Nell’anniversario della liberazione dal nazifascismo ho voluto proporre il saggio di Michela Ponzani. L’autrice, docente di Storia contemporanea all’Università “Tor Vergata” di Roma, ha raccolto le voci delle donne (mogli, madri, figlie, nipoti…) delle vittime delle Fosse Ardeadine.
Una straghe voluta dai nazisti con la complicità dei fascisti che, scrive Michela Ponzani, fecero la lista degli italiani: “potevano farli scappa, invece li consegnarono ai tedeschi” (pag.17)
“Il Paese dovrebbe riconsocenza ai protagonisti della sua guerra di liberazione; partigiani ribelli, combattenti irregolari che si erano dati alla nacchia per resistere (con i pochi mezzi a disposizione) contro la politica del terrore messa in atto dalle truppe occupanbti tedesche e dalle milizie fasciste. Una dignità che andrebbe riconsociuta anche alle donne delle Ardeatine, perché si ribellarono al destino di vittima e scelsero di resistere, contro un mondo che le voleva ai margini. E invece, a più di ottant’anni dai fatti, si assiste a una polemica infinita pronta a riesplodere a ogni anniversario delle Ardeatine, che punta il dito sulle ragioni dell’antifascismo e della guerra partigiana, confondendo meriti e bassezze, valori e disvalori, torti e ragioni. E non di rado avvelena i pozzi di un Paese soffiando sul fuoco di una memoria divisa che è stata soprattutto una memoria del dolore.”.(pag.14)
“La vita dentro i fogli Excel è sempre così rassicurante”
“Non sarò più la Veronica suadente del video, nessuno mi riporterà indietro”
L’amore è fatto di parole, gesti, oggetti. Proprio questi ultimi, permanenti nella loro concretezza, quando l’amore finisce, possono trasformarsi in simboli dolorosi. Disfarsene diventa dunque un atto liberatorio, necessario per superare la sofferenza psicologica e chiudere definitivamente una relazione. Che farsene, dunque, di oggetti ricevuti in dono da chi abbiamo amato e ci ha amato? Alla domanda ha risposto una coppia di Zagabria che ha fondato il Museum of Broken Relationship (Museo delle relazioni interrotte) per custodire gli oggetti sopravvissuti alla loro vita di coppia.
La struttura, nel cuore della città croata, viene ogni anno visitato da migliaia di persone, anche coppie come Giacomo e Veronica, protagonisti del romanzo di Maurizio Bonetto.
Nella finzione narrativa i due, appena fidanzati, visitando Zagabria si ritrovano nel museo e per ore vengono catturati dalle notizie che ricostruiscono la storia dei singoli oggetti, inviati da donatori anonimi. Col senno di poi, Giacomo attribuirà il fallimento del proprio matrimonio a quella visita considerata un cattivo presagio.
All’idea che un amore possa finire per Giacomo bisogna avvicinarsi con lo stesso atteggiamento riservato all’idea di malattia: “meglio non parlarne, meglio non immergere il cervello in un catino pieno di possibili modi per infrangere un amore”.
Per vent’anni, tanto è durata la sua relazione con Veronica, Giacomo ha cercato di non pensare alla possibilità che un amore possa anche infrangersi. Fino alla sera in cui, rientrando a casa, trova la moglie in salotto con un altro uomo. Lo stanno aspettando per comunicargli che hanno una relazione.
«Ciao Giacomo, dobbiamo parlarti.»
Così si apre il romanzo che, per poco meno di duecento pagine, ricostruisce un rapporto ventennale alternando le voci dei due protagonisti, attraverso le scene da un matrimonio dalle quali emerge che per costruire una relazione felice non basta circondarsi di oggetti di valore, di elettrodomestici all’avanguardia, di gioielli. Come non ci si può considerare al sicuro in una “villetta che sa di maestoso”, dentro le cui mura si prova a soffocare il dubbio che qualcosa non funziona, che non si conosce realmente la persona con cui si condivide la vita. Come Valeria ha provato a fare per anni, imponendosi di indossare l’abito che Giacomo aveva realizzato per lei e che diventava sempre più stretto.
