Storia di emarginazione e amicizia

Il Quartiere (non un quartiere, ma il Quartiere) della periferia di Roma (la Roma dei gabbiani che si nutrono dell’immondizia non raccolta, la Roma del mondo di mezzo, delle ingiustizie e delle esclusioni) incastrato tra il Raccordo e l’Aniene è il palcoscenico su cui si muovono i  tre giovani protagonisti.

 Flaviano, Manuel e Abdou  sono legati da un affetto sincero e generoso, ma anche da uno stesso destino. Il destino di chi è escluso e rifiutato: Flaviano è stato abbandonato dalla mamma quando era ancora un bambino; Abdou è partito in avanscoperta ed ha raggiunto l’Italia su un barcone, un ragazzino mandato dal padre rimasto in Costa d’Avorio con le figlie; Manuel di origine egiziana, ma nato in Italia, deve confrontarsi con i genitori  che immaginano un futuro costruito sui loro sogni, incuranti delle sue aspirazioni.

Il Quartiere è il loro mondo, vissuto con sofferenza, subordinati al Reuccio, il boss indiscusso, il cui potere  è alimentato dall’incuria e dalla latitanza delle autorità. A lui gli abitanti del Quartiere si rivolgono per dirimere litigi; a lui chiedono di intervenire per risolvere i piccoli problemi di manutenzione degli stabili: “chi è bravo con l’idraulica aiuta chi è bravo con l’elettricità, che aiuta chi è bravo coi lavori in muratura, che aiuta chi è bravo con l’idraulica”, in un continuo dare e ricevere che toglie spazio alla legalità ed alle  libertà individuali.

Tommaso Giagni ci conduce in questo mondo con la tecnica della carrellata cinematografica, guidata dall’occhio attento di un regista che costruisce immagini  di forte plasticità, usando con abile consapevolezza le parole che (direbbe il poeta) “a lettere di fuoco”  si imprimono nell’immaginazione del lettore , spinto fuori dalla comodità e dalle sicurezza del proprio mondo gentile, costretto a fare i conti con la realtà di un mondo volutamente tenuto al margine, ma che rischia di esplodere. Proprio come accade nel romanzo di Giagni.

A innescare la miccia ci penseranno gli abitanti di un quartiere residenziale Verde Respiro, un agglomerato di villette ispirate a quadri famosi, i cui residenti sono disturbati dalla presenza del Quartiere che ne minaccia l’eleganza e ne svaluta il valore. Tra gli abitanti di Verde Respiro c’è Donatella, giovane anticonformista,  che desidera “capire i meccanismi del mondo” empaticamente vicina al Quartiere e lontana anni luce da Verde Respiro, al punto da divenirne nemica impietosa.

Siamo vivi perché empatici

Si chiama empatia la capacità di sentire le emozioni degli altri, come se fossero proprie; la capacità  di vedere nell’altro se stessi, superando i limiti del narcisismo infantile e dell’individualismo egoista che ci allontana dai nostri simili. Donne e uomini empatici possono essere una minaccia per chi governa attento a conservare il potere con strumenti camuffati dai  colori della democrazia, ma di fatto dispotici e illiberali.

 È quanto accade nel paese di DF dove ai cittadini, appena nati, viene inoculato un vaccino che cancella la capacità di provare emozioni e sentimenti, sia  positivi che negativi. Donne e uomini  sono così condannati a diventare adulti incapaci di provare sentimenti, affetti,  ambizioni professionali;  senza  mai conoscere la bellezza  dell’arte, nelle sue molteplici espressioni, dalla pittura alla letteratura alla musica. Donne e uomini nel paese di DF sono automi incapaci di provare desiderio e volontà; sono monadi che vivono  immersi in un mondo grigio, colore declinato nelle diverse sfumature, costruito per soddisfare tutti i bisogni individuati attraverso algoritmi pensati per tutti gli aspetti dell’esistenza: dalla famiglia (matrimoni di durata quinquennale con partner imposti allo scopo di procreare altri automi sottratti alla nascita) al lavoro (assegnato sulla base di capacità manifestati fin dall’infanzia), allo sport (tristemente vissuto in palestre casalinghe organizzate dal potere).

