Un carcere non è una casa

Ci sono romanzi che fai fatica a leggere, che saresti tentata di chiudere e andare oltre, ma che ti impediscono di farlo, costringendoti a proseguire, fino all’ultima pagina, magari sperando in un evento improvviso capace di sciogliere il grumo di dolore e offrire un lieto fine. Sofferto, ma comunque lieto.

“Almarina” rientra senza dubbio tra questa tipologia di romanzi.

Si tratta di “romanzi disturbanti”, come sono solita definire quelle narrazioni capaci di rivelarti un mondo che sai esistere, ma comunque lontano e di cui difficilmente entreresti a fare parte. Valeria Parrella, invece, ti conduce in quella realtà a te estranea con forza impietosa, rivelandoti la precarietà comune a tutti noi umani, insieme a Elisabetta Maiorano, la protagonista del romanzo.

Una donna non più giovane che ha sperimentato sulla propria pelle quella precarietà, ed è capace di individuarla e comprenderla nelle persone intorno a sé, riuscendo a darle un nome e a farsene carico. Insegnante di Matematica, svolge la propria professione a Nisida, nel carcere minorile ospitato dall’omonima isola  nel Golfo di Napoli, di fronte  a Posillipo il cui legame è narrato dal mito.

Nisida infatti prende il nome dalla ninfa che rifiutando l’amore del giovane Posillipo lo costrinse a morire in mare. La crudeltà della ninfa sembra dare forma al carcere minorile che si innalza come un ossimoro in un posto incantevole, quasi un locus amenus, ma di fatto luogo di privazioni.  

Valeria Parrella conosce bene l’organizzazione del carcere minorile per avervi svolto dei laboratori di scrittura creativa, come emerge dalla lettura del romanzo, ma anche per il proprio impegno a favore dei diritti dei detenuti.

Tra i ragazzi reclusi arriva Almarina, adolescente romena, giunta in Italia assieme al fratellino per sfuggire alla violenza del padre che, dopo averla abusata, l’ha quasi uccisa di botte. La ragazza porta addosso, e nell’anima, i segni della violenza paterna, ma anche degli abusi di altri  uomini, incontrati durante il viaggio. Tra Elisabetta, incapace di rimanere indifferente di fronte al vissuto della ragazza, e  Almarina  nasce un legame profondo che si concretizza nella scoperta di un comune sentire, in una quotidianità, appena abbozzata e subito interrotta. Un legame che la separazione non riesce a spezzare e spingerà Elisabetta a tentare di scrivere una nuova pagina per sé e Almarina.

Sarà possibile? La Parrella ci regalerà il lieto fine come nelle fiabe?

Rispondo subito alle domande: “Almarina” non è una fiaba e non si conclude  con “vissero felici e contenti”, il lettore, però, potrà immaginare la conclusione che sente più congeniale. Per quanto mi riguarda, io la mia non l’ho ancora raffigurata. Eppure ci penso già da qualche giorno.

Gli inganni della memoria e le menzogne dell’infanzia

La formazione di molte donne a partire dalla generazione degli anni Cinquanta è avvenuta per sottrazione. Fin da bambine hanno lavorato per evitare di somigliare alle donne loro vicine, per liberarsi dall’iniquità cui  quelle donne erano costrette dal ruolo di mogli e madri, percepite come vittime infelici di un padre e marito visto come il  carnefice e, in quanto tale, indesiderato e poco amato. Così è stato per Donata, la protagonista de “La memoria del cielo” .

Per tutta l’infanzia Donata ha nutrito e cullato dentro di sé la convinzione, frutto di fantasia, di essere arrivata “dal mondo della luna” per salvare Teresa , di averla scelta come madre “per  andarle a dire, nascendo, che non tutto è così malvagio” e per liberarla dalla casa prigione in cui trascorre giornate intere a confezionare abiti per “le signore”.

Ormai adulta, Donata cerca di ricostruire attraverso la memoria gli anni della propria infanzia e adolescenza, provando a  mettere ordine ai ricordi, nel tentativo di ricostruire una verità impossibile da trovare perché: “I ricordi dell’infanzia non sono nostri: se nessuno ce li regala, non esistono. Per questo l’infanzia è una colossale menzogna, che raccontiamo prima di tutto a noi stessi”. (pag. 41)

Fin dai primissimi capitoli del romanzo, dunque, sembra che Donata voglia metterci in guardia sul valore da dare al suo racconto e sulla credibilità del suo narrare, fino a svelarci quanto i ricordi possano risultare ingannevoli, perché imprecisi se non addirittura sbagliati:

“Ce li portiamo tutta la vita dentro come se fossero tesori e poi?