Pagina dopo pagina, Bonetto ci conduce dentro una relazione di coppia che nella sua unicità potrebbe non essere straordinaria, spingendoci a riflettere su una visione di amore in cui “tu sei inseguito o inseguitore, ma non riesci mai a raggiungere chi ti sta davanti, che si sposta sempre alla tua stessa velocità”.
Giacomo ritiene questa “la maledizione dell’amore orizzontale” che ruota intorno al “gioco dell’inseguito e dell’inseguitore”. Tuttavia, il nostro protagonista ci dice di avere sognato che il sentimento maturo “si trasformasse in un amore verticale”. Una relazione matura in cui i due protagonisti smettono di pretendere dall’altro quello che non può dare e contribuiscano a “costruire” un manufatto duraturo che Giacomo immagina essere una piramide, un edificio solido, capace di resistere alle intemperie, dove proteggersi a vicenda.
“Amavamo i punti di passaggio. E forse, adesso che ci penso, quello fu Roma per me: una tappa intermedia imprevista e periferica che all’improvviso diventa l’aster della vita, l’interludio che soppianta il prima e il dopo. Roma non aveva mai chiesto di essere amata e [ …] non avrei capito di amarla o di volerla amare finché non fossi stato sul punto di perderderla”. (p. 335)
È il 1967 quando André Aciman, ancora adolescente, arriva in Italia assieme al fratello minore e alla madre sorda. La sua famiglia è tra le ultime a lasciare Alessandria d’Egitto, perché espulsa, al pari degli altri, dal governo nazionalista di Nasser in quanto ebrei sefarditi. L’arrivo in Italia riserva al giovane Aciman non poche delusioni: l’approdo al porto di Napoli; l’incontro con lo zio paterno Claude, emigrato già da diversi decenni e considerato (il lettore scoprirà se a ragione) un “orco” dall’intera famiglia; il passaggio al campo profughi, fino all’arrivo a Roma per abitare in un appartamento messo a disposizione dallo zio e lontano anni luce dalla Roma affascinante e carica di storia che il protagonista aveva sognato.
Quella che diventerà la casa romana della famiglia Aciman sorge infatti in via Clelia, in un quartiere popolare che il giovane André rifiuterà e di cui si vergognerà. Fino al punto di mentire ai compagni dell’importante scuola americana che frequenta con il fratello.
“Avevo creduto che, appena fossi sbarcato in Italia, ogni cosa di me sarebbe stata cancellata. Mi sarei dimenticato chi ero o quello che avevo imparato in Egitto. Invece, con mio grande stupore, mi accorsi che, nonostante mi fossi trasferito da una sponda all’altra del Mediterraneo, non era cambiato nulla. Restavo lo stesso di qualche giorno prima, non ero svanito. Volevo dimenticare chi ero, voltare pagina, diventare un individuo nuova. Ma rimanevo quello di sempre e non ne ero felice.”(p.23)
André dunque inizia la sua esperienza italiana schiacciato da sentimenti negativi amplificati dalla consapevolezza di cambiamenti nella propria vita ed in quella delle persone a lui più care più che negativi. Mentre ad Alessandria vivevano nell’agiatezza, gli Aciman si ritrovano ad affrontare difficoltà economiche e a dovere calcolare minuziosamente ogni singola spesa. A ciò bisogna aggiungere la consapevolezza di vivere in una famiglia disfunzionale (come diremmo noi oggi) a causa del profondo e insanabile conflitto tra i genitori che, pur rimanendo formalmente sposati, vivono di fatto da separati. Inoltre, mentre il fratello e la madre riescono a inserirsi nel nuovo quartiere, facendo amicizia con i nuovi vicini, Andrè si chiude nel proprio mondo, fatto di letture, ma anche di lunghe passeggiate alla scoperta di Roma che, poco alla volta, lo porteranno e scoprire la bellezza immaginata e a innamorarsi della città.
