) che ci guida alla scoperta che non è poi così difficile superare il limite che in un istante possa condurci dall’altra parte e cambiare la nostra vita, radicalmente e per sempre. Come è accaduto a Foffo e Prato. Nicola Lagioia  conosce bene la debolezza di chi si trova sul confine, per esperienza personale che condivide con i suoi lettori, senza alibi né giustificazioni. Lasciandoci una domanda: perché siamo soliti dire “fa che non succeda a me”, mentre non diciamo mai “fa’ che non sia io a farlo”?

Non c’è amicizia senza rimorso

Inizia come una fiaba, prosegue come un racconto in cui biografia e autobiografia si intrecciano tessendo la narrazione di un’amicizia a tratti difficile, ma mai venuta meno. Anche quando la vita, per un periodo ha separato, anche quando la morte sembra avere tolto ogni possibilità di incontro. Perché nell’assenza il dialogo con l’amico, quello vero con cui si sono stati condivisi i giorni della spensieratezza o del dolore,  non viene  interrotto, nemmeno nella distanza.

Due vite di Emanuele Trevi è tutto questo e, certamente, tanto altro che il lettore avrà modo di scoprire attraverso la ricostruzione dell’esperienza umana e culturale  di   Rocco Carbone e Pia Pera, certamente autori di “nicchia”, ma il cui contributo nella storia della letteratura italiana non può certamente essere trascurato.

Dalle pagine di Trevi emergono due ritratti complementari di Carbone e Pera.  

L’uno (per dare valore alla vecchia locuzione latina, secondo cui  nomen omen) spigoloso e duro, tormentato da una profonda infelicità, provato da un male di vivere senza nome che ne ha condizionato la vita fino alla morte prematura..

L’altra una signorina per bene, ma tenace e determinata, profonda conoscitrice della letteratura slava, abile traduttrice, capace di rinunciare alla carriera   per ritirarsi in un podere di famiglia e dare vita ad un giardino, figlio di un sogno  inseguito anche negli anni della terribile malattia che l’ha portata via prematuramente, ma che lei ha affrontato con dignità encomiabile.

Così Trevi: “Quando per lei è arrivato il  momento, ha rivelato enormi riserve di saggezza e forza d’animo, combattendo bene la sua battaglia […] Era semmai una persona intensa, dotata di un’anima prensile e sensibile, incline all’illusione, facile a risentirsi”.

Due persone complesse Carbone e Pera con i quali l’autore  ha condiviso sia momenti spensierati che scelte difficili. Non è dunque peregrina l’idea che Trevi (certamente inconsciamente) narrando di Carbone e Pera  abbia voluto raccontare di sé, dell’amore amicale nei confronti di due compagni di strada che la morte ha allontanato, lasciando dei sospesi che, in particolare per quanto riguarda il rapporto con Rocco Carbone, avrebbero potuto  essere causa di rimorsi.

Fu Cesare Garboli nel suo saggio su Antonio Delfini  ad affermare che “in ogni amicizia c’è un rimorso”, come ricorda Emanuele  Trevi che confessa così il sentimento nei confronti di Carbone da cui per un lungo periodo si era allontanato con una determinazione che influenzò i rapporti successivi. Sebbene i motivi che avevano portato alla separazione sembrassero superati.

Dunque,   Due vite può essere letto come un omaggio alla memoria  di due amici, ma anche alla propria vita, nella consapevolezza che ciò che è stato deve essere rielaborato per proseguire nella navigazione, per tutto il tempo che ci sarà concesso.

Voglio concludere queste riflessioni con quanto scrive Trevi, poche frasi, che rivelano il senso di tutto il libro:

“I nostri amici sono anche questo,

rappresentazioni delle epoche della vita

che attraversiamo come navigando in un arcipelago

dove arriviamo a doppiare promontori

che ci sembravano lontanissimi,

rimanendo sempre più soli,

non riuscendo a intuire nulla dello scoglio

dove toccherà a noi,

una buona volta, andare a sbattere”.

I perché della Storia

Nella parte meridionale dell’Inghilterra, nella contea del  Lincolshire, vi è un’ampia area paludosa, oramai bonificata e sottratta all’acqua, caratterizzata da un paesaggio desolatamente piatto. È questa la regione dei Fens (termine con cui gli inglesi indicano una sola area di palude o già bonificata), “Il  paese dell’acqua” del romanzo di Graham Swift.