Hanno la stessa sostanza della fantasia.

Assomigliano alle storie che c’inventiamo, né più né meno”. (pag. 171)

Donata adulta, quindi, sentirà il bisogno di apprendere il reale svolgimento dei fatti vissuti dalla propria famiglia per conoscere veramente  quel padre che aveva sempre rifiutato e condannato perché causa dell’infelicità di Teresa:

“Mi fu chiaro che dovevo difendere mia madre

anche dall’uomo che aveva sposato…” (pag. 80).

Attraverso i ricordi della fanciullezza, per quanto ingannevoli, Donata racconta i  cambiamenti dell’Italia del dopoguerra, l’Italia del boom economico reso possibile da quella che chiama “epica del sacrificio”, fondata su un eroismo fatto da  rinunce e privazioni che, certamente a lei erano risparmiate (per la bambina c’erano sempre a tavola la carne e il pesce), ma che non accettava. O meglio, la piccola Donata sentiva il bisogno del superfluo, di cui, sostiene “Non è vero che ne possiamo fare a meno”, nella convinzione che  “Concedersi le cose inutili è come fare un passo laterale e andarsene per i viottolini di campagna”. (pag. 119)  Grazie a quelle rinunce, però, oltre all’appartamento  i genitori di Donata poterono acquistare la lavatrice che permise a Teresa di liberarsi fatica del bucato a mano, pur non salvandola dal lavoro di sarta.

Rinunciare alla vita come punizione per essersi amati

"L'amore di Lucia per me, a me in persona sicuramente e semplicemente destinato, sta nl non avermi portata con sé nella morte, sta nel dove non mi ha portata e nel suo avermi riconsegnata alla vita. Alla vita di tutti. Facendo, della mia vita, fin dalle sue origini, vita che torna a tutti"

Quello che vi racconto oggi non è un romanzo.

È molto di più.

 È il resoconto di un’indagine svolta – con la disperazione dell’amore di una figlia che comprende e non giudica –   per ricostruire la storia della madre naturale che, negli anni Sessanta, è stata protagonista di un episodio di cronaca su cui i giornali dell’epoca hanno sentenziato sulla base di pregiudizi e perbenismi fondati sull’ignoranza. Ignoranza che non è solo non conoscenza dei fatti, ma soprattutto mancanza di cultura. Un esercizio che oggi, non solo la stampa, ma anche i social esercitano con superficialità, come nel caso della vicenda del piccolo Enea.

Perché, come oggi il piccolo Enea, nel 1965 Maria Grazia Calandrone venne abbandonata da mamma Lucia come estremo atto di amore, nella ferma convinzione che rinunciando all’amore più grande della sua dolorosa esistenza, la figlia, avrebbe potuto permetterle di vivere quella vita che le era stata negata.

“Dove non mi hai portata” è una storia devastante. La protagonista è  una donna, figlia “indesiderata” perché la quarta femmina di una famiglia contadina: giunta al posto del maschio tanto atteso, fin da piccola deve imparare che “prendere la vita è muoversi da soli e poi durare”.  Quella di Lucia è la storia di tante donne del sud contadino del dopoguerra: non possono studiare perché devono aiutare in casa e nei campi. Non sono libere di amare: il marito viene imposto dal padre, con la violenza e la minaccia: i genitori

“legano le ribelli a un albero coperto di formiche

e le lasciano lì tutta la notte,

per piegare la loro volontà a matrimoni indesiderati”.

Con Lucia non sarà necessario arrivare a tanto, nonostante faccia “i numeri del circo” perché non vuole sposare Luigi, “un infelice e un obbediente”, incapace di scegliere e decidere, manovrato dai propri familiari  i carnefici di Lucia. Negli anni del matrimonio, mai consumato, Lucia sarà  trattata come una schiava: picchiata e costretta a lavorare nei campi (mentre Luigi dorme, giorno e notte), rimane senza cibo per giorni. Tutti in paese sanno, anche i genitori di Lucia, ma nessuno fa niente, perché, con le nozze, la moglie diventa proprietà del marito.