Fino al punto di temere il trasferimento a New York, tanto desiderato e per il quale si era tanto adoperato, per frequentare il l’Hunter College. Il trasferimento negli USA, vinte le resistenze anche paterne, viene quindi accolto ed organizzato come un passaggio, un evento temporaneo, necessario ad André per continuare gli studi universitari, dopo i quali la famiglia avrebbe dovuto fare ritorno in Europa. Parigi, infatti, contrariamente a quanto avvenuto con Roma aveva subito fatto innamorare Andrè al punto da desiderare viverci.
Non accadrà: l’arrivo a New York sarà per la famiglia Aciman definitivo, ma il legame di Andrè con Roma (e forse anche con la via Clelia) sarà indissolubile, come testimoniano i continui ritorni e le passeggiate assieme alla moglie e ai figli, lungo le vecchie strade della sua adolescenza, in un nostos, un ritorno ad un passato cancellato per sempre.
“Anche quando, qualche anno dopo, ci tornai con uno dei miei figli, ormai adulto, il nostro vecchio appartamento non mi disse nulla; mi ricordavo tutto, ma non provavo nessuna emozione. Suonai il campanello quattro volte, ma neppure questo smosse qualcosa dentro di me, e quando chiesi ai nuovi proprietari se i termosifoni funzionavano, mi risposero di si, sempre, e mi dissero anche le finestre non si rompevano” (pag. 379)
“Com’era vasto il mondo, e com’era ricco di varia umanità e strani accadimenti! E com’era alto il cielo sopra i tetti! E com’era profonda la terra sotto le pietre del selciato! E perché uomini e donne si amavano? E dov’era Dio, di cui si parlava sempre in casa nostra? Ero meravigliato, felice, estasiato. Sentivo di dover risolvere quell’enigma da solo, con la mia intelligenza” (pag.85)
Ci sono scrittori che hanno il potere di condurti nel loro mondo e di farti sentire parte di esso. Un mondo a te ignoto, perché storicamente e culturalmente lontano, che rappresenta una scoperta, sempre nuova e preziosa, ma di diventi parte, grazie all’abilità del narratore.
Isaac Bashevis Singer (premio Nobel per la Letteratura nel 1978) appartiene a questa categoria di scrittori. Qualcuno potrebbe obiettare che per lui è stato facile, avendo avuto il vantaggio e il privilegio di vivere in una famiglia fuori dal comune, capace di ispirare pagine memorabili di letteratura nelle quali l’esperienza personale si erge a paradigma di una vita fuori dall’ordinario. Il padre, Rabbino in via Krochamalna, a Varsavia, svolgeva il proprio lavoro in casa: nel suo studio si celebravano matrimoni, banchetti chassidici; si studiava e si pregava, ma soprattutto si cercava di dirimere i conflitti più disparati tra personaggi di ogni tipo, attraverso la saggezza derivata dalla Torah di cui era interprete.
Ebreo puritano e pio, il Rabbino Singer, noto esempio di integrità e sobrietà, svolgeva il proprio lavoro con accanto il giovane Isaac che, tra le mura di casa, viveva l’esperienza di un mondo ancorato al passato, mentre fuori era in atto un cambiamento profondo, causa, tra l’altro, di conflitti familiari. Espressione del nuovo era, ad esempio il fratello maggiore Israel Joshua (anch’egli scrittore) schieratosi presto contro la rigida osservanza paterna:
“Eravamo gli eredi di un codice eroico non ancora descritto nella letteratura yiddish, la cui essenza consisteva nella capacità di sopportare le sofferenze per amore della purezza spirituale” (pag. 205).
Il mondo esterno, infatti, era abitato da una enorme quantità di gente che non condivideva gli ideali dell’anziano rabbino e della moglie, costretta a confrontarsi quotidianamente con la via Krochmalna e verso la quale provava un profondo sentimento di estraneità, amplificato dalla mancanza di denaro.