 In questo paese ha vissuto gli anni dell’infanzia e della giovinezza Thomas Crick, vecchio professore di storia, allontano dall’insegnamento con un provvedimento di pensionamento anticipato conseguente ad un programma di ridimensionamento, attuato per tagliare le spese, eliminando il  superfluo, la storia, appunto.

Di fatto, il preside, il signor Lewis,  un tempo amico di Thomas Crick, maschera con il pensionamento il licenziamento di un professore ritenuto oramai inadeguato, come inadeguata sembra la conoscenza storica a chi non ha cuore la cultura, ma esercita la professione di freddo burocrate attento ai numeri, convinto che “bisogna preparare i ragazzi alla vita reale”.  Annunciando a Crick il pensionamento, infatti, dichiara:

“Mandiamo almeno uno di questi ragazzi nel mondo

 con il senso della propria utilità, con la capacità di applicarla,

con un po’ di nozioni pratiche,

e non con qualche straccio di informazioni inutili”.

 Una visione della scuola che, ahinoi, non è nuova, nemmeno dalle nostre parti.

Una scuola che non ha come progetto la formazione di persone capaci di pensare, di comprendere il mondo intorno a sé. Capaci di  leggere ed interpretare il presente, grazie all’apprendimento critico del passato.

Perché è a questo che serve la Storia. Ed è per questo che l’insegnamento della Storia (anche in Italia) viene ridimensionato: perché chi pensa fa paura, chi pensa non viene indottrinato dall’alto come invece può essere fatto con chi ha solo qualche competenza pratica, utile, forse neanche tanto, a trovare un lavoro da subalterno.

A muovere Lewis è anche la convinzione che il vecchio Crick sia “fuori di testa”, “rimbambito” perché ha interrotto l’insegnamento dei grandi Fatti Storici, per raccontare storie, fatti del passato nelle terre dei Fens, della disperata fatica degli uomini (da un certo punto anche gli antenati di Crick) per strappare le terre alle acque, drenando ininterrottamente il fango,  combattendo  contro le alluvioni e il tentativo della natura di riconquistare le terre che le vengono sottratte.

Contrariamente a quanto pensa Lewis, quelli del vecchio professore di storia non sono i racconti di un folle che ha perso di vista i contenuti del proprio insegnamento. Sono piuttosto il racconto di un uomo consapevole di parlare a degli adolescenti concentrati sul presente, sull’Adesso, sul Qui e Ora.   

“Quante volte accade che il Qui e Ora si presenti a noi?”

È questa la domanda chiave del romanzo da cui scaturisce il viaggio nella memoria di Crick, un racconto in cui i diversi piani temporali (il passato lontano, ma anche recente e il presente)  si compongono come le tessere di un puzzle che disegnano un quadro drammatico i cui protagonisti si rendono responsabili di atti efferati, crudeli, a tratti brutali.

 Swift ci svela questo puzzle  componendo i pezzi, poco alla volta, lasciando intravedere quello che potrebbe essere, ma svelandolo con delicatezza, rispondendo (con   stile delicato, mai aspro, anche  quando ricorda fatti spiacevoli) ai tanti “perché” che la Storia  ci insegna a chiedere.

La profondità della leggerezza

La notte dell’ultimo dell’anno, Martin,  Maureen, Jesse e JJ, quattro sconosciuti apparentemente senza alcun  legame, si ritrovano, insieme loro malgrado, sul tetto di una casa di Londra, tristemente nota come “la Casa dei Suicidi”. Vi sono giunti da strade diverse, con diverse motivazioni, ma con un’unica intenzione: farla finita, lanciandosi nel vuoto.

Martin, conduttore di un talk televisivo, dopo essere stato  coinvolto in uno scandalo per avere avuto una relazione con una minorenne,  è stato lasciato dalla moglie, non può  più vedere le figlie, ha trascorso un lungo periodo in carcere ed ha perso il lavoro.

Maureen è una donna di mezza età, religiosissima, oramai sciupata e sciatta, che si è ritrovata, dopo un’unica notte d’amore con un uomo che l’ha lasciata, con un figlio tetraplegico a cui dedica tutto il suo tempo, tra mille difficoltà e sensi di colpa.