“… La cucina dei classe cinque aveva i comuni elettrodomestici, frigorifero, forno, piano cottura cappa e anche un forno a microonde e una piastra per panini, tutti in formica grigia quattrocentoventidue tranne i profili che erano neri settecentoventisette, una stanza per l’esercizio fisico con una cyclette e un  tapis roulant e attrezzi e pesi verdi trecentosedici, la stanza per l’esercizio fisico era considerata una priorità dal governo di DF, l’esercizio fisico era fondamentale per garantire una perfetta rotondità affettiva che non cedesse alle sbavature di emozioni viatico di pazzia”.

È questo il mondo immaginato da Giulio Cavalli nel suo ultimo romanzo  (meritatamente segnalato  per concorrere al Premio Strega, ma, purtroppo, escluso dalla dozzina dei finalisti) che si legge d’un fiato, grazie anche ad una scrittura scorrevolissima, fondata su una sintassi che, spesso libera dalla punteggiatura, ci porta ad immergerci nella vita dei personaggi e a sentirne (empaticamente) il dolore e la delusione, la sofferenza e la scoperta, fino a svelarsi come metafora minacciosa del rapporto che lega governanti e governati, capaci di consegnare la loro libertà, volontariamente, per pigrizia o per vigliaccheria, al potere.

Un mondo indubbiamente distopico la cui costruzione richiama a “Fahrenheit 451” di Bradbury e “1984” di Orwell, ma che ci spinge a guardarci intorno, a riconsiderare il mondo in cui viviamo per non finire, al pari dei cittadini di DF, col consegnare la nostra libertà in nome di una sicurezza che, di fatto, si chiamerebbe schiavitù.

Siamo tutti monadi con lo smartphone

La vicenda ha inizio su un aereo dove in bussines class incontriamo Jim e Tessa, di ritorno da un viaggio a Parigi, il primo dopo la pandemia Sono attesi a New York a casa di due amici per celebrare il rito collettivo, tutto americano, del Super Bowl dell’anno 2022.

Da poche settimane nelle librerie italiane (particolarmente atteso grazie anche alle  strategiche interviste all’autore oramai ottantaquattenne e alle esaltanti recensioni pubblicate negli Stati Uniti e accompagnate dalla convinta dichiarazione da parte dell’editore, certamente finalizzata a dare conferma delle abilità profetiche di Delillo, che il libro è nato prima della pandemia) il racconto lungo, perché di questo di fatto si tratta, presenta forse qualche debolezza. I riferimenti alla pandemia  sono evidenti, nonostante le dichiarazioni dell’editore, ed è probabile che la scrittura ne sia stata ispirata e condizionata, come dimostrerebbero i riferimenti ad eventi oramai più che noti.

“Il silenzio”, comunque, ci spinge a riflettere (così come sta facendo il Covid-19) sul nostro stare al mondo e sulle conseguenze che la tecnologia ha sulle nostre vite e sul futuro del mondo stesso a cui ci conduce la lapidaria conclusione del racconto.

Mentre Kim e Tessa sono in volo, nella casa di Diane e Marx a  Manhattan  tutto è pronto e  si osserva già lo schermo su cui comincerà l’attesissimo evento. Assieme agli anziani coniugi, troviamo un’ex studente di Diane, Martin, un giovane fisico dal temperamento a tratti inquietante. Sta studiando un manoscritto di Einstein di cui cita la celeberrima affermazione che Don Delillo utilizza nell’esergo: “Non so con quali armi si combatterà la Terza guerra mondiale, ma la Quarta guerra mondiale si combatterà con pietre e bastoni”. Possiamo individuare dunque nel personaggio di Martin, pur anagraficamente lontano dall’autore, l’alter ego di Delillo il quale dichiara di non possedere uno smartphone e di continuare a utilizzare la sua vecchia macchina da scrivere.

Improvvisamente, nell’appartamento di Manhattan cala il silenzio: un silenzio assordante ed inquieto, provocato da un blackout che pone fine ad ogni possibilità di comunicare e che causa un atterraggio di emergenza dell’aereo su cui viaggiavano Jim e Tessa che prima  ritroviamo in fila al pronto soccorso, dove l’uomo dovrà farsi medicare una ferita riportata sbattendo sul finestrino, e subito dopo (non prima, però, di una scena di sesso, quanto mai improbabile, nel bagno dell’ospedale)  a casa di Diane e Marx .