Fino a quando, Lucia incontra Giuseppe, “un uomo capace di sognare insieme a lei il sogno semplice del futuro”. Conosce l’amore, da cui nascerà  Maria Grazia, figlia della colpa e del tradimento, all’epoca considerato reato penale. Lucia e Giuseppe sono costretti a lasciare il paese e raggiungere Milano, sperando di potere costruire una famiglia.  Un sogno impossibile da realizzare e che farà maturare nei due amanti la decisione di rinunciare alla figlia e suicidarsi nel Tevere, pagando così “l’orgoglio di  essersi amati”, in una società che giudica e condanna perché

“per quanto si desideri la gioia,

si ha la ferma coscienza di essere

un’irrisoria particella del gran corpo sociale”.

A proposito dell’amore

“Ho passato l’infanzia e l’adolescenza a fare l’innamorata: sognavo la mia vita futura leggendo romanzi rosa, e gli unici film che ritenevo degni di nota erano quelli che mettevano in scena una storia d’amore più o meno complicata e felice, sempre passionale. Da ragazza ho continua a cercare il grande amore: fare l’amante non mi interessava nemmeno allora; l’amore senza legami lo trovavo insulso. Eppure, dopo aver avuto i miei figli, non sono mai passata alla tappa successiva. non ho mai cambiato categoria per diventare una madre. Così, pur facendo del mio meglio, la maggior parte del tempo sono troppo occupata a fare l’innamorata per essere una brava madre”.

(Pag.114)

Chi mi segue lo sa: non parlo mai di libri che non mi sono piaciuti, sebbene nel mio nuotare nel mare magnum dell’editoria, in particolare di quella italiana, ne incontri, fin troppo spesso,   brutti e scritti male. Tuttavia,  se parlo di “Mio marito” non significa che si tratti di un romanzo che ho amato o che mi sia particolarmente piaciuto. Anzi, ti devo confessare, caro lettore del mio blog, che dopo averne completato la lettura, già da parecchi giorni, ho provato un profondo senso di delusione assieme ad una acuta angoscia. Ti starai chiedendo, certamente, la ragione.

Si tratta, indubbiamente, di un libro scritto bene, leggibile e, almeno inizialmente, divertente. Se con fosse che, proseguendo nella lettura, pagina dopo pagina, cominci a sospettare che l’io narrante mostra i segni di una grave psicosi che andrebbe curata con metodi differenti da quelli che di fatto applica.

Scopri una donna che (pur avendo tutto: bellezza, ricchezza, cultura

– insegna inglese, part time, e svolge la professione di traduttrice – un marito elegante, raffinato, bello, due figli straordinari) è di fatto una psicotica, incapace di amare (nonostante le continue e ossessive dichiarazioni d’amore nei confronti del marito), egoista, fedifraga.

Certe trovate, che all’inizio potrebbero sembrare simpatiche, espressione di ordine sistematico (i quaderni tematici colorati) si rivelano per quello che sono: prove tangibili di una psicosi pericolosa ed inquietante. Ignoro, non ho voluto approfondire, se vi siano elementi autobiografici (qualcuno certamente), ma mi ha disturbata molto l’immagine del matrimonio che vien fuori alla fine del romanzo. Perché niente è mai come appare.

La conclusione, infatti, si rivela l’elemento devastante dell’intero romanzo: il matrimonio, direi meglio, più in generale, la relazione di coppia diviene una farsa, perché fondata sulla recita di ruoli che nascondono la reale natura dei protagonisti, la dipendenza psicologica, il godimento per punizioni e umiliazioni continue.

Viandanti verso la nostra Itaca

Terramarina è la meta, come l’Itaca di Ulisse del mito antico, a cui ogni uomo tende. E, come per il mito antico, bisogna augurarsi che la strada (come ha scritto il poeta, greco anche lui, Kavafis) sia lunga, perché bisogna arrivarci carichi  di vita e di esperienze (proprio come Ulisse), “ricco dei tesori accumulati per la strada”.