Inoltre, alle difficoltà culturali della famiglia si affiancavano quelle economiche, da tutti affrontati con eroico stoicismo:
“Io andavo in giro con un caffettano che mi stava piccolo. Ogni tanto ricevevo un nuovo capo di vestiario, però solo quando quello vecchio era ridotto a brandelli”.
Presto, il giovane Isaac cominciò ad avvertire lo iato, sempre più profondo, tra il vecchio mondo dei genitori e il nuovo, abbracciato dal fratello. Infatti, mentre i genitori rimanevano fedeli a un ebraismo rigido e per questo respinto da molti, i figli sperimentavano le contraddizioni e le falsità dei numerosi personaggi che frequentavano la loro cara, per essere ascoltati dal padre, e la cui condotta di vita era lontana dalle prescrizioni della legge ebraica. Questa, per molti, era uno strumento per avere conferme ai propri comportamenti e sopraffare l’avversario. Furberie, meschinità, cupidigia, ipocrisia si manifestavano sempre con maggiore frequenza provocando, soprattutto in Israel Joshua, il rifiuto di un mondo a cui sentiva di non appartenere, ma (ed è questo l’elemento più significativo) non voleva più appartenere.
“Mio fratello … a causa delle sue idee emancipate, trovava difficile parlare con mio padre, che gli rispondeva sempre: Miscredente! Nemico di Israele!” (pag. 224)
Fu la guerra ad imprimere una svolta decisiva alla vita della famiglia Singer e a tutta la comunità ebraica, sebbene, dopo l’attentato di Sarajevo, si fosse diffusa la speranza di un cambiamento, di un miglioramento di fatto negato da eventi drammatici che avrebbero segnato un’epoca.
“A noi furono risparmiati lutti e deportazioni, ma non lo sgretolarsi della cinquantenaria costruzione del progetto editoriale avviato dal fondatore Leo Samuele Olschki, nonché la diaspora della famiglia e degli affetti” (p.11)
Leo Samuele Olschki aveva lasciato la Prussia orientale, nel 1883 per trasferirsi in Italia e fondare la casa editrice che da lui prende il nome. In pochi decenni grazie alle sue raffinate ed erudite pubblicazioni era riuscito ad ottenere importanti riconoscimenti tanto che Vittore Branca, noto critico letterario all’epoca ancora molto giovane, arrivò a indicarlo come «il favoloso principe dei bibliofili, l’amico di imperatori e di re, dei Morgan e degli Acton, di D’Annunzio e di Rilke». (p. 13)
L’affermazione professionale, conseguenza dei suoi interessi culturali e della passione per la letteratura italiana (e di Dante in particolare al quale dedica un’edizione monumentale della Divina Commedia) non fu sufficiente dopo il luglio 1938. Una data fatidica questa per il nostro paese, perché segna la promulgazione delle legge razziali e l’inizio della persecuzione dei cittadini di religione ebraica. Come Leo Olschki, appunto, che negli anni precedenti aveva già dovuto affrontare attacchi alla propria attività sulla stampa fascista ad opera dei nazionalisti. Il 19 luglio del 1930 su “La tribuna” era stato definito «editore polacco ebreo» reo di “non operare nell’interesse della cultura nazionale” (p. 18). Piccoli segnali che anticipavano quanto sarebbe arrivato in seguito alla pubblicazione del R.D.L. del 7 settembre 1938 con l’ingiunzione a denunciare i collaboratori, gli autori, gli impiegati della casa editrice di religione ebraica. Fu l’inizio: le richieste del “Ministero della cultura popolare diverranno sempre più pressanti fino all’invito ad attivarsi «nel più breve termine di tempo possibile per la sostituzione del nominativo della Vostra Casa Editrice con altro nome ariano» (pag.24)
Ebbe inizio così per la Olschki un lungo e difficile periodo che si protrarrà fin oltre la seconda guerra mondiale e che sarà possibile superare grazie al lavoro e all’impegno degli eredi di Leo. Tra questi vi è Daniele Olschki autore di questo libretto (tale per dimensioni, non certo per il valore storico e per la ricca e preziosa documentazione che ricostruisce la vicenda) il quale per anni ha custodito un fascicolo intitolato: “Meminisse iuvabit” (gioverà ricordare, appunto, oggi più che in passato) dove il nono aveva raccolto il carteggio con il “Ministero della cultura popolare” , fedelmente riprodotto nel libro.