Vediamo quindi i personaggi  interrogarsi sulle ragioni di un evento che “ha messo fuori uso la nostra tecnologia” senza la quale è impossibile comprendere cosa stia accadendo fuori dalle mura di casa. Non rimane che tentare di formulare qualche ipotesi attribuendo l’origine dell’evento (come per la pandemia) ai cinesi o all’incapacità del governo. Per la serie, come diceva un mio vecchio professore, “Piove, governo ladro!”.

“Potrebbe essere il governo degli algoritmi.

I cinesi lo guardano, il Super Bowl.

Loro giocano a football americano.

I Beijing Barbarians. Tutte cose verissime.

E quelli che ci rimettono alla fine siamo noi.

Hanno innescato un’apocalisse selettiva della rete.

La partita: loro adesso la stanno guardando e noi no”.

Si potrebbe dire che nel racconto prevale la struttura  dialogica (mimetica come direbbe un critico letterario) su quella meramente narrativa, ma non lo diciamo. Anche perché quelli che abbiamo letto (e che leggerete) sono monologhi, soliloqui, a tratti privi di senso e inquietanti.

Ciò che più inquieta, però, è che questa difficoltà nella comunicazione non è solo la conseguenza del blackout. L’esordio del racconto, quando abbiamo incontrato Jim e Tessa, ruota sul dialogo tra i due che, seppure a tratti sembrano comunicare, abbiamo percepito ciascuno chiuso nel proprio mondo.

Storia di un uomo che fu politico e poeta

La notte tra il 13 e 14 settembre 1321 Dante Alighieri chiude la propria esperienza terrena, andando a scoprire  “se quanto aveva immaginato  in tutti quegli anni era vero”: così si  conclude  la biografia di Alessandro Barbero – in questi giorni al terzo posto della classifica dei libri più venduti – il quale chiama Dante “profeta,  per avere immaginato e messo in rima un mondo ultraterreno che ancora oggi continua ad affascinare i  lettori di ogni età.  

La scoperta di cui parla Barbero è proprio relativa all’aldilà che, nella finzione poetica, Dante aveva avuto il privilegio di potere visitare per mostrare agli uomini dove la loro vita avrebbe potuto condurli.

L’avvincente  ricostruzione di Barbero  si apre  con la battaglia di  Campaldino –  certamente, ben nota ai lettori, anche a quelli che si sono avvicinati alla Commedia soltanto a scuola – a cui  Dante partecipò come cavaliere, nel ruolo di feditore schierato in prima linea. Battaglia  che vide gli uni contro gli altri  armati  guelfi fiorentini e ghibellini aretini, protagonisti di uno dei tanti episodi che  insanguinarono la storia dell’Italia comunale di cui Dante fu protagonista e vittima.

La  celebre battaglia tra fiorentini e aretini  nella ricostruzione della biografia di Dante viene utilizzata da Barbero per definire la condizione sociale del poeta: sicuramente non di nobili origini, tuttavia abbastanza ricco da permettersi di combattere armato e a cavallo ed esibendo lo stemma di famiglia.  Uno stemma parlante, come ci spiega Barbero “con un’ala d’oro in campo azzurro, fondato su un’improbabile interpretazione dotta del cognome: Aligerii, i portatori d’ali” . (pag. 46)

Attraverso il dialogo serrato con le fonti (la biografia vanta ben ottanta pagine di note fittissime, ahimé a fine testo, posizione che non accompagna (né agevola) la lettura, come sarebbe accaduto  se fossero state collegate a piè di pagina) Barbero ricostruisce la vicenda pubblica e privata di un uomo incastrato nei meccanismi della politica dell’età comunale, caratterizzata da lotte sanguinose e scelte impopolari, non sempre eticamente accettabili. Come, purtroppo, accade ancora oggi nell’agone politico.

