La notte delle verità

«Io non sono lui. Lui è morto» ringhiò il sosia.
«Sembrate molto simile, soprattutto nelle scempiaggini che dite»
«E se io fossi lui, voi cosa fareste?»

«Io non sono lui. Lui è morto» ringhiò il sosia.

«Sembrate molto simile, soprattutto nelle scempiaggini che dite»

«E se io fossi lui, voi cosa fareste?»

Può la vita di un uomo cambiare in una sola notte? Una notte lunga, dolorosamente lunga, durante la quale il protagonista di questo breve romanzo è costretto a fare i conti con il proprio passato, a fare luce sulla propria esistenza e prendere atto di una verità, di fatto chiara  a tutti, ma che non aveva mai saputo vedere. Una notte che Severino, questo il nome del protagonista, aveva immaginato in maniera diversa da quella che poi, di fatto, è stato costretto a vivere. Una notte che avrebbe dovuto portarlo a scrivere, in lettere di fuoco, il proprio nome sul libro della Storia, divenendo un eroe.

Quella di  Mario Landi è l’Italia tormentata e ferita dalla guerra contro il fascismo, culminata a Piazzale Loreto dove è stata scritta la parola fine con l’esposizione del corpo di Mussolini e Claretta. Questo ci ha raccontato la Storia  che all’epoca dei fatti del romanzo, però, era ancora cronaca. Il fascismo era appena caduto (sebbene oggi, ahinoi, non  sappiamo dire se lo abbiamo lasciato definitivamente dietro le nostre spalle), ma in molti giovani, e Severino è uno di questi, non si era ancora placato l’odio nei confronti di coloro che lo avevano sostenuto e ne erano stati i protagonisti, consapevolmente colpevoli.

Così, quando Severino scopre in maniera fortuita che il parroco dovrà accogliere un gerarca decide di sostituirsi al prelato per uccidere il fascista, vendicare la morte del padre, vittima del regime, riscattarsi come uomo che non ha potuto prendere parte alla guerra di resistenza per una menomazione fisica. Davanti a Severino, però, non ci sarà un qualunque gerarca, ma colui che sembra essere il duce in persona che dicevano morto e appeso al gasometro di  Piazzale Loreto. L’uomo racconta di essere il sosia che Mussolini avrebbe assoldato ed istruito per essere sostituito in alcune situazioni a lui poco gradite. Nel corso delle circa centocinquanta pagine del racconto, però, il dubbio che non sia il sosia, ma il duce stesso,  guadagna di tanto in tanto credibilità, assumendo la forma di un enigma che lasciamo sciogliere al lettore il quale non potrà non chiedersi (ed è anche questo il merito del romanzo) se la Storia che ci hanno raccontato – e che continuano a raccontarci –  corrisponda sempre alla verità dei fatti.

Niente resterà impunito

Il racconto doloroso di una generazione perduta

Alberto Boscolo è uno studente, uno come tanti:  dopo la maturità (superata con il massimo dei voti) si è iscritto alla Facoltà di Lettere e Filosofia alla Statale di Milano e, come tanti giovani, si è lasciato affascinare dal sogno  di un mondo in cui non ci siano sfruttati e sfruttatori . Un sogno che in pochissimo tempo lo porta a superare i limiti della legalità , aderendo alle Brigate Rosse e partecipando  (in maniera attiva e convinta) alla lotta armata.

Alessandro Bertante si fa da parte per dare voce direttamente al suo protagonista, lasciando che sia lui a ricostruire il percorso che segna la trasformazione dello “studente sbarbato della Statale”, impegnato nel volantinaggio  davanti alla fabbrica della Sit Simens, nel  complice e ideatore (accanto a Renato Curcio) di feroci azioni criminali firmati dalle Brigate Rosse.

Il racconto  ci conduce nell’Italia degli anni Settanta tra giovani che convivono con i loro figli in case occupate, condividendo il cibo e gli ambienti, con i nuovi arrivati, spesso sconosciuti. Giovani che avevano fatto loro il mito di un Unione sovietica di fatto  mai esistita:

“Inneggiavano a Lenin, a Mao e a Stalin 

ma facevano già parte del nemico

e  alcuni dei dirigenti più scaltri

lo sapevano con certezza ma gli andava bene lo stesso” .