Un romanzo di drammatica attualità su un conflitto apparentemente senza soluzione.
È facile, quando si legge o si racconta di guerra, scivolare nella retorica dell’eroismo, del sacrificio consumato per un interesse superiore, a rischio della propria vita. Adania Shibli ne è consapevole e nella prima parte di Un dettaglio minore sembra quasi spingere il lettore verso questa retorica. Lo fa accompagnandolo nel deserto del Negev a conoscere un comandante israeliano le cui giornate si consumano, con ritmo lento, nel monotono ripetersi di azioni sempre uguali. La giornata del protagonista si dipana tra attività di ricognizione nel deserto, al confine con l’Egitto, ordini ai soldati, igiene personale e medicazioni ad una gamba, per una infezione causata dalla puntura di un ragno e trascurata per portare avanti il proprio incarico.
È proprio questo dettaglio che spinge, pericolosamente, il lettore a solidarizzare con il comandante viene visto nella propria umanità, anche più intima. Fino a quando, nel corso di una perlustrazione, non viene individuata una carovana di beduini massacrati insieme ai propri dromedari. Si salva una ragazza, condotta, come prigioniera, nel campo e la cui sorte è tragicamente segnata: il comandante si macchia di un crimine diffusissimo in guerra.
Adania Shibli lo racconta con la pacatezza e il distacco che troviamo nell’intera narrazione, trasformando l’eroe in carnefice, distruggendo ogni retorica edulcorante, mostrando il vero volto della guerra.
I fatti della prima parte del romanzo si svolgono nell’agosto del 1949 (l’anno successivo la guerra arabo israeliana che causò l’espulsione di 700.000 palestinesi) e assumono i colori tragici della contemporaneità nel racconto di una guerra che si ripete ciclicamente, senza soluzione di continuità e che, nei periodi di apparente pacificazione, si impone con posti di blocchi, divieti, restrizioni subite dai palestinesi e documentati da Adania Shibli, nella seconda parte di “Un dettaglio minore”, in un contesto apparentemente diverso. La narrazione, infatti, ci porta nella nostra epoca con protagonista una giovane donna colpita dalla vicenda della ragazza del deserto, portata alla luce da un giornalista assieme ad una fatale coincidenza: la ragazza vittima della violenza di gruppo, venne uccisa e seppellita nel deserto, proprio nel giorno in cui nacque la donna palestinese, esattamente venticinque anni prima.
Così la giovane donna decide di lasciare la propria città , combattere contro la paura fino a superare blocchi militari, geografici, fisici, psicologici e mentali. Blocchi da cui i palestinesi sono schiacciati e ai quali possono ribellarsi solo mettendo a rischio la propria vita.
Il viaggio intrapreso dalla giovane donna palestinese si trasforma in una lenta conferma, l’ennesima, della sistematica e impietosa cancellazione della Palestina:
“di palestinese non è rimasto niente, né i nomi delle città e dei villaggi sui cartelli stradali, né i cartelloni pubblicitari i cui slogan so o tutti scritti in ebraico, neppure gli edifici di nuova costruzione, o perfino i vasti campi che si estendono fino all’orizzonte”.
Pubblicato nel 2021, per la Nave di Teseo, il romanzo ci conduce dentro la desolante quotidianità fatta di sopraffazione, tensione minacciosa, intimidazione e divieti. Una quotidianità estremamente precaria come dimostrano i recenti eventi e la cronaca contemporanea.