Terramarina è il secondo romanzo di quella che diventerà la trilogia della “cricca della Tabbacchera”, donna d’acciaio, bella e forte, determinata e caparbia, coraggiosa e indipendente.  Sindaca Scassacoglioni (secondo l’epiteto che uomini dei palazzi che contano, dove il malaffare è di casa, le hanno cucito addosso e che lei indossa con orgogliosa consapevolezza) che vuole fare la rivoluzione , “cambiare il mondo a colpi di poesia”, con l’Amurusanza (che è anche il titolo del primo romanzo)  termine che racchiude la parola amore, ma che va oltre ed a cui aggiunge una dimensione che è fatta di accoglienza, solidarietà, apertura:

Parole di fuoco, buttate giù per raccontare quella che si presenta come una fiaba di Natale, con una neonata (chiamata Luce, “bambina di luce giunta in quella casa a dissolvere il lutto e a portare la gioia”), partorita per strada sotto la neve, da una madre disperata per la quale non sembra esserci nemmeno una stalla con la mangiatoia.

“a far capire che porto siamo, signori miei,

porto che si fa madre,

che accoglie e non rigetta,

che apre e non si chiude,

che abbraccia e sfama a dispetto dei canazzi

che ringhiano di chiusure e di cesure e di leggi a sfratto,

intanto che la vita se la gioca

con la morte – e perde – in mezzo a un mare assassino”.

Con Tea Ranno, a Ragusa per presentare il suo libro

Nel  costruire il suo racconto fiabesco, però, Tea Ranno non ignora la realtà del suo tempo (che è anche il nostra) e non distoglie lo sguardo da quel mare dove navi di disperati, fuggiti dalla violenza, dalla guerra, dalla fame, aspettano di scendere e toccare una terra che è sempre stata luogo di accoglienza, di popoli diversi, di genti venute per conquistare, ma anche per lasciarsi conquistare.

Simbolo di questa terra diventa la casa di Agata la  Tabbacchera che agli amici aveva detto e ridetto “Sula lassatimi!”. Perché in quella notte di Natale lei aveva bisogno di solitudine, per fare quattro conti con se stessa. Il caso deciderà diversamente e la sua casa, buia e triste, nella cui solitudine avrebbe voluto annegare, si trasformerà in porto d’accoglienza, illuminata come un faro nella notte, sfavillante di Amurusanza.

Originaria di Melilli, a cui è legata indissolubilmente, nonostante da un quarto di secolo viva a Roma, Tea Ranno è oggi forse una delle voci più autorevoli della Sicilia. Una Sicilia che si fa mito, con le bellezze e le brutture che ne hanno deturpato il paesaggio e l’anima, col suo essere “luce e lutto” (come diceva Bufalino), che Tea Ranno riesce a mettere sulla pagina, con profondità e sentimento, con una scrittura che si fa poesia nella quale si è riservata un cantuccio, lei la “signora con il taccuino” che da Roma torna nella terra dei padri, alla ricerca delle radici, per ascoltare storie, anche di uomini e fatti lontani, ma che nelle sue pagine diventano emblema dell’ esistere al di là dello spazio e del tempo.

Quando l’infanzia non aveva voce

Narratrice e poetessa, Tove Ditlevsen è la scrittrice danese nota soprattutto per il suo impegno contro i soprusi e le violenze nei confronti dei bambini, oltre che per l’attenzione nei confronti della condizione femminile che in Infanzia assume i colori della confessione.

Primo volume della “Trilogia di Copenaghen” considerata l’evento letterario dell’anno, la trilogia è stata salutata come un capolavoro che si unisce al coro di voci femminili che, da diversi Paesi, hanno raccontato e denunciato la loro condizione.

Tove vive la propria Infanzia in un piccolo bilocale di Vesterbro,  quartiere operaio di Copenaghen, tra mille problemi causati, in particolare, dalle difficoltà economiche che la famiglia deve affrontare: il padre è  spesso senza lavoro a causa della propria militanza comunista. È lui che spinge Tove alla lettura, ma, quando la bambina gli confesserà  il sogno di diventare poetessa,  le dice, senza mezzi termini, che non è un lavoro da donne. Nonostante ciò, Tove continuerà a scrivere segretamente poesie su un quadernetto che nasconderà gelosamente per non essere derisa.

La sua formazione è affidata alla madre, rancorosa e distratta, incapace di accoglierla e comprenderla causa di una profonda sofferenza che la accompagnerà sempre:

Il mio rapporto con lei è stretto, doloroso, traballante,

e se voglio un segno d’affetto devo cercarlo io.