Il passaggio alla lotta armata, che ha segnato la storia del nostro Paese in maniera ancora oggi indelebile, scaturisce dall’attentato di Piazza Fontana, letto già allora come la prima strage di Stato, e dal presunto suicidio dell’anarchico Pinelli. Una lettura, quella del suicidio, immediatamente negata dal gruppo di Bertante per il quale lo Stato “ammazzava impunemente”. Ragione per cui si diffuse la convinzione in   “molti compagni che non era più tempo di farsi uccidere senza combattere”.

Quello che accadde successivamente (rapine sanguinarie per finanziare il movimento, sequestri lampo attentati dimostrativi  fino al sequestro Moro) è storia  condivisa. Come sia maturato tutto ciò, quale sia stato il costo pagato da giovani come Alberto Boscolo viene raccontato in un misto di storia ed invenzione da Alessandro Bertante che , utilizzando fonti e documenti storici, ricostruisce con l’estro del narratore, il percorso di giovani come Alberto Boscolo, un’intera generazione bruciata da un’ideologia, spesso non adeguatamente supportata:

“E poi c’ero io che non avevo una visione ideologica precisa,

ma mi lasciavo trascinare dalla voracità dei vent’anni e dall’urgenza dell’azione …

cercando di vivere la propaganda armata come momento politico principale

e, in qualche modo fondante, della mia visione rivoluzionaria”.

Inquieta fratellanza

Serge, colui che dà il titolo al romanzo, è il maggiore di tre fratelli – di origine ebraica e  oramai adulti – ciascuno dei quali porta con sé  il peso di una vita già vissuta, con il carico di errori e delusioni, di promesse mancate, di sogni non realizzati. La storia di Serge, apparentemente il più spregiudicato, intraprendente fin da ragazzo, capace di inventare attività lavorative puntualmente destinate al fallimento, è narrata da Jean, il secondogenito, che non ha mai brillato per iniziativa personale, è  cresciuto all’ombra del fratello e fin da ragazzo sembrava destinato all’anonimato.

“Io a mio padre non interessavo.

Ero il classico ragazzo senza grilli per la testa,

che a scuola si impegnava,

faceva ogni cosa come suo fratello

e non aveva la minima personalità”

Jean è un uomo generoso, disponibile nei confronti della famiglia, di amici e  parenti ormai vecchi e malati, pronto a donarsi – fino a  fare da padre al figlio della propria ex, un bambino problematico, che fatica a socializzare (autistico?) – ma incapace di cambiare la propria vita. Eppure è  consapevole di ciò che non funziona;  sa cosa dovrebbe fare per essere felice, ma non ne ha il coraggio. O, probabilmente, non vuole cambiare.

Infine, c’è Nana, la bimba vezzeggiata e amata da mamma e papà, la preferita, ma indipendente nelle scelte, soprattutto in quelle sentimentali, tanto da deludere tutti. Nana è una donnina petulante, ma appagata e, apparentemente, felice delle proprie scelte.

Nel romanzo il tema centrale, ma non certo l’unico e comunque non il più importante, può essere individuato nel rapporto tra i  fratelli. O, meglio ancora, in quel che rimane della famiglia d’origine (luogo di conflitti e incomprensioni, anche devastanti) quando i genitori scompaiono e i fratelli sono  diventati altro rispetto a quelli che condividevano gli spazi della fanciullezza, con tutto ciò che questo comporta. Ed è proprio sull’«altro» che esplodono i conflitti, anche insanabili, che mettono a dura prova i legami di fratellanza, perché, come dice Jean:

“I legami fraterni si sfilacciano,si disperdono,

finiscono per non ridursi ad altro

che a un sottile nastrino di sentimenti o conformismo”.

Per Serge, Jean e Nana le tensioni rischiano di implodere durante un viaggio ad Auschwitz-Birkenau intrapreso su richiesta di Joséphine, figlia di Serge, che sente il bisogno di vedere il luogo in cui i propri parenti sono stati tragicamente uccisi, insieme con altri milioni di ebrei. I tre fratelli si ritrovano così a fare i conti con la Storia in un contesto in cui emergono le contraddizioni della memoria, vissuta da taluni con fanatismo quando non con la superficialità del turista improvvisato.