Jess, un’adolescente priva di regole,aggressiva, sboccata, superficiale e incolta,  è stata lasciata dal fidanzato proprio (come scopriremo presto) perché fuori di testa.

Infine, JJ arrivato a Londra dagli Stati Uniti, inseguendo il sogno del rock insieme ad una band che si è sciolta. È rimasto solo, senza più gli amici che sono ritornati in America né la fidanzata che lo ha lasciato.

Una situazione surreale che, nella drammaticità della situazione, viene narrata con leggera ironia da Nick Hornby,  autore inglese di successo, abile artefice di situazioni, narrate con realismo,  con uso efficace e pluralistico  della lingua  (tra l’altro, abilmente reso  nella versione italiana dal traduttore).

Il paradosso della situazione prosegue con la decisione dei quattro aspiranti suicidi di scendere insieme dal tetto del palazzo (lascio al lettore la scoperta dell’esilarante intervento di Martin per vincere l’ostinazione di Jess che non intende tornare sui propri passi) per andare alla ricerca di Chas l’oramai ex fidanzato di Jess.

I quattro  rimarranno insieme fino al  nuovo giorno e sigleranno un patto che li porterà a condividere giorni ed esperienze, ma soprattutto a scoprirsi complici e solidali, pronti  a sostenersi nella consapevolezza che, dopotutto e nonostante tutto, è sempre possibile trovare delle ragioni che diano un senso alla vita.

Così, prima dello scadere del termine dei novanta giorni (il tempo che si erano dati per ritrovarsi nuovamente sul tetto della Casa dei Suicidi)  i quattro aspiranti  suicidi si rendono conto che  alcune

“situazioni erano cambiate.

Non erano cambiate tanto in fretta, e neanche in modo radicale,

e forse non avevamo neanche fatto molto perché cambiassero”

Di fatto, il lettore scoprirà che a cambiare saranno Martin, Maureen, Jess e JJ perché hanno imparato a guardare  la vita con occhi nuovi, anche quando questa sembra schiacciarci con il peso dei fallimenti, delle delusioni, degli obblighi e delle maschere che abbiamo scelto di indossare. Temi, senza dubbio profondi che (il lettore scoprirà anche questo)  è possibile narrare  la profondità della vita con leggerezza ed ironia.

Malati di normalità

Giorgio, gigante disperato ed aggressivo, ha dentro di sé il bambino che aveva salutato la madre, uscita per andare a fare la spesa e  portata via dalla morte “senza avvertire nessuno, senza salutare”. Sul suo corpo porta i segni delle ferite che si è procurato ricordando quel giorno che ha segnato la sua vita, condizionando il suo rapporto con il mondo.

Alessandro , finita la scuola media, ha iniziato a lavorare con il padre per imparare il mestiere da muratore. Un giorno, in padre lo invita a tirare su un tramezzo e si allontana, convinto di fargli un regalo, offrendogli la possibilità di misurarsi con un lavoro importante. Al suo ritorno, però, il padre lo trova immobile, con lo sguardo fisso nel vuoto, perso in una dimensione dalla quale non riesce a tornare, nonostante i tentativi di scuoterlo. Vive come un vegetale, estraneo a tutto ciò che lo circonda.

Gianluca non riesce a fare accettare la propria diversità alla madre che la considera una malattia vergognosa da curare a forza di trattamenti sanitari obbligatori (TSO) che per lui rappresentano una vacanza dalla “normalità”, uno spazio di libertà in cui muoversi senza i condizionamenti materni.

Sono alcuni dei personaggi con cui Daniele trascorre una intera settimana nel reparto di psichiatria dove  viene ricoverato  in TSO per un’esplosione di rabbia che ha quasi provocato la morte del padre. Un’esperienza che lo ha segnato profondamente e che ha rappresentato il momento parossistico di un disagio esistenziale che lo aveva portato ad affidarsi a diversi medici le cui cure si erano rivelate inutili.

Contrariamente a quanto credeva Daniele (il Daniele del TSO) non serve la chimica a curare la malattia dell’anima.

Malattia che nasce dal disagio di fronte  al dolore del mondo.

Malattia che nasce dalla difficoltà di accettare con indifferenza la sofferenza di una umanità che porta su di sé il peso della vita, come una condanna.

Malattia che nasce dalla  necessità di dare un senso all’esistenza che si scopre effimera e che richiede “salvezza”.

“Salvezza. Per me.