Dante, tuttavia, non fu solo un uomo politico. Fu, innanzitutto, un letterato, un poeta di talento che giovanissimo, grazie ai propri versi, venne accolto dall’élite  cittadina, da poeti più anziani di lui, quali Forese Donati e Guido Cavalcanti, ottenendo fama e riconoscimenti.

Fu grazie al prestigio personale acquisito con la poesia che durante l’esilio venne accolto (e diremo quasi conteso) dai Magnati, certi del prestigio che la presenza di Dante avrebbe dato alla loro corte.

La biografia di Barbero aiuta a fare chiarezza su alcuni aspetti controversi della vita di Dante che può essere compresa soltanto se letta attraverso le vicende storiche dell’Italia Comunale. In particolare, la collocazione del poeta nello schieramento dei Guelfi Bianchi che non può essere considerata come scelta assoluta. Non sarebbe, dunque, del tutto erronea la definizione di “ghibellin fuggiasco” che Foscolo nei Sepolcri dà di Dante. Sia perché l’appartenenza all’uno o all’altro schieramento – come ci racconta Barbero – non era, all’epoca,  definita e certa. Sia perché Dante, negli anni dell’esilio, assunse una posizione tendenzialmente (oggi si direbbe responsabilmente) filo ghibellina. E non poteva essere altrimenti, viste le difficoltà dei comuni di amministrarsi liberamente e il tributo pagato da molti.

Quello corrisposto da Dante è noto a tutti: l’esilio che lo vide ridotto in miseria, costretto a chiedere aiuto e sostegno, perdendo la propria libertà, di uomo e di letterato. Una condizione umiliante che, come leggiamo nella profezia di Cacciaguida riportata da Barbero, lo porterà a scoprire

… come sa di sale

lo pane altrui, e come è duro calle

lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale.

Quando la realtà insegue la fantasia

Wotang  ha otto anni quando, non visto, assiste alla carneficina della sua famiglia da parte di  un manipolo di Specnaz che il padre, caritatevolmente, aveva accolto nella propria casa. Viene ritrovato, dopo alcuni giorni  trascorsi a vegliare sui corpi dei genitori e delle sorelle, da un medico che accompagna  le forze di polizia e dal quale viene adottato e cresciuto, come un figlio. Chi sia diventato Wotang e cosa abbia a che vedere con il progetto di una guerra santa contro gli infedeli, progettata da un gruppo jiahadista, lo lasceremo scoprire al lettore di quello che, indubbiamente, non può essere individuato come un semplice trhiller. Il lettore, infatti, si troverà coinvolto in una storia che, pur apparendo a tratti surreale, si delinea come drammaticamente realistica, presentando molti elementi comuni con l’attualità mondiale.

Il folle piano pensato da un gruppo di terroristi siriani prevede, infatti, l’eliminazione degli occidentali soliti a nutrirsi di prosciutti e salami: il virus letale, capace di uccidere in poche ore, dovrebbe essere veicolato dai suini che lo assorbirebbero attraverso l’acqua, ma dal quale non subirebbero alcun danno, limitandosi a trasmetterlo agli uomini. Possibile che ciò possa accadere? Di fatto la minaccia non è irrilevante, tuttavia il progetto non passa inosservato a chi dovrebbe vegliare sulla sicurezza dei cittadini. Un informatore  mette in modo un’attività di intelligence che vede in campo  “un cane da caccia di un tipo di ordine costituito”, così si definisce egli stesso (pag. 237): Alto (che di fatto, come leggiamo, è di statura normale). Ma il suo è un nome parlante il cui significato lasceremo scoprire al lettore. Sotto di lui, tra l’altro, troveremo  Naima, una killer che avevamo incontrato nel precedente romanzo di Riccardo La Cognata (“La transazione”, 2018, Ventura Edizioni). Facciamo attenzione “Acque Formate” non è certamente la continuazione de “La transazione” da cui viene, per così dire, “scorporata” Naima (tecnicamente si tratta di un procedimento chiamato “spin-off”) che assume  un profilo psicologico diverso, più femminile, capace di lasciarsi coinvolgere nella difesa di un adolescente bullizzato e di vivere una relazione sentimentale con un collega.