Di vicende antiche echeggia la tua storia: un fato avverso e il ritorno a casa, tranquillità borghese e tuo addio alla vita. Ciascuno di noi è te, genesi e conferma lascito e speranza, filiale discendenza … (pag. 141)
L’aggettivo piccolo nel titolo non deve essere fuorviante. D’altra parte anche Catullo, nel dedicare la propria opera all’amico Cornelio Nepote usò la parola libellum il cui fine non era certo quello di sminuire il valore delle proprie poesie, quanto di dare forma al legame di familiarità con il destinatario del Liber.
Così è per il libro di Tullio Sammito dove l’aggettivo piccolo accostato a destino suona quasi come un ossimoro, visto che l’uomo, pur essendo faber fortunae suae, è ben poca cosa di fronte alla grandezza di eventi, legati dalla casualità, che ne determinano e condizionano l’esistenza.
A segnare il destino dei fratelli Sammito fu la scelta di Turiddu, il padre di Tullio di lasciare il Friuli e ritornare in Sicilia, facendosi carico di un lungo, e per nulla semplice, viaggio di oltre tre mesi.
Dopo l’8 settembre, Turiddu, in servizio nella Caserma PIAVE di Palmanova, si era trovato allo sbando ed era finito tra i partigiani sloveni. Caduto in un’imboscata di militari tedeschi, era stato fatto prigioniero, insieme ai partigiani, e condannato a morte. Il caso (possiamo chiamarlo destino?) gli aveva permesso di salvarsi e di essere accolto da Silvia, una donna friulana il cui marito era al fronte, e nascosto nel fienile dove aveva conosciuto e amato Maria. La figlia maggiore di Silvia era consapevole della forza indissolubile che legava Turiddu a Scicli, ma aveva sognato di potere raggiungerlo in Sicilia per costruire insieme una famiglia.
Le cose, però, andarono diversamente e Maria si ritrovò sola con un figlio da crescere, Silvano, con la determinazione e la fierezza che solo l’amore sa dare.
Il legame di Turiddu con il Friuli, però, non si spezzò mai ed egli custodì nel proprio cuore il dolore di non riuscire ad essere padre di Silvano verso il quale, seppur lontano ed assente, non mancò mai. Sino alla morte, avvenuta prematuramente, lasciando che anche i tre figli ragusani crescessero senza padre, vittime tutti di quella che, in chiave psicoanalitica, potrebbe chiamarsi “paradosso della predestinazione edipica”.
Questa, almeno, la lettura di Tullio Sammito il quale, partendo da frammenti di memoria, da mezze frasi ascoltate da bambino, dall’immagine del padre in lacrime che nasconde la lettera che sta leggendo, ha investigato, interrogato chi sapeva (lo zio paterno che aveva tenuto i contatti) è riuscito a ricostruire un puzzle e riscrivere la propria storia familiare.
Una storia che non è il racconto dei grandi eventi messi in moto dai potenti, non è, insomma la narrazione di guerre e di odi tra nazioni che costituiscono la macrostoria. È, piuttosto microstoria, ovvero il racconto delle vicende di uomini e donne comuni, che subiscono le scelte di chi sta in alto, che soffrono e patiscono, ma che possono anche essere vincitori. Come nel caso di Turiddu:
“la sua vittoria è rappresentata da noi quattro figli. Senza di noi neppure sarebbero esistiti tutti i nostri discendenti: donne bellissime, uomini speciali. Figli e figlie, donne, ragazze, bambini e bambine, pronti a trasmettere a loro volta la vita”. (pag. 141)
“… io sempre lo diceva che tutte li soferemente che mi incontravino tutte li soportava, … ma però non voleva morire maie, e neanche aveva maledetto alla mia madre e il mio padre, come tante ci ne sono, che bestimino alle suoie cenetore perché lavevino portato a questo monto” pag. 197
Einfühlung è una parola tedesca che possiamo tradurre con immedesimazione, ovvero la capacità di vivere idealmente emozioni, stati d’animo, esperienze di altri il cui racconto riusciamo a sentire come nostro. Tale processo, come sanno i dieci lettori che seguono il mio blog, non è scontato: non sempre gli scrittori (talora neanche quelli premiati e celebrati da critici compiacenti) riescono a condurti dentro le loro storie, ad accompagnarti con la loro presenza e la loro voce. Perché, noi lo sappiamo bene, il lettore dà voce e volto ai personaggi che lo accompagnano attraverso le pagine scritte e lo seguono oltre quelle stesse pagine, quando chiude il libro e teoricamente, solo teoricamente, dovrebbero tacere.