Per mia madre all’altro capo del telefono.

Per tutti i figli e tutte le madri.

E i padri.

E tutti i fratelli di tutti i tempi passati e futuri.

La mia malattia si chiama salvezza, ma come?

A chi dirlo?”.

La vita, con le sue complicazioni, le sue delusioni, le sue amarezze, non pesa solo sui “pazzi”. Anche coloro che non manifestano la malattia mostrano ad un occhio attento (com’è quello di Daniele) il peso che grava sulle loro spalle. Così, ad esempio, Luciano, uno degli infermieri del reparto psichiatria dal quale, appena arrivato Daniele vorrebbe sfuggire, ma dove scoprirà il valore dell’amicizia, della solidarietà incondizionati, della pietà, della comprensione che ci portano a fare nostri il dolore degli altri.

“Non aprirsi mai alla pietà, svuotare l’uomo sino a farlo diventare un ingranaggio di carne.

Sentirsi padroni di tutte le risposte.

È questa la normalità?

 La salute mentale?

La vera pazzia è non cedere mai.

Non inginocchiarsi mai”.

Candidato al Premio Strega 2020, “Tutto chiede salvezza” non è semplicemente un romanzo.

Non è semplicemente un romanzo esistenziale.

È un dono che l’autore fa a noi lettore.

È il dono di un’esperienza drammatica e dolorosa che viene condivisa come dono per comprendere gli altri,   imparare a leggere dentro l’animo delle persone che incontriamo e (perché no?) anche dentro il nostro.

Un colpo di stato contro la democrazia

La copertina del libro pubblicato da Einaudi

Il ruolo di gendarme del mondo che per decenni gli americani hanno preteso (con le ben note conseguenze internazionali) l’arroganza del loro operare, la disinvoltura dei loro interventi bellici e l’indifferenza nei confronti delle vittime civili   attraversano l’ultimo romanzo dell’autore peruviano che nel 2010 è stato insignito del Premio Nobel per la Letteratura, proprio per avere narrato  le strutture del potere, la resistenza e la sconfitta degli individui.

 Temi di cui Vargas Losa si riappropria, tornando anche alla professione giornalistica, in “Tempi duri” dove, tra storia ed invenzione, racconta il colpo di stato, ordito dagli Stati Uniti, che nel 1954  pose fine al governo democratico di Jacopo Árbenz colpevole di volere imporre il pagamento delle tasse  alla United Fruit  Company  – poi meglio conosciuta come Chiquita – del rozzo, ma assai capace mister Zemuray  il quale con un capitale miserrimo era riuscito a creare un impero economico, esportando le banane prima negli Stati Uniti e, successivamente, in tutta Europa. Tanto che questo frutto, prima particolarmente esotico, è diventato familiare a tutto il mondo occidentale.

Per sfuggire ad un dovere, prima che civile, etico nei confronti delle popolazioni sfruttate nelle piantagioni, il signor Zemuray chiede aiuto a un raffinato intellettuale, Edward L. Bernays il quale, vincendo le resistenze iniziali, accetta l’incarico di  responsabile delle pubbliche relazioni della United Fruit Company, mettendo in atto quanto aveva avuto modo di affermare in un suo scritto del 1928, “Propaganda”: “La manipolazione consapevole e intelligente delle opinioni e delle abitudini delle masse svolge un ruolo importante in una società democratica, coloro i quali padroneggiano questo dispositivo sociale costituiscono un potere invisibile che dirige veramente il paese […] le minoranze intelligenti devono, in maniera costante e sistematica, sollecitarci con la loro propaganda”.

Da questa citazione del libro di Bernays (nipote di Freud, ritenuto il padre dell’ingegneria del consenso che ancora oggi viene brillantemente utilizzata) prende le mosse della ricostruzione storica  di “Tempi duri”, romanzo di conferma di una verità spesso, per comodità rimossa: ciò che muove la storia sono gli interessi economici.

Così la propaganda americana, costruita con abile spregiudicatezza dalla Cia, spinge i generali a tradire il loro presidente in quanto impegnato (accusa quanto mai falsa e strumentale) a costruire un regime di tipo comunista con il sostegno dell’Urss. La paura del comunismo, quindi, utilizzata anche in questo caso come scusante per  interventi armati per salvare la democrazia, ipocrita giustificazione per coprire ingerenze illegittime nella vita politica dei paesi dell’America Latina, e non solo.