Insomma, gli elementi per intrigare il lettore non mancano. Aggiungete a quanto detto finora (poco, volutamente, visto che non è possibile rivelare  che l’assassino è il maggiordomo) l’abilità narrativa e l’intelligente ironia per  rendere allettante la lettura .Anche perché  bisognerà scoprire se il virus influenzale emorragico messo a punto in un laboratorio bunker riuscirà a diffondersi e con quali conseguenze.

A questo punto, sono sicura che vi stiate chiedendo se Riccardo La Cognata si sia ispirato all’attualità: l’autore dichiara di avere iniziato  a scrivere “Acque formate” nel 2018, ma che l’idea è addirittura precedente e che  “è solo una coincidenza del caso”. Io, personalmente, gli credo.  Voi decidete liberamente.

Impegno civile e passione letteraria

Nel centesimo anniversario della nascita di Leonardo Sciascia, voglio celebrarlo con le sue pagine, ritenendo che nessuno meglio di lui possa parlare delle sue opere.

Propongo, pertanto, i brani di due suoi scritti (due tra tanti) che ho tanto amato e che rileggo sempre con grande emozione. Sono stati fotografati dalla raccolta pubblicata nel 1987 nella colanna “I classici Bompiani”, per me bene assai prezioso.

“Le parrocchie di Regalpetra” il romanzo nato dalla sua esperienza come maestro. Un documento di impegno civile, ma anche il racconto di quello che eravamo, di cosa la scuola abbia significato e dei tanti privilegi di cui, per fortuna, gli alunni di oggi godono.

Le pagine che seguono sono tratte da “La scomparsa di Majorana” un giallo tutto italiano sul quale ancora vi sono tanti dubbi. Sciascia, però, una possibile verità l’aveva intuita. Il testo che segue è anche una profonda riflessione sulla “morte”.

Burattini senza fili, orfani del libero arbitrio

Immaginate che qualcuno vi offra un braccialetto super tecnologico, forse esteticamente non particolarmente avvincente, ma capace di interagire con la parte più profonda del vostro essere, suggerendovi di lasciare perdere durante  una discussione che sta alterando il vostro umore o segnalandovi il negozio da cui è possibile ricevere sulla porta di casa i vostri biscotti preferiti, in un formato extrafamiliare e scontatissimo. Aggiungete a ciò che questo braccialetto super tecnologico è in grado di indicare un piano alimentare e di fitness che vi permetta di tornare in forma, giovani (almeno nello spirito) e scattanti, pronto a segnalarvi eventuali eccessi che potrebbero compromettere il risultato raggiunto.

Aggiungete ancora che  l’uso di tale braccialetto super tecnologico vi consenta l’esonero dal ticket sanitario e l’accesso a negozi esclusivi da cui uscire senza passare dalla cassa: l’acquisto sarà registrato dal vostro monile avveniristico e prontamente addebitato sul vostro conto.

Probabilmente, qualcuno, forse tra i più pigri, dirà che non sarebbe male.

Altri, probabilmente più maliziosi, si chiederanno quali sarebbero le condizioni per avere accesso a così tanti privilegi.

Sono proprio questi ultimi a porre l’attenzione sul tema del romanzo di Rielli il quale, attraverso la confessione del protagonista, Marco De Sanctis, ci offre un’analisi spietata del tempo che stiamo vivendo prospettando una società futuribile, senza dubbio distopica, ma che (come è accaduto con altri romanzi distopici) rischia di diventare profetica. 

Marco De Sanctis scopre che  con la sua laurea in Filosofia difficilmente potrà entrare nel mondo del lavoro. Potrebbe tentare con l’insegnamento, ma le liste di attesa sono lunghe e potrebbero trascorrere dei decenni prima di potere conquistare una cattedra. Decide, pertanto, di sfruttare la propria cultura e l’abilità narrativa inventando un blog satirico che, in breve, ottiene un notevole successo. Uno spazio virtuale attraverso il quale denunciare il “male che le macchine, i computer, gli algoritmi stavano facendo all’umanità”.