Vincenzo Rabito l’inafabeto, come egli stesso si definisce, diventato scrittore possiede una profonda competenza espressiva che dalla narrazione orale riesce a trasferire sulla pagina scritta, rendendo con una lingua inventata, il racconto della propria esistenza vivo e appassionato ai lettori non solo ragusani. Il romanzo della vita passata, pubblicato a settembre, segue il ben noto Terra matta, divenuto un caso editoriale, dopo essere stato premiato dall’Archivio di Pieve Santo Stefano.
Con Giovanni Rabito ospiti di Palazzo Antoci
Don Vincenzo (così ho imparato a chiamarlo, dopo averlo conosciuto attraverso le sue pagine) ha trascorso gli ultimi anni della propria vita, chiuso in una stanzetta per scrivere il proprio “romanzo”, come egli stesso lo definisce, con la consapevolezza del proprio ruolo di narratore. Il risultato dell’impegno degli ultimi tredici anni della sua vita è raccolto in quasi millecinquecento pagine che il figlio Giovanni è riuscito a recuperare e di cui ha curato la pubblicazione.
Il romanzo, in parte, racconta vicende già conosciute in “Terra matta”, ma presenta anche episodi e personaggi inediti, escludendone altri. L’esito, senza dubbio felicissimo, è la biografia di un uomo, un ragazzo del ’99, che ha vissuto esperienze dolorosissime, si è trovato, poco più che bambino, in situazione disperate dalle quali con caparbietà e coraggio è sempre riuscito a venire fuori, lasciando a tutti noi un profondo insegnamento: la vita va accolta e vissuta, anche quando sembra non esserci speranza e nonostante i sogni infranti.
Giovanni Rabito legge per gli studenti del Liceo Fermi alcune pagine del romanzo paterno
Perché Don Vincenzo aveva dei sogni che non ha potuto realizzare, ma non si è mai sottratto ai propri doveri di uomo: primo fra tutti, vivere. Il romanzo della vita passata ricostruisce la storia di un lottatore, rappresentativa dell’esistenza di milioni uomini che, magari, non hanno sentito il bisogno di narrarla in forma scritta, limitandosi a raccontarla oralmente ai propri cari.
«Sembrate molto simile, soprattutto nelle scempiaggini che dite»
«E se io fossi lui, voi cosa fareste?»
Può la vita di un uomo cambiare in una sola notte? Una notte lunga, dolorosamente lunga, durante la quale il protagonista di questo breve romanzo è costretto a fare i conti con il proprio passato, a fare luce sulla propria esistenza e prendere atto di una verità, di fatto chiara a tutti, ma che non aveva mai saputo vedere. Una notte che Severino, questo il nome del protagonista, aveva immaginato in maniera diversa da quella che poi, di fatto, è stato costretto a vivere. Una notte che avrebbe dovuto portarlo a scrivere, in lettere di fuoco, il proprio nome sul libro della Storia, divenendo un eroe.
Quella di Mario Landi è l’Italia tormentata e ferita dalla guerra contro il fascismo, culminata a Piazzale Loreto dove è stata scritta la parola fine con l’esposizione del corpo di Mussolini e Claretta. Questo ci ha raccontato la Storia che all’epoca dei fatti del romanzo, però, era ancora cronaca. Il fascismo era appena caduto (sebbene oggi, ahinoi, non sappiamo dire se lo abbiamo lasciato definitivamente dietro le nostre spalle), ma in molti giovani, e Severino è uno di questi, non si era ancora placato l’odio nei confronti di coloro che lo avevano sostenuto e ne erano stati i protagonisti, consapevolmente colpevoli.