Vargas Llosa, nel ricostruire le vicende storiche che hanno portato al colpo di stato, mette in scena i personaggi che hanno contribuito a costruire quella pagina di storia, o che l’hanno subita, con la ben nota abilità narrativa che li rende vivi, con la loro forza e le loro debolezze, le virtù e i vizi, le sofferenze e le illusioni. Personaggi memorabili capaci di vivere oltre le pagine che li raccontano come persone reali da comprendere o compatire. Tra gli altri Miss Guatemala, ovvero Marta Borrero Parra, amante del dittatore Castillo Armas, oggi anziana ed eccentrica signora  che  vive tra Washington e la Virginia, che avrebbe avuto un ruolo nel colpo di stato, collaborando con la Cia.  Vargas Losa chiude il suo romanzo con il racconto dell’incontro con Martita la quale dà prova della  durezza del proprio carattere, rifiutando con fermezza di fare chiarezza sul proprio coinvolgimento, regalando una delusione (all’autore e al lettore), ma anche una certezza:   Marta ha avuto nella vicenda il ruolo più importante, quello della testimone.

Specchio del nostro presente

Shirobei Akiyama era un medico che per anni aveva cercato il segreto dell’invincibilità. Aveva perciò studiato le diverse tecniche di combattimento e conosciuto i migliori maestri dell’epoca, tutti soccombenti di fronte ad un avversario più forte. Un giorno, osservando dalla finestra  gli alberi i cui rami cedevano sotto il peso della neve, scoprì che mentre le querce, simbolo di forza e resistenza,  perdevano i loro rami sovraccarichi di neve i salici piangenti piegavano i rami su cui si era depositata la neve, facendola scivolare.  Fu così che Shirobei Akiama scoprì che per vincere non bisogna resistere, opponendosi con forza, ma, piuttosto, bisogna mostrarsi  cedevoli, avere la capacità di flettersi facendo perdere l’equilibrio al nemico che attacca per potere prevalere.

Le conclusioni cui giunse il dottore Akiyama portarono alla nascita di una nuova disciplina sportiva: lo jujitsu (parola che significa “arte della cedevolezza”) che non ha come obiettivo l’eliminazione dell’avversario, ma la sua neutralizzazione. Una visione lontana anni luce da quella in voga, oggi più che mai, nel dibattito politico a cui Carofiglio guarda nell’elaborare quello che nel sottotitolo definisce “breviario di politica e altre cose”.

Non si pensi che destinatari delle pagine di Carofiglio siano soltanto i politici: infatti, fin dalle prime pagine, ciascuno potrà prendere consapevolezza che il libro parla a tutti, non solo, né esclusivamente, ai responsabili di partito, ai governanti, alla folla che, quotidianamente, si scontra nei dibattiti televisivi.

Un momento della presentazione a Ragusa per “A Tutto volume” (credit foto ©️ A Tutto Volume)

Allo stesso modo, non colpisce solo i protagonisti della politica il cosiddetto “effetto Dunning-Kruger” individuato dai ricercatori della Cornell University da cui prende il nome. Purtroppo, di quella che possiamo definire una vera e propria sindrome, soffrono anche persone che con la politica non hanno nulla a che vedere, ma che, probabilmente, incontriamo nella nostra quotidianità. Sono coloro che non hanno consapevolezza dei propri limiti, in quanto “più si è incompetenti, più si è convinti di non esserlo”, come scrive Carofiglio che più avanti aggiunge che queste persone possiedono “l’illusoria convinzione di poter sapere tutto senza studio,senza impegno, senza la fatica necessaria per imparare davvero”.

Una questione non di poco, evidente a molti, non solo a  chi lavora nella formazione. Questione amplificata  dalla possibilità di potere facilmente accedere a un numero infinito di informazioni  che, come vediamo sui social, dà a tutti la convinzione di potere parlare di ogni cosa, senza conoscenze né competenze.

Carofiglio concentra la propria attenzione sulla comunicazione politica, in particolare di quell’area politica (senza dubbio trasversale) che abbiamo imparato a definire populista e che ha trovato terreno facile dagli Stati Uniti all’Europa, passando per l’Italia, particolarmente abile nel manovrare le informazioni, manipolando l’opinione pubblica. In particolare,  quella parte di opinione pubblica che non ha gli strumenti culturali e critici per leggere oltre le parole e comprendere le finalità di chi le pronuncia.