In breve tempo, però, Marco De Sanctis entra a far parte proprio di quel mondo da cui si sentiva estraneo (si definiva addirittura un luddista!) e fonda una startup, la Before, un’azienda di Big Data, capace di prevedere il comportamento di milioni di consumatori, grazie alla quale si ritroverà ricchissimo, senza però arrendersi (anche se in alcuni momenti potrebbe sembrare il contrario) alla realtà digitale, a quel mondo virtuale che ci vorrebbe tutti burattini manovrabili, senza cultura, né senso critico, cieche e obbedienti pecorelle, pronte a seguire a capo chino il capo branco.

Perché è questo quello che si vede sulle piazze virtuali che tutti, oramai, frequentiamo, mettendo in mostra la nostra vita e pronunciando sermoni su argomenti di cui non sappiamo nulla. Perché  nella società del digitale non contano né conoscenze, né competenze. Un concetto che Rielli ha ben chiaro: 

“Come lo spieghi a un bambino che cresce e che vede che l’insulto è senza conseguenze, che il merito non conta un cazzo, tantomeno il lavoro, il farsi il culo, l’appassionarsi a un progetto, il sapere qualcosa. No, solo l’odio, la superficialità, nessun senso di giustizia”.

Chi scrive sa, per professione, che quanto  appena citato ha solide fondamenta:  purtroppo, la convinzione che l’impegno e  lo studio, rigoroso e approfondito, servano a ben poco, visto che tutto è disponibile (hic et nunc) su internet,  è sempre più radicata. E, ahinoi, non   solo  tra i giovani con scarsa voglia di impegnarsi!  Quei giovani educati, sul modello di molti adulti, a inseguire bisogni mimetici  che non potranno mai soddisfare. Quei giovani che, magari seguendo le indicazioni di un capo popolo, attribuiranno la responsabilità del fallimento alla vittima di turno da sacrificare sull’altare di un dio senza nome. Non è dunque  un caso che il protagonista faccia sua la lezione dell’antropologo René Girard le cui teorie ispirano il “Documento strategico Before” che chiude il romanzo.

Storia di un delitto

Il  4 marzo del 2026 l’Italia viene turbata da un omicidio, per mesi al centro di discussioni, dibattiti televisivi, interviste ad esperti di cronaca nera e criminologi. Sul quale sono stati spesi fiumi di parole e di aggettivi  insufficienti per rispondere ad un’unica domanda: “perché?”. Certo i tentativi di spiegare le ragioni che hanno spinto due giovani a seviziare, torturare ed uccidere crudelmente un ventenne, che aveva accettato il loro invito sperando di potere intascare qualche centinaio di euro, non sono mancati. Tuttavia, non sono riusciti a chiarire  fino a fondo come si possa arrivare a macchiarsi di un delitto maturato assieme ad un delirio pseudo esistenziale, alimentato da   abuso di cocaina  e alcool.

  Luca Varani aveva vent’anni, era stato adottato da due ambulanti romani, aveva una fidanzata e tanti amici, era apprezzato e amato, ma aveva sempre bisogno di denaro che spendeva giocando alle slot machine. Il bisogno di denaro lo aveva spinto ad accettare l’invito di Manuel Foffo e Marco Prato, attirato dal miraggio di un facile guadagno, concedendo per qualche ora il proprio corpo. Solo che su quel corpo Foffo e Prato hanno infierito con una ferocia inaudita, spinti da un furor tragico che hanno tentato di giustificare (con abile dialettica Prato, con insicurezza emotiva Foffo) mostrandosi come vittime del sistema familiare e sociale che si sarebbe rivelato inadeguato alle loro esigenze esistenziali.

Nicola Lagioia ricostruisce  i giorni trascorsi da Foffo e Prato nell’abitazione del primo e culminati nel delitto di Varani in un reportage rigoroso, con lo  sguardo oggettivo di chi guarda le vite degli altri senza la presunzione del giudizio, ma con profonda Pietas (l’uso dell’iniziale maiuscola non è un refuso), quel sentimento nobile che ci spinge a guardare al dolore con partecipazione e solidarietà, che ci rende consapevoli che potrebbe accadere a chiunque,  anche a noi.

Per questo penso che “La città dei vivi” non sia un libro per gli amanti della cronaca nera, come è stato detto da qualcuno, in maniera semplicistica.

