Il buio della ragione genera mostri

Ci sono libri che chiedono di essere letti e condivisi , soprattutto in alcuni momenti storici. “Il buio oltre la siepe” appartiene a questa categoria. Va letto  (hic et nunc) qui e ora, in questo tempo di intolleranze e   pregiudizi alimentati dal venticello (a dire il vero sempre più consistente) che soffia sul fuoco del razzismo. 

Non si pensi che siamo lontani dall’Alabama, che dagli Anni ’30 acqua sotto i ponti ne è passata tanta: i pregiudizi e l’insofferenza nei confronti del diverso (sia per il colore della pelle che  per l’orientamento sessuale, come, purtroppo, la cronaca continua a raccontare, quasi quotidianamente) orientano ancora oggi l’agire di molti.

Non sempre, però, si riesce a comprendere l’assurdità di certi atteggiamenti: per capirlo bisogna avere lo sguardo limpido di un fanciullo o l’integrità morale di uomini come Atticus Finch, l’avvocato protagonista del romanzo chiamato a difendere un giovane afroamericano, accusato di avere violentato una ragazza bianca.

A raccontare la vicenda  è la giovane figlia di Atticus, Scout, bimba  matura e responsabile che ama trascorrere la giornata in strada insieme col fratello maggiore , Jem, aspirando a diventare un ragazzo e allontanando da sé l’immagine della bambina pizzi e nastri in cui  la zia Alexandra vorrebbe trasformarla.

Con profonda ironia e apparente leggerezza Scout racconta l’avversione della zia nei confronti dei pantaloni, indossati abitualmente dalla bambina:

“Zia Alexandra era fanatica in materia di abbigliamento.

 Se portavo i pantaloni, non potevo assolutamente sperare di diventare una signora;

quando dicevo che vestita da donna non potevo far niente,

 rispondeva che non ero tenuta a fare cose che richiedevano l’uso dei calzoni.

 […] dovevo essere un raggio di sole nella vita solitaria di mio padre.

Le feci notare che si poteva essere un raggio di sole anche in pantaloni”.

Dopo la morte della mamma i due bambini  trascorrono la giornata con una domestica di colore, Calpurnia, ma la sera il padre dedica loro tempo e attenzione, con amore e determinazione, parlando loro con sincera profondità, senza gli infantilismi che, talora, ci sentiamo costretti ad utilizzare con i bambini. Ciò fa di Scout e Jem due ragazzini maturi, capaci di guardarsi intorno e di leggere con attenzione i fatti, oltre i luoghi comuni ed i pregiudizi. Così, quando il padre è chiamato a difendere un ragazzo di colore, comprendono le ragioni di Atticus, respingono, anche con l’uso della forza, gli attacchi e le accuse di quanti lo accusano di essere un “negrofilo”  e di non avere a cuore il bene della comunità bianca. Imparano a conosce la “malattia di Maycomb”, un virus pericoloso a causa del quale persone ragionevoli diventano “pazzi furiosi quando succede qualcosa in cui è implicato un nero”.

Un virus che ancora oggi circola, anche nella nostra società, che può avere conseguenze dolorose come impariamo leggendo “Il buio oltre la siepe”, romanzo di grande profondità, scritto con elegante ironia, che spinge a scavarsi dentro e ci mette in guardia contro il rischio del facile inciampo sul terreno viscido dell’intolleranza.

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