Sono certamente queste le pagine più belle del romanzo nelle quali Yasmina Reza – parigina di origine ebraica, padre iraniano, madre ungherese – riesce a dare il meglio di sé, facendo emergere (senza retorici sentimentalismi) il dramma di milioni di bambini, donne e uomini.

Ed è sempre durante il viaggio che emerge la sofferenza ed il dolore di Serge che  – nell’indifferenza nei confronti di ciò che vede e nell’impazienza per l’entusiasmo della figlia e della sorella – mostra il tormento che accompagna la sua solitudine, abilmente mascherato nelle riunioni di famiglia.

La tirannia della contingenza

Ci troviamo a Newark, città del New Jersey, nel luglio del 1944: il D day ha avuto luogo da circa un mese e centinaia di giovani americani avanzano in  Europa per combattere il nazifascismo. Tra questi non c’è  Mr Cantor, che a soli ventitré anni, per un grave problema alla vista, non ha potuto seguire gli amici in guerra. Mr Cantor, che per amici e familiari è Bucky (secchione) mal sopporta l’esclusione, ma, essendo Bucky ed essendo cresciuto a forza di ideali di sincerità, ardimento e sacrificio, si dedica anima e corpo all’attività di animatore del campo giochi di Chancellor Avenue, nel quartiere ebraico della città. Per  i suoi ragazzini è un faro: ammirato per le qualità atletiche (lanciatore di giavellotto e sollevatore pesi), ma soprattutto per la   determinazione, l’umanità, la disponibilità.

“Qualunque richiesta gli venisse rivolta,

lui sentiva di doverla soddisfare,

e la richiesta adesso

era quella di prendersi cura dei ragazzini

in pericolo al campo giochi”.

L’estate, particolarmente afosa, è turbata da un’epidemia di polio che dal quartiere italiano si diffonde in quello ebraico gettando nel panico le famiglie. Per alcune settimane, l’epidemia sembra risparmiare i ragazzi di Mr Cantor, fino a quando  non porta via il giovane Alan, lasciando i genitori nella disperazione e costringendo il giovane professore a cercare di dare un senso alla malattia e alla morte che vedeva incombere sugli adolescenti a lui affidati:

“a un tratto a Mr Cantor era venuto in mente

che Dio non solo lasciava che la polio imperversasse per  Weequahic,

ma ventitrè anni prima aveva anche permesso

che sua madre, diplomata da soli due anni

e più giovane di quanto fosse lui ora, morisse di parto”.

Il romanzo di Roth non coinvolge soltanto per l’affinità con la pandemia che ancora non ci siamo lasciati alle spalle. Non è questo che eleva Nemesi a classico della letteratura mondiale. Quanto il fatto che, come per gli altri romanzi di Roth,  ciò che leggiamo assume un valore assoluto, risulta vero e possibile non soltanto per il protagonista e i personaggi del racconto, né è circoscritto al luogo e al tempo della narrazione.  Diventa, permettetemelo, universale.

Dunque, Nemesi non racconta di un’epidemia. Non solo questo. Nemesi ci dice che in un momento storico, non molto lontano, in cui giovani uomini, adolescenti e bambini sono stati minacciati dall’epidemia e dalla guerra, ci può essere di  peggio del morire.  Perché si può essere risparmiati dalla guerra e dalla epidemia, ma non per questo ci si ritroverà salvi. Perché peggiore della morte può essere vivere da dannati e da reietti.
Ed è ancora peggio avere scelto per sé il castigo, addossandosi il Male, consumando i propri giorni nella disperazione senza accogliere consolazione alcuna, né dall’amore degli uomini, né da Dio; tormentandosi nella continua ricerca della causa profonda di eventi che non è possibile spiegare, né attribuire ad una forza trascendente, sia essa  positiva o negativa.  Fino alla consapevolezza che niente si può   di fronte agli eventi perché l’uomo non è sempre faber fortunae suae, in quanto:

“A volte si è fortunati e a volte non lo si è.

Ogni biografia è guidata dal caso e,

a partire dal concepimento,

il caso – la tirannia della contingenza – è tutto”.