 Ne “La città dei vivi” c’è molto di più: c’è Roma con la sua bellezza e le sue contraddizioni, la Roma dalla quale è difficile fuggire (Nicola Lagioia ci ha provato, senza però riuscirci a lungo), con i suoi scandali, con i topi che cadono giù dai soffitti di uffici pubblici, con i gabbiani attratti dai cumuli d’immondizia. La Roma dei due papi e senza un sindaco. La Roma del Mondo di Mezzo e delle strade in cui perdersi per poi ritrovarsi. La Roma non nuova a delitti efferati (ricorderete il delitto del Circeo!).

Ne “La città dei vivi” c’è lo sguardo di un cronista (abile narratore) che ci guida alla scoperta che non è poi così difficile superare il limite che in un istante possa condurci dall’altra parte e cambiare la nostra vita, radicalmente e per sempre. Come è accaduto a Foffo e Prato. Nicola Lagioia  conosce bene la debolezza di chi si trova sul confine, per esperienza personale che condivide con i suoi lettori, senza alibi né giustificazioni. Lasciandoci una domanda: perché siamo soliti dire “fa che non succeda a me”, mentre non diciamo mai “fa’ che non sia io a farlo”?

Non c’è amicizia senza rimorso

Inizia come una fiaba, prosegue come un racconto in cui biografia e autobiografia si intrecciano tessendo la narrazione di un’amicizia a tratti difficile, ma mai venuta meno. Anche quando la vita, per un periodo ha separato, anche quando la morte sembra avere tolto ogni possibilità di incontro. Perché nell’assenza il dialogo con l’amico, quello vero con cui si sono stati condivisi i giorni della spensieratezza o del dolore,  non viene  interrotto, nemmeno nella distanza.

Due vite di Emanuele Trevi è tutto questo e, certamente, tanto altro che il lettore avrà modo di scoprire attraverso la ricostruzione dell’esperienza umana e culturale  di   Rocco Carbone e Pia Pera, certamente autori di “nicchia”, ma il cui contributo nella storia della letteratura italiana non può certamente essere trascurato.

Dalle pagine di Trevi emergono due ritratti complementari di Carbone e Pera.  

L’uno (per dare valore alla vecchia locuzione latina, secondo cui  nomen omen) spigoloso e duro, tormentato da una profonda infelicità, provato da un male di vivere senza nome che ne ha condizionato la vita fino alla morte prematura..

L’altra una signorina per bene, ma tenace e determinata, profonda conoscitrice della letteratura slava, abile traduttrice, capace di rinunciare alla carriera   per ritirarsi in un podere di famiglia e dare vita ad un giardino, figlio di un sogno  inseguito anche negli anni della terribile malattia che l’ha portata via prematuramente, ma che lei ha affrontato con dignità encomiabile.

Così Trevi: “Quando per lei è arrivato il  momento, ha rivelato enormi riserve di saggezza e forza d’animo, combattendo bene la sua battaglia […] Era semmai una persona intensa, dotata di un’anima prensile e sensibile, incline all’illusione, facile a risentirsi”.

Due persone complesse Carbone e Pera con i quali l’autore  ha condiviso sia momenti spensierati che scelte difficili. Non è dunque peregrina l’idea che Trevi (certamente inconsciamente) narrando di Carbone e Pera  abbia voluto raccontare di sé, dell’amore amicale nei confronti di due compagni di strada che la morte ha allontanato, lasciando dei sospesi che, in particolare per quanto riguarda il rapporto con Rocco Carbone, avrebbero potuto  essere causa di rimorsi.

Fu Cesare Garboli nel suo saggio su Antonio Delfini  ad affermare che “in ogni amicizia c’è un rimorso”, come ricorda Emanuele  Trevi che confessa così il sentimento nei confronti di Carbone da cui per un lungo periodo si era allontanato con una determinazione che influenzò i rapporti successivi. Sebbene i motivi che avevano portato alla separazione sembrassero superati.

Dunque,   Due vite può essere letto come un omaggio alla memoria  di due amici, ma anche alla propria vita, nella consapevolezza che ciò che è stato deve essere rielaborato per proseguire nella navigazione, per tutto il tempo che ci sarà concesso.