Qualunque cosa io faccia, la faccio per compiacere lei,

per farla sorridere, acquietare la sua rabbia.

A ciò bisogna aggiungere la difficoltà di comprendere il mondo degli adulti dai quali giungono mezze frasi e rivelazioni che Tove non riesce a decodificare: due mondi, quello di adulti e bambini nella prima metà del Novecento, che non riescono a incontrarsi, a causa di segreti che la bambina non comprende. Ci penserà la sua  amica  Ruth, bambina senza regole e spregiudicata, alla quale si accosta per il suo bisogno di essere accolta e considerata, a svelarle il mondo degli adulti. Tove, però, avverte una profonda distanza da Ruth, scavata ulteriormente dal tentativo di agire in maniera spregiudicata e libera come l’amica, ma condannandosi al fallimento  per la paura e l’insicurezza che le sono compagne.  

Con linguaggio semplice ed immediato, Tove Ditlevsen ci guida nel proprio mondo, dove:

“L’infanzia è lunga e stretta come una bara, e non si può uscirne da soli”.

L’infanzia di Tove Ditlevsen si presenta come una condanna a cui “non si sfugge” perché “resta attaccata addosso come un odore”.

E’, di fatto, un’infanzia dolorosa, dalla quale osservare

“di nascosto gli adulti, la cui infanzia è seppellita in loro,

lacera e sforacchiata come un tappeto consunto e tarmato,

al quale nessuno pensa, e che non serve più.

A guardarli non si direbbe che ne abbiano avuta una”.

Per amicizia, per amore

Sylvie e Andrée sono ancora due scolarette quando si incontrano tra i banchi di scuola e stringono amicizia. In particolare, Sylvie sarà come folgorata dalla piccola Andrée verso la quale proverà un profondo sentimento a cui non sa, né può, dare nome, un sentimento che va ben oltre l’amicizia.

Il rapporto si concluderà tragicamente: Andréè morirà giovanissima per  quella che  la scienza individuerà come una encefalite virale. Per Sylvie, invece,  a causare la morte della sua amica del cuore sono state le costrizioni, imposte dalla famiglia, che le hanno impedito di essere una giovane donna, libera di essere se stessa, di costruire la propria esistenza, inseguire  i propri sogni e realizzare il proprio sentire.

Nelle pagine di quello che possiamo definire un racconto breve autobiografico, Simone de Beauvoir ricostruisce  il suo rapporto con Elisabeth Lacoin, chiamata Zaza (Andrée nel testo) conosciuta alla scuola cattolica Adeline Desir.

Zaza era una bambina apparentemente libera, sfrontata con l’insegnante, indipendente.

Solo apparentemente, però. In quanto, la famiglia, della borghesia cattolica militante, la limita e la condiziona con freddo e distaccato rigore , concretizzato nelle regole imposte dalla madre, figura che al lettore appare persino malevola.

“Avevo invidiato spesso l’indipendenza di Andrée;

a un tratto mi sembrò molto meno libera di me.

C’era tutto un passato dietro di lei;

e intorno a lei quella grande casa, quella famiglia numerosa:

una prigione dalle vie d’uscita accuratamente sorvegliate”.

 Nel contesto familiare di Andrée/Zaza, Sylvie/Simone  appare come una minaccia. Lei che durante la fanciullezza appariva poco libera, comincia a vivere in maniera indipendente scegliendo i propri studi senza limitazioni e manifestando la propria autonomia, mentre Zaza  è  incastrata tra i più  disparati doveri sociali che le impediscono di vedere la sua amica, di gestire il proprio tempo ed organizzare la propria esistenza, di studiare il violino, di scegliere le proprie letture, di ritrovarsi sola.

Il racconto supera i limiti dell’esperienza autobiografia aprendosi ad una riflessione profonda sulla condizione di molte donne (ieri, ma forse anche oggi. Per alcune donne almeno e in alcuni ambienti certamente) costrette a soffocare ogni slancio vitale, a mortificare la propria individualità perché sommerse da tradizioni alienanti, da forme, più o meno scelte, che le mortificano.

Per le donne capaci di rinascere da se stesse

Una donna umiliata, picchiata, massacrata dalle mani dell’uomo che avrebbe dovuto amarla e proteggerla. Una donna ferita profondamente nel corpo e nell’animo.