La continua fiumana della vita

La  Marie Dudon, che con il suo scialle dà il titolo alla raccolta di racconti, è una donna provata dalla fatica  cui la costringe il bisogno, dopo il licenziamento del marito. Mentre lava i panni in due tinozze, poste su altrettante sedie davanti alla finestra, assiste a qualcosa di insolito che potrebbe trasformare la sua vita e quella della sua famiglia. Nel mettere in atto il piano, però, deve scontrarsi con la grettezza del marito, ignaro del suo progetto, il quale le impedisce di uscire sotto la pioggia con il cappotto e la scarpe nuove per non rovinarle. Così, Marie Dudon si ritrova avvolta nel miserrimo scialle madido di pioggia e le scarpe sformate e piene d’acqua, in una casa signorile, completamente fuori contesto. Consapevole della propria condizione di inferiorità, perde la forza e la capacità di contrattare e chiedere ciò che le necessita accontentandosi di briciole, ma riproponendosi di tornare in carica in tempi più favorevoli. Non ha però fatto i conti con la spregiudicata immoralità e attitudine criminale dell’antagonista.

Marie Dudon è soltanto uno dei personaggi che affollano i dieci racconti di questa preziosissima antologia in cui Simenon si rivela, anche nella narrazione breve, un profondo conoscitore e analista dell’animo umano, qui rappresentato e modellato con compiutezza, attraverso un numero vario e composito di uomini, donne e bambini trasportati dalla fiumana, inarrestabile, della vita.

Al fianco di Marie Dudon incontriamo la giovane Charlotte, entraîneuse della  Boule Rouge,  mentre  in compagnia di un cliente attraversa la Parigi notturna, tormentata dalla consapevolezza che al suo fianco cammina un famoso criminale. O ancora, il piccolo Corbion che assiste al disfacimento della propria famiglia e della sicurezza economica costruita sulla menzogna cui la frustrazione del bisogno può condurre. Aggiungiamo all’elenco la piccola Valérie: una domenica mattina scopre l’egoismo della   madre e delle sorelle che la costringono al sacrificio e mortificano i suoi sogni giovanili, ma deve prendere atto  che

“l’odore delle lacrime esiste solo per chi le versa”.

Altrettanto toccante è la vicenda della “vecchia coppia di Cherbourg”, ospiti dell’Hôtel des Deux-Continents, in attesa di un figlio in arrivo dall’America dove ha fatto fortuna. La loro (contadini che parlano una lingua incomprensibile che non riescono a pagare il conto, pur avendo in mano un assegno da milionari) presenza infastidisce i proprietari dell’albergo, fino a quando non ha la meglio l’avidità egoista, sempre in agguato nell’animo umano. Di certi uomini, almeno.

Il domani può non avere futuro

È il romanzo che ha aperto le pubblicazioni eccellenti del 2022, particolarmente atteso grazie alle  efficaci strategie editoriali, elogiato dai privilegiati che hanno avuto la possibilità di leggerlo in anteprima e che, senza mezzi termini,  hanno subito indicato “Annientare” come  il migliore romanzo di Houellebecq,  ormai giunto alla maturità narrativa.    

Il romanzo (un tomo di circa seicento pagine che scorrono veloci coinvolgendo facilmente, soprattutto nella seconda parte, il lettore) è ambientato in un futuro non molto lontano, ed ha per protagonista Paul Raison consulente politico di Bruno Juge, ministro dell’economia del governo francese, giunto ormai a fine mandato e costretto a tornare nell’agone elettorale.

I due uomini, a parte il lavoro, hanno in comune la solitudine e la delusione per matrimoni non proprio felici: Bruno, stanco dei continui tradimenti della moglie, di fatto vive nella sede del ministero, conducendo un’esistenza quasi monacale. Paul condivide ancora la casa con la moglie, ma le loro vite hanno intrapreso percorsi diversi e si incontrano raramente.

Siamo nel 1927, una serie di attentati terroristici di cui non si comprende la paternità, minaccia di compromettere la campagna elettorale, coinvolgendo direttamente Paul il quale, allo stesso tempo, è alle prese con una serie di travolgimenti personali che lo conducono lontano da Parigi, verso un nostos che non è un approdo sicuro, ma che, anzi, lo spinge ad un ulteriore ricerca.

