Siamo tutti monadi con lo smartphone

La vicenda ha inizio su un aereo dove in bussines class incontriamo Jim e Tessa, di ritorno da un viaggio a Parigi, il primo dopo la pandemia Sono attesi a New York a casa di due amici per celebrare il rito collettivo, tutto americano, del Super Bowl dell’anno 2022.

Da poche settimane nelle librerie italiane (particolarmente atteso grazie anche alle  strategiche interviste all’autore oramai ottantaquattenne e alle esaltanti recensioni pubblicate negli Stati Uniti e accompagnate dalla convinta dichiarazione da parte dell’editore, certamente finalizzata a dare conferma delle abilità profetiche di Delillo, che il libro è nato prima della pandemia) il racconto lungo, perché di questo di fatto si tratta, presenta forse qualche debolezza. I riferimenti alla pandemia  sono evidenti, nonostante le dichiarazioni dell’editore, ed è probabile che la scrittura ne sia stata ispirata e condizionata, come dimostrerebbero i riferimenti ad eventi oramai più che noti.

“Il silenzio”, comunque, ci spinge a riflettere (così come sta facendo il Covid-19) sul nostro stare al mondo e sulle conseguenze che la tecnologia ha sulle nostre vite e sul futuro del mondo stesso a cui ci conduce la lapidaria conclusione del racconto.

Mentre Kim e Tessa sono in volo, nella casa di Diane e Marx a  Manhattan  tutto è pronto e  si osserva già lo schermo su cui comincerà l’attesissimo evento. Assieme agli anziani coniugi, troviamo un’ex studente di Diane, Martin, un giovane fisico dal temperamento a tratti inquietante. Sta studiando un manoscritto di Einstein di cui cita la celeberrima affermazione che Don Delillo utilizza nell’esergo: “Non so con quali armi si combatterà la Terza guerra mondiale, ma la Quarta guerra mondiale si combatterà con pietre e bastoni”. Possiamo individuare dunque nel personaggio di Martin, pur anagraficamente lontano dall’autore, l’alter ego di Delillo il quale dichiara di non possedere uno smartphone e di continuare a utilizzare la sua vecchia macchina da scrivere.

Improvvisamente, nell’appartamento di Manhattan cala il silenzio: un silenzio assordante ed inquieto, provocato da un blackout che pone fine ad ogni possibilità di comunicare e che causa un atterraggio di emergenza dell’aereo su cui viaggiavano Jim e Tessa che prima  ritroviamo in fila al pronto soccorso, dove l’uomo dovrà farsi medicare una ferita riportata sbattendo sul finestrino, e subito dopo (non prima, però, di una scena di sesso, quanto mai improbabile, nel bagno dell’ospedale)  a casa di Diane e Marx .

Vediamo quindi i personaggi  interrogarsi sulle ragioni di un evento che “ha messo fuori uso la nostra tecnologia” senza la quale è impossibile comprendere cosa stia accadendo fuori dalle mura di casa. Non rimane che tentare di formulare qualche ipotesi attribuendo l’origine dell’evento (come per la pandemia) ai cinesi o all’incapacità del governo. Per la serie, come diceva un mio vecchio professore, “Piove, governo ladro!”.

“Potrebbe essere il governo degli algoritmi.

I cinesi lo guardano, il Super Bowl.

Loro giocano a football americano.

I Beijing Barbarians. Tutte cose verissime.

E quelli che ci rimettono alla fine siamo noi.

Hanno innescato un’apocalisse selettiva della rete.

La partita: loro adesso la stanno guardando e noi no”.

Si potrebbe dire che nel racconto prevale la struttura  dialogica (mimetica come direbbe un critico letterario) su quella meramente narrativa, ma non lo diciamo. Anche perché quelli che abbiamo letto (e che leggerete) sono monologhi, soliloqui, a tratti privi di senso e inquietanti.

Ciò che più inquieta, però, è che questa difficoltà nella comunicazione non è solo la conseguenza del blackout. L’esordio del racconto, quando abbiamo incontrato Jim e Tessa, ruota sul dialogo tra i due che, seppure a tratti sembrano comunicare, abbiamo percepito ciascuno chiuso nel proprio mondo.

Storia di un delitto

Il  4 marzo del 2026 l’Italia viene turbata da un omicidio, per mesi al centro di discussioni, dibattiti televisivi, interviste ad esperti di cronaca nera e criminologi. Sul quale sono stati spesi fiumi di parole e di aggettivi  insufficienti per rispondere ad un’unica domanda: “perché?”. Certo i tentativi di spiegare le ragioni che hanno spinto due giovani a seviziare, torturare ed uccidere crudelmente un ventenne, che aveva accettato il loro invito sperando di potere intascare qualche centinaio di euro, non sono mancati. Tuttavia, non sono riusciti a chiarire  fino a fondo come si possa arrivare a macchiarsi di un delitto maturato assieme ad un delirio pseudo esistenziale, alimentato da   abuso di cocaina  e alcool.

  Luca Varani aveva vent’anni, era stato adottato da due ambulanti romani, aveva una fidanzata e tanti amici, era apprezzato e amato, ma aveva sempre bisogno di denaro che spendeva giocando alle slot machine. Il bisogno di denaro lo aveva spinto ad accettare l’invito di Manuel Foffo e Marco Prato, attirato dal miraggio di un facile guadagno, concedendo per qualche ora il proprio corpo. Solo che su quel corpo Foffo e Prato hanno infierito con una ferocia inaudita, spinti da un furor tragico che hanno tentato di giustificare (con abile dialettica Prato, con insicurezza emotiva Foffo) mostrandosi come vittime del sistema familiare e sociale che si sarebbe rivelato inadeguato alle loro esigenze esistenziali.

Nicola Lagioia ricostruisce  i giorni trascorsi da Foffo e Prato nell’abitazione del primo e culminati nel delitto di Varani in un reportage rigoroso, con lo  sguardo oggettivo di chi guarda le vite degli altri senza la presunzione del giudizio, ma con profonda Pietas (l’uso dell’iniziale maiuscola non è un refuso), quel sentimento nobile che ci spinge a guardare al dolore con partecipazione e solidarietà, che ci rende consapevoli che potrebbe accadere a chiunque,  anche a noi.

Per questo penso che “La città dei vivi” non sia un libro per gli amanti della cronaca nera, come è stato detto da qualcuno, in maniera semplicistica.

 Ne “La città dei vivi” c’è