Col suo breviario Carofiglio fornisce anche suggerimenti pratici da attuare ,anche nel quotidiano di ciascun lettore, per un confronto che non sia strumentalizzato da una delle parti.

Madri e nonne per scelta

Non inganni il lettore la semplicità (soltanto apparente) dello sviluppo narrativo  (la storia di una nonna che segue, sfidando la distanza oceanica, i primi tre anni di vita della propria nipotina).

“Tempo con bambina”, infatti,  affronta temi profondi dell’esistenza: il primo, fondamentale, è che l’essere genitori, nonni, zii, non è la conseguenza di un fatto biologico. Si può essere genitori anche accogliendo dal mondo i figli, invece di donarli al mondo.  Come ha fatto Lidia Ravera, dopo la morte della sorella Mara che, gravemente ammalata, le ha affidato Maddalena,  la figlia non ancora adolescente.

Grazie a questa maternità, oggi Lidia Ravera è nonna di Mara (Mara piccola) – per distinguerla dalla sorella (Mara Grande) – la bambina  cui la narratrice è riuscita a dedicare parte del proprio tempo, sfidando quelli che nel libro definisce “pensieri da vecchia” (la difficoltà di raggiungere gli Stati Uniti sobbarcandosi lunghe ore di volo, ad esempio) nella ferma convinzione che la comunicazione a distanza, possibile grazie a Skype o Face Time, non possa sostituire la presenza fisica il cui valore non è equiparabile.

È questo un altro tema fondamentale del libro, tema legato al nostro tempo che a molti (fortunatamente non a tutti) regala l’illusione che la comunicazione in tempo reale, superando le distanze, possa sostituirsi al rapporto  fisico:                                      

  “Non costa niente.

Non costa, ma quanto vale?

Vale quanto la presenza?”

Il libro, comunque, ruota intorno all’essere nonna, soprattutto per una donna (qual è l’autrice) con un passato da femminista e che, in quanto tale, aveva escluso la possibilità della maternità, comunque abbracciata con consapevolezza e amore all’arrivo del proprio figlio naturale. Un ruolo, quello della nonna,  che non impone una funzione educativa rigorosa e severa, essendo questa riservata ai genitori, e che, conseguentemente, permettere di agire in maniera accattivante, mostrando soltanto la parte più piacevole di sé.

Che nonna è Lidia Ravera? Certamente, una nonna diversa da quelle del passato, chiamate a sostituire i genitori impegnati nel lavoro, che definisce madri “dal ventre appassito e dall’illimitata generosità affettiva”. Delle nonne di oggi scrive:

“Siamo nonne entusiaste, ma siamo sempre noi.

Quelle che non volevano essere madri e basta.

Quelle che non vogliono essere nonne e basta.

Noi. Una generazione di inquiete, invecchiate sì, riconciliate mai”.

Nonne tra i sessanta e i settanta, ma che continuano ad avere una vita professionale, nel caso della Ravera ricca di impegni. Nonne che non riempiono vuoti, ma sanno condividere le prime esperienze di vita dei nipoti, sebbene per pochi mesi all’anno.

Con Lidia Ravera durante l’incontro a Ragusa per la presentazione del suo libro per l’edizione 2020 di “A tutto Volume”
(credit foto ©️ A Tutto Volume)

“Tempo con bambina” si presenta come un lungo racconto a Mara Grande per renderla partecipe dei primi anni di vita della nipotina, ma anche per condividere le trasformazioni di un Paese che la morte prematura non le ha permesso di conoscere. Un Paese che dal ’93 (anno in cui è mancata la sorella dell’autrice) non è migliorato:

“perché l’Italia è diventata un paese piuttosto estivo.

Dal clima mite e dalle molte bellezze.

Un paese lento, festivo, divagante.

Infatti sono ducentocinquantamila all’anno i giovani intraprendenti

che se ne vanno all’estero,

per non rischiare una eterna coatta vacanza”.

Tra i giovani che hanno lasciato l’Italia per affermarsi all’estero c’è anche Maddalena la nipote/figlia di Lidia Ravera che ha raccontato la genesi del libro ai lettori ragusani (numerosi e attenti) durante gli incontri di “A tutto volume”.

credit foto ©️ A Tutto Volume