Una donna capace di rialzarsi e  riscattarsi, apparentemente  dura e anaffettiva, ma che si rivela un’amica fedele, capace di riconoscere il dolore altrui e curarlo.

Tutto questo, e altro ancora, è il commissario Teresa Battaglia creato da Ilaria Tuti e ancora una volta protagonista di un giallo “storico”, come mi piace definire  la narrativa investigativa della scrittrice friulana.

La vicenda che vede protagonista il commissario Battaglia  si svolge su diversi piani temporali: il presente (con il ritorno in scena di un omicida seriale,  vecchia conoscenza della Battaglia a cui è legato da un rapporto apparentemente ambiguo, ma che, nel corso della lettura, impareremo a conoscere) il passato (ventisei anni prima, quando la Battaglia era ancora una giovane ispettrice, oggetto di pregiudizi da parte dei colleghi e alle prese con un marito egoista e violento). A questi livelli temporali bisogna aggiungerne un terzo che ci conduce nella città di Aquilea del IV secolo dopo Cristo, agli albori del Cristianesimo quando cominciava a scomparire il culto isiaco  dove   la vicenda di “Figlia della cenere” affonda le proprie radici.

In quest’ultimo romanzo, Teresa Battaglia si mostra con tutta la propria debolezza e fragilità, desiderosa di farsi da parte, di congedarsi dai suoi ragazzi, dalla squadra che ha costruito, per abbandonarsi al male che le sta divorando la mente e contro il quale potrà soltanto difendersi, ma mai vincerlo. Non ci riuscirà, perché costretta dagli eventi che la costringeranno a indagare, facendo i conti con il proprio passato, un passato dolorosamente straziante, in parte condiviso da altre donne.

La narrazione supera i confini dell’indagine investigativa e si apre ad una riflessione sulla capacità delle donne di liberarsi da rapporti tossici che rischiano di ucciderle, sulla capacità delle donne di rinascere

 “e non dalla costola di un uomo

che si credeva fatto a immagine e somiglianza di un dio,

 ma dalle proprie, incrinate, doloranti, spezzate”.

Il tempo trascorso non ci cambia

Nell’ultimo anno, segnato dalla ben nota pandemia, ci si è chiesti se, quando tutto sarà finito, ci ritroveremo migliori di quelli che eravamo prima del gennaio 2020, allorché anche in Italia si prendeva atto che quella provocata dal Covid 19 non sarebbe stata una semplice influenza e che il contagio non interessava solamente la Cina. Le risposte più ottimistiche hanno lasciato intravedere la possibilità di un mondo migliore, fondato sul rispetto nei confronti dell’ambiente che ci ospita e dei nostri simili. Molto presto, però, abbiamo dovuto osservare che, ancora una volta, la speranza di diventare migliori non è facilmente realizzabile. Essa appare, piuttosto, come  un’utopia. Dunque, per definizione,  è irrealizzabile. Non si tratta, siatene sicuri, di una  lettura disfattista e pessimista, quanto, piuttosto, della facile considerazione di chi osserva dalle cronache quanto sta accadendo nel mondo, anche in questo preciso momento;  di chi si sofferma a osservare l’animo umano, a scavare a fondo per comprendere le ragioni di fatti, anche lontani tra loro, ma tutti con un’unica ragione comune: il male che gli uomini portano con sé e che lasciano dilagare.

È quanto fa Loredana Lipperini  (narratrice che si muove tra gotico e fiction, tra magia e profezia) che ci conduce in un paese immaginario delle Marche, Vallescura, che potrebbe avere, in potenza, gli elementi per assurgere a locus amenus, se non fosse abitato da donne (gli uomini nel romanzo sono poco significativi, figure marginali e irrilevanti) che portano dentro di sé il  male, da cui, poi, far scaturire la peste, capace di sterminare tutti gli abitanti del paese.

La narrazione, che procede per livelli temporali diversi, ruota intorno ad alcune figure femminili di cui, certamente, quella più inquietante è Saretta, donna disperatamente incompiuta, vittima di se stessa, bulimica fin dalla fanciullezza, incapace di controllare il rapporto con il cibo che l’ha resa brutta e sgraziata, ma che –probabilmente per compensare – si è ricavata (apprendiamo anche con la violenza, non solo psicologica) il ruolo di despota di un’intera comunità, pronta a eseguire i suoi ordini, anche quando lasciati passare come semplici considerazioni:

“Tutti vanno da Saretta quando c’è un problema,

tutte, soprattutto, fra donne si trova la soluzione più in fretta,

gli uomini sono lenti a capire, si fissano su particolari

di nessuna importanza”.