La vita, la morte, la crisi della democrazia, il terrorismo, il digitale, facebook, il sesso, la famiglia, la malasanità e la sanità buona, la religione, le mode religiose, la scienza: sono i tanti temi di  “Annientare” che scava nelle contraddizioni della società contemporanea, ma anche nei drammi individuali. Houellebecq  riesce a condurre  il lettore attraverso le proprie paure, spingendolo in situazioni  temute, quando non già vissute, fino al colpo di scena conclusivo e all’epilogo devastante.

Un elemento è, forse, degno di nota: in “Annientare” non c’è memoria della pandemia mondiale, sebbene sia ambientato in un tempo non troppo lontano da quello attuale.

“La caduta del linguaggio è la caduta dell’uomo”

La parola è l’atto creativo per eccellenza quello che rende l’uomo simile a Dio, come leggiamo nel mito biblico quando Adamo riceve l’incarico di dare il nome a tutti gli animali del mondo appena creato. Quest’atto nobile, che ci dovrebbe innalzare al di sopra delle bestie, può diventare strumento di sottomissione, di manipolazione delle coscienze, di limitazione della libertà di ciascuno. Lo ricorda la storia, più o meno recente (si pensi al nazifascismo, ma anche ad altri autoritarismi), lo dice in maniera assillante la nostra quotidianità, dominata dalla parola attraverso i social network dove chiunque può arrogarsi il diritto di esprimere il proprio punto di vista su argomenti che sconosce ed in merito ai quali non ha competenze, né conoscenze.  Tuttologi del niente che creano confusione e disordini, come è noto a tutti, dai quali possiamo difenderci  soltanto affinando la capacità di leggere oltre il significato letterario, esercitando la competenza  critica per non essere trascinati dalla corrente del populismo becero e dal qualunquismo.

Si tratta di un libro di facile lettura (pur trattandosi di un  saggio) che l’autore definisce “Un’antologia anarchica. Una ricerca di senso”. Perché c’è sempre un senso, più o meno celato, in quello che succede intorno a noi. Un senso che le parole cercano di nascondere, di alterare, quando sono utilizzate in maniera errata, strumentale.

Un esempio, forse nemmeno il più eclatante, è relativo all’uso del termine “lodo”: era il 2003 quando venne approvata la legge 140, nota come “lodo Schifani”, una delle tante leggi ad personam del periodo, il cui fine era – come ricorda Carofiglio – “impedire la celebrazione di ogni processo a carico dell’imputato Berlusconi”.

La legge, dichiarata anticostituzionale con sentenza della Consulta (13 marzo 2004), viene indicata come un esempio “di manipolazione orwelliana del linguaggio” per l’uso del tutto inappropriato di lodo. Citando il Devoto-Oli, Carofiglio ricorda che “il lodo è una formula di transazione o di compromesso in una controversia, proposta da una persona di riconosciute imparzialità e autorevolezza”. Elementi, sottolinea l’autore, completamente assenti nella legge Schifani. Il problema, non certo irrilevante, è che l’incongruenza nell’uso di lodo non venne rilevata da nessuno, nemmeno dalle opposizioni. Si consumò, così, un’azione di “manipolazione dell’opinione pubblica” attraverso una “mossa tanto spregiudicata quanto efficace” che attenuava gli effetti dell’intervento normativo.

La nuova manomissione delle parole in maniera lucida, essenziale ed esemplificativa ricostruisce  episodi come quello appena ricordato (quasi un simbolo della resistibile conquista del linguaggio – e dunque della politica – realizzata dalla destra nel nostro Paese negli ultimi trent’anni), anche molto recenti, regalandoci una sintesi opportuna ed essenziale con la consapevolezza che:

le parole sono anche atti, dei quali è necessario fronteggiare le conseguenze

L’insostenibile leggerezza del vivere

Una donna sulle bianche scogliere,  sta tornando in Inghilterra  dall’Italia per sfuggire ad un amore sbagliato,  in attesa di imbarcarsi   decide di scrivere una lettera alla sorella. Non usa della normale carta da lettera, ma un elegante quaderno, acquistato a Venezia, con la copertina rigida di seta azzurra marmorizzata. Niente di sorprendente, considerato che la lettera non potrà mai essere spedita, visto che la sorella è scomparsa venticinque anni prima.