Così, quando Severino scopre in maniera fortuita che il parroco dovrà accogliere un gerarca decide di sostituirsi al prelato per uccidere il fascista, vendicare la morte del padre, vittima del regime, riscattarsi come uomo che non ha potuto prendere parte alla guerra di resistenza per una menomazione fisica. Davanti a Severino, però, non ci sarà un qualunque gerarca, ma colui che sembra essere il duce in persona che dicevano morto e appeso al gasometro di Piazzale Loreto. L’uomo racconta di essere il sosia che Mussolini avrebbe assoldato ed istruito per essere sostituito in alcune situazioni a lui poco gradite. Nel corso delle circa centocinquanta pagine del racconto, però, il dubbio che non sia il sosia, ma il duce stesso, guadagna di tanto in tanto credibilità, assumendo la forma di un enigma che lasciamo sciogliere al lettore il quale non potrà non chiedersi (ed è anche questo il merito del romanzo) se la Storia che ci hanno raccontato – e che continuano a raccontarci – corrisponda sempre alla verità dei fatti.
Alberto Boscolo è uno studente, uno come tanti: dopo la maturità (superata con il massimo dei voti) si è iscritto alla Facoltà di Lettere e Filosofia alla Statale di Milano e, come tanti giovani, si è lasciato affascinare dal sogno di un mondo in cui non ci siano sfruttati e sfruttatori . Un sogno che in pochissimo tempo lo porta a superare i limiti della legalità , aderendo alle Brigate Rosse e partecipando (in maniera attiva e convinta) alla lotta armata.
Alessandro Bertante si fa da parte per dare voce direttamente al suo protagonista, lasciando che sia lui a ricostruire il percorso che segna la trasformazione dello “studente sbarbato della Statale”, impegnato nel volantinaggio davanti alla fabbrica della Sit Simens, nel complice e ideatore (accanto a Renato Curcio) di feroci azioni criminali firmati dalle Brigate Rosse.
Il racconto ci conduce nell’Italia degli anni Settanta tra giovani che convivono con i loro figli in case occupate, condividendo il cibo e gli ambienti, con i nuovi arrivati, spesso sconosciuti. Giovani che avevano fatto loro il mito di un Unione sovietica di fatto mai esistita:
“Inneggiavano a Lenin, a Mao e a Stalin
ma facevano già parte del nemico
e alcuni dei dirigenti più scaltri
lo sapevano con certezza ma gli andava bene lo stesso” .
Il passaggio alla lotta armata, che ha segnato la storia del nostro Paese in maniera ancora oggi indelebile, scaturisce dall’attentato di Piazza Fontana, letto già allora come la prima strage di Stato, e dal presunto suicidio dell’anarchico Pinelli. Una lettura, quella del suicidio, immediatamente negata dal gruppo di Bertante per il quale lo Stato “ammazzava impunemente”. Ragione per cui si diffuse la convinzione in “molti compagni che non era più tempo di farsi uccidere senza combattere”.
Quello che accadde successivamente (rapine sanguinarie per finanziare il movimento, sequestri lampo attentati dimostrativi fino al sequestro Moro) è storia condivisa. Come sia maturato tutto ciò, quale sia stato il costo pagato da giovani come Alberto Boscolo viene raccontato in un misto di storia ed invenzione da Alessandro Bertante che , utilizzando fonti e documenti storici, ricostruisce con l’estro del narratore, il percorso di giovani come Alberto Boscolo, un’intera generazione bruciata da un’ideologia, spesso non adeguatamente supportata:
“E poi c’ero io che non avevo una visione ideologica precisa,
ma mi lasciavo trascinare dalla voracità dei vent’anni e dall’urgenza dell’azione …
cercando di vivere la propaganda armata come momento politico principale
e, in qualche modo fondante, della mia visione rivoluzionaria”.