Lei, dunque, non è sola nel suo ruolo di custode, ha saputo conquistare la complicità di altre donne, esecutrici passive della sua volontà: “Ma questa sera Saretta,  Annalisa, Maddalena e Fiorella sono di guardia. Il paese appartiene a loro: sanno, controllano, decidono, dispensano consigli sedute sulle sedie di paglia o di tela dipinta a bolli rossi e arancioni”.

Quella di cui si parla nel passo citato non è una sera come tutte le altre  (una tranquilla sera d’estate che le donne del sud della mia infanzia trascorrevano sedute sull’uscio per sfuggire al caldo con qualche chiacchiera): sanno, infatti,  che “una catastrofe sta arrivando, e che li scaccerà”. Lo sa soprattutto lei, Saretta, che ha da tempo individuato il nemico da eliminare per salvare il paese dalla fine imminente: si tratta di  Maria, un’altra donna.  La donna venuta da fuori, indesiderata e guardata con sospetto fin dal primo giorno, isolata per volontà di Saretta in attesa  che venga allontanata (anche  con la violenza, se è il caso) perché considerata pericolosa per il bene dell’intera comunità:

“Noi siamo uniti, pensava Saretta con ferocia, e lo siamo

perché nessuno viene a mettere in discussione il nostro mondo.

Ma perché questo mondo continui dobbiamo contarci,

dobbiamo essere solo noi”.

Poi c’è Chiara, un’altra straniera, ma conosciuta e tollerata perché è la  nuora di un’anziana del paese, che non si è lasciata assorbire dal cerchiomagico: “Chiara è un’anima buona, oltre che una sognatrice. Scrive, beve tè bianco, va alle mostre, nutre i gatti e legge molto”. Ha raggiunto Vallescura per aiutare la suocera  Aurelia (la ritiene tale benché da anni abbia divorziato dal marito) che ha avvertito in pericolo grazie a un sogno, nel quale era chiamata a seppellire i morti di peste. Chiara vorrebbe portare  via Aurelia, prima che il male si diffonda, ma la ferma la consapevolezza che “si può sconfiggere solo quando si è insieme. La natura  è più forte degli uomini. Gli uomini possono sperare di batterla, momentaneamente, solo unendosi”.

Infine, c’è una giovane donna, poco più che fanciulla, che ha sfidato pubblicamente Saretta di cui adesso rischia la vendetta. Sarà accolta da Aurelia e Chiara. A Carmen, questo possiamo dirlo senza rivelare nulla, avrà il compito di trasmettere la memoria della peste e la consapevolezza che  il male è sempre in agguato, soprattutto nei momenti di debolezza, quando si è più vulnerabili. Un compito quasi titanico nella consapevolezza che gli uomini non cambiano, sono sempre gli stessi, anche di fronte alla peste. Oggi, come nel Medio Evo o nel Seicento, durante le due pestilenze raccontate dalla storia e dalla letteratura.

Lo sguardo di Loredana Lipperini, infatti, si volge lontano nel tempo, per costruire un racconto che si legge d’un fiato (direi quasi che “si fa leggere”)  coinvolge il lettore, lo costringe a guardare dentro il proprio animo e intorno a sé con sguardo acuto e mente libera dai pregiudizi.

Il difficile cammino dell’emancipazione

Affermarsi come persona, “come un uomo”, anche senza passare dall’altare; senza lasciarsi condizionare dalle compagne di scuola che vedevano nel matrimonio il traguardo ultimo; ignorando le scelte delle colleghe di Università che studiavano per pura formalità, per snobismo sociale, ma la cui aspirazione era una casa alto borghese e un marito in carriera  per godere di luce riflessa: un sogno, per la protagonista de “La donna gelata”, destinato a infrangersi.