Voglio concludere queste riflessioni con quanto scrive Trevi, poche frasi, che rivelano il senso di tutto il libro:

“I nostri amici sono anche questo,

rappresentazioni delle epoche della vita

che attraversiamo come navigando in un arcipelago

dove arriviamo a doppiare promontori

che ci sembravano lontanissimi,

rimanendo sempre più soli,

non riuscendo a intuire nulla dello scoglio

dove toccherà a noi,

una buona volta, andare a sbattere”.

I perché della Storia

Nella parte meridionale dell’Inghilterra, nella contea del  Lincolshire, vi è un’ampia area paludosa, oramai bonificata e sottratta all’acqua, caratterizzata da un paesaggio desolatamente piatto. È questa la regione dei Fens (termine con cui gli inglesi indicano una sola area di palude o già bonificata), “Il  paese dell’acqua” del romanzo di Graham Swift.

 In questo paese ha vissuto gli anni dell’infanzia e della giovinezza Thomas Crick, vecchio professore di storia, allontano dall’insegnamento con un provvedimento di pensionamento anticipato conseguente ad un programma di ridimensionamento, attuato per tagliare le spese, eliminando il  superfluo, la storia, appunto.

Di fatto, il preside, il signor Lewis,  un tempo amico di Thomas Crick, maschera con il pensionamento il licenziamento di un professore ritenuto oramai inadeguato, come inadeguata sembra la conoscenza storica a chi non ha cuore la cultura, ma esercita la professione di freddo burocrate attento ai numeri, convinto che “bisogna preparare i ragazzi alla vita reale”.  Annunciando a Crick il pensionamento, infatti, dichiara:

“Mandiamo almeno uno di questi ragazzi nel mondo

 con il senso della propria utilità, con la capacità di applicarla,

con un po’ di nozioni pratiche,

e non con qualche straccio di informazioni inutili”.

 Una visione della scuola che, ahinoi, non è nuova, nemmeno dalle nostre parti.

Una scuola che non ha come progetto la formazione di persone capaci di pensare, di comprendere il mondo intorno a sé. Capaci di  leggere ed interpretare il presente, grazie all’apprendimento critico del passato.

Perché è a questo che serve la Storia. Ed è per questo che l’insegnamento della Storia (anche in Italia) viene ridimensionato: perché chi pensa fa paura, chi pensa non viene indottrinato dall’alto come invece può essere fatto con chi ha solo qualche competenza pratica, utile, forse neanche tanto, a trovare un lavoro da subalterno.

A muovere Lewis è anche la convinzione che il vecchio Crick sia “fuori di testa”, “rimbambito” perché ha interrotto l’insegnamento dei grandi Fatti Storici, per raccontare storie, fatti del passato nelle terre dei Fens, della disperata fatica degli uomini (da un certo punto anche gli antenati di Crick) per strappare le terre alle acque, drenando ininterrottamente il fango,  combattendo  contro le alluvioni e il tentativo della natura di riconquistare le terre che le vengono sottratte.

Contrariamente a quanto pensa Lewis, quelli del vecchio professore di storia non sono i racconti di un folle che ha perso di vista i contenuti del proprio insegnamento. Sono piuttosto il racconto di un uomo consapevole di parlare a degli adolescenti concentrati sul presente, sull’Adesso, sul Qui e Ora.   

“Quante volte accade che il Qui e Ora si presenti a noi?”

È questa la domanda chiave del romanzo da cui scaturisce il viaggio nella memoria di Crick, un racconto in cui i diversi piani temporali (il passato lontano, ma anche recente e il presente)  si compongono come le tessere di un puzzle che disegnano un quadro drammatico i cui protagonisti si rendono responsabili di atti efferati, crudeli, a tratti brutali.

 Swift ci svela questo puzzle  componendo i pezzi, poco alla volta, lasciando intravedere quello che potrebbe essere, ma svelandolo con delicatezza, rispondendo (con   stile delicato, mai aspro, anche  quando ricorda fatti spiacevoli) ai tanti “perché” che la Storia  ci insegna a chiedere.