Si apre così il romanzo di Coe che chiude la trilogia  (i due precedenti sono “La famiglia Winshaw” e “Il circolo dei Brocchi” ) che, secondo alcuni commentatori, costituisce il Romanzo ideale dell’autore inglese  campione della leggerezza della narrazione.

Una leggerezza, permettetemi l’ossimoro, profonda, capace di scavare dentro l’animo umano evidenziandone i limiti e le potenzialità, facendo luce sulle incompiute che ciascuno, non solo i personaggi di Coe ,si porta dietro perché manchevole del coraggio e della volontà di prendere in mano la propria vita e smettere di crogiolarsi in sogni adolescenziali, per vivere il presente ed essere artefici del proprio futuro.

Benjamin, promessa mancata della letteratura inglese, è il personaggio che meglio racconta questa dimensione esistenziale che lo rende un imbranato perdente, ma che, il lettore potrà scoprirlo da sé, potrebbe anche riscattarsi.

La vicenda prende le mosse alla vigilia del nuovo Millennio e si snoda durante il governo Blaire, nell’imminenza della Guerra contro l’Iraq  che vide l’Inghilterra in prima fila e mise in crisi le coscienze di molti, spingendo qualcuno a scelte radicali, tanto da rivoluzionare la propria vita a conferma, se mai ve ne fosse bisogno, che pubblico e privato si intrecciano, sebbene in qualche caso, come apprenderemo verso la fine della  narrazione, la consapevolezza si acquista dopo tanto tempo.

Colpisce  il lettore la tragica attualità del racconto di Coe che,  a tratti, sembra diventare lo specchio del nostro quotidiano con le teorie complottiste di cui, ahinoi, quotidianamente leggiamo; con i rigurgiti neo-nazisti delle cronache odierne; con l’insofferenza, spesso sfociata nella violenza, nei confronti degli stranieri, dei diversi…

Eppure, c’è ancora spazio per la speranza  che nel romanzo è incarnata da due giovani personaggi: Patrick e Sophie, visti mentre  passano “sotto il grande arco della porta di Brandeburgo, mano nella mano; senza desiderare altro dalla vita, per il momento, che la possibilità di ripetere gli errori che avevano commesso i loro genitori, in un mondo che stava ancora cercando di decidere se concedere loro almeno questo lusso”.

Immaginazione compassionevole e etica altruistica

Immaginazione compassionevole e etica altruistica

Antropocene: è il termine con cui Paul Crutzen,  premio Nobel per la Chimica atmosferica, ha indicato l’epoca geologica che stiamo vivendo. Epoca caratterizzata dall’agire dell’uomo il quale, come spesso sentiamo ripetere, sembra destinato  all’estinzione,  immancabile e (ahinoi!) improcrastinabile risultato di scelte sconsiderate che hanno compromesso il futuro del pianeta. Gli scienziati   continuano, senza posa,  a  indicare i rischiosi cambiamenti causa di incendi, siccità, scarsità di cibo …,  ma le minacce, evidenti e sempre più concrete, sembrano non convincere i Potenti né sembrano sortire scelte strategiche fondamentali per la sopravvivenza della Terra e dei suoi abitanti.  

Quanti (vedi Greta Thunberg) si sono fatti carico  del compito di promuovere comportamenti virtuosi  per la salvezza della Terra diventano in qualche caso oggetto di sprezzante dileggio  da parte di chi (vedi l’ex presidente degli Stati Uniti, Donald Trump) dovrebbe avere una visione ampia ed a lungo termine delle scelte da operare per il ruolo ricoperto.  Secondo un copione già scritto e che Carla Benedetti fa risalire a Noè, scelto da Dio per costruire l’Arca con cui salvarsi, unico giusto in un mondo di ingiusti, dall’imminente diluvio.

Il contributo che l’autrice dà va oltre il riferimento biblico: attraverso l’analisi di dati e di testi divulgativi scientifici, oltre che letterari, Carla Benedetti sostiene che le parole (pur fondate) degli uomini di scienza sono destinate a rimanere inascoltate perché incapaci di creare empatia, di coinvolgere sentimentalmente gli uomini. Contrariamente a quanto potrebbero fare la filosofia e la letteratura. Insomma, secondo Carla Benedetti, la Terra e i suoi abitanti non saranno salvati dalla Scienza, non solo almeno. Ci salveremo se uomini e donne di Lettere sapranno farsi carico del messaggio che viene dalla scienza e renderlo visibile e comprensibile a tutti.