 Pubblicato nel 1981, ma appena tradotto in Italia, “La donna gelata”, è  l’ultimo romanzo di una trilogia autobiografica con il quale Annie Ernaux (classe 1940) completa la narrazione di un percorso esistenziale, dolorosamente vero, vissuto da molte donne del secolo scorso, donne alle quali la società, la famiglia d’origine, un marito egoista e ottuso, hanno tarpato le ali, impedendo loro di affermarsi come persone, di non finire prigioniere di una gabbia, non sempre dorata, in cui la loro esistenza si esauriva nell’essere mogli e madri, nei complimenti  ricevuti per la casa, linda e ordinata, per le abilità culinarie, senza mai potere liberamente esprimere se stesse, senza potere progettare il proprio futuro. Anche perché per loro il futuro non esisteva, congelato in una quotidianità sempre uguale a se stessa, nella quale stare in penombra, mettendo al primo posto bisogni di marito e figli.

Un unico capitolo, un racconto in prima persona, dove la voce narrante, quella dell’autrice, ricostruisce l’infanzia della protagonista iniziando dal paesaggio dell’infanzia, nella Normandia del secondo dopo guerra. Figlia unica di una famiglia modesta i cui genitori gestivano un bar drogheria, un microcosmo di uomini e donne  grazie al quale ha potuto maturare la consapevolezza di vivere in una famiglia diversa dalle tante di cui sentiva raccontare. Una famiglia dominata da una madre particolarmente forte, capace di lasciarsi andare a scatti di ira violenti, attenta amministratrice delle attività commerciali, una madre che “è la forza e la tempesta, ma anche la bellezza, la curiosità per il mondo, l’apripista sulla strada verso il futuro, che mi dice di non aver mai paura di niente e di nessuno”. Una famiglia in cui la figura paterna non coincideva con quella, al tempo diffusissima, di una padre-padrone, servito e riverito, despota domestico, eroe di guerra la cui parola era legge, violento e irascibile. Un padre, quello della protagonista, che la mattina, mentre gli altri papà erano al lavoro, rimaneva a casa impegnato nei lavori domestici, che giocava con la figlia bambina, che raccontava storie e barzellette divertenti, “una presenza costante, serena e affidabile”.

In questa famiglia (che dal confronto con le compagne di scuola comincerà a considerare anomala, quasi vergognosa) ha preso vita il sogno di potere scegliere della propria vita, liberamente, progettandola come un uomo, immaginando una affermazione professionale, una carriera resa possibile dallo studio rigoroso, nella “convinzione che quasi tutti i guai delle donne siano causati dagli uomini”. Un sogno che sembrava diventare realtà: il trasferimento in città per gli studi universitari, la possibilità di lavorare per non pesare sulla famiglia ed essere indipendente, al punto da potere viaggiare liberamente, anche all’estero (la Ernaux racconta, tra l’altro di un viaggio in Italia). Tutto lascerebbe pensare alla possibilità di un riscatto culturale, di un progetto che potrebbe diventare realtà.

Potrebbe.

Fino  a quando la giovane donna libera ed emancipata non è costretta a fare i conti con i modelli che da più parti le vengono indicati, facendola sentire imperfetta e incompiuta. Fino a quando non si innamorerà di un giovane uomo, con il quale condividere la passione per lo studio da cui fare scaturire scelte professionali, possibili per entrambi, immaginando una famiglia diversa in cui essere complementari con uguali diritti e uguali doveri.

Potrebbe, dunque, ma non accadrà.

Forse perché i tempi non erano maturi. Forse perché negli anni Sessanta del secolo scorso non tutti gli uomini erano riusciti a liberarsi da un ruolo legato al sesso, oltre il quale c’era l’ignominia, la vergogna, l’anormalità.

 I tempi non erano maturi non solo per  gli uomini, ma anche per le donne. Per la protagonista stessa che ad un certo punto scrive:

“mi capitava di pensare

che con un uomo al mio fianco

tutte le mie azioni,

anche le più insignificanti,

caricare la sveglia, preparare la colazione,

avrebbero acquisito sostanza e sapore”.

Il romanzo si colora così delle tinte cupe dell’oppressione, della mancanza di speranza che hanno segnato la storia di tante donne, raccontate,spesso, con dolorosa rassegnazione, ma anche  lasciando intravedere la possibilità di un riscatto, di un’alterità, che non può non passare dalla costruzione di sé. Penso ad “Una donna” di Sibilla Aleramo, ma anche a “Dalla parte di lei” di Alba de Céspedes la cui lettura consiglio spesso alle mie studentesse, nella speranza che comprendono il privilegio loro dato e non lo sciupino.