Si potrebbe certo obiettare che tanta produzione letteraria di denuncia (vedi quella sugli orrori nazisti) non è riuscita a liberarci dai rischi (oggi ancora attuali) di certi fenomeni. Tuttavia, non possono essere ignorate alcune teorie di studiosi che esaltano il ruolo di quella produzione letteraria capace di “potenziare il sentimento empatico”. Tra gli altri, la filosofa statunitense Martha Nussbaum la quale definisce l’immaginazione narrativa come “immaginazione compassionevole”, capace di educare all’etica altruistica. Perché: “Non puoi risolvere un problema con lo stesso tipo di pensiero che hai usato per crearlo”, come ricorda l’autrice nell’esergo (attribuito a Albert Einstein) che precede la trattazione.

Augusto, imperatore, ma soprattutto uomo

Ci sono uomini che hanno dato il loro nome ad intere epoche, che pensiamo di conoscere a fondo per averli studiati, per avere riassunto le loro gesta, tradotto pagine che ricostruivano le vicende che li hanno resi protagonisti, letto saggi e romanzi loro dedicati, tanto che qualcuno potrebbe ritenere superfluo l’ennesimo libro che gli viene dedicato.

Certamente, non accade  per “Augustus” di John Williams.   L’autore americano ci conduce a Roma, durante il drammatico passaggio dalla Repubblica all’Impero, rivissuto attraverso i ricordi dei protagonisti,  diretti o indiretti, di eventi che hanno segnato la storia del Mediterraneo.

Il lettore  non troverà (e non potrebbe essere diversamente)  in “Augustus” la rigorosa ricostruzione storica dei fatti accaduti o la biografia del primo imperatore romano in quanto, come l’autore precisa nella nota introduttiva, per esigenze narrative  è stato cambiato l’ordine di alcuni avvenimenti, ma anche perché Williams ha: “inventato laddove i dati storici erano incompleti o incerti” ed ha “creato personaggi che la storia non cita”.

Attraverso una polifonia di voci narranti (appunti di diario, lettere, testimonianze di personaggi storici e non) Willians ricostruisce il lungo periodo  che va dalle settimane precedenti le Idi di Marzo alla vecchiaia di Augusto. Il suo è il racconto della storia vista dall’interno,  con gli occhi degli uomini, politici, ma anche intellettuali, poeti e filosofi;  della storia raccontata attraverso lo sguardo delle donne.

Di alcune donne,  in particolare. Donne di potere, capaci di incidere sugli eventi storici. Tra gli altri, Livia che Ottaviano sposa, dopo avere divorziato da Scribonia, già incinta  di Tiberio, figlio del precedente marito, che caparbiamente destinerà alla successione. Più di tutti, però, nel firmamento femminile di “Augustus”  brilla Livia, l’amata figlia di Ottaviano, strumento delle strategie politiche paterne. In esilio a Pandataria, si racconta in un diario scritto per se stessa, come  semplice “strumento di riflessione”,  da cui emerge una donna colta, consapevole del proprio potere tanto   da dichiarare “che persino una donna poteva restare intrappolata dagli eventi del mondo, e venirne distrutta”. Perché Giulia, come  tutte le donne del suo tempo, ma anche del recente passato, non può ambire al potere “con la forza fisica, o con quella della mente, o del desiderio; né, avendolo ottenuto, può compiacersene apertamente, con quell’orgoglio tutto virile che del potere  è la ricompensa e il bastone. Deve invece indossare mille maschere, per dissimulare le sue conquiste e la sua gloria”.

La personalità di Augusto emerge dai  raccontati di quanti hanno lavorato con lui, che hanno condiviso, o subito, le sue scelte, fino a quando l’imperatore prende la parola nella narrazione per rivelarci qualcosa che non ci saremmo aspettati:

“Io sono un uomo, debole e sciocco

come la maggior parte degli uomini;

se ho un vantaggio sui miei simili,

è quello di esserne consapevole,

e quindi di aver compreso le loro debolezze,

senza la presunzione di trovare in me più forza e più saggezza

di quanta ne abbia riscontrate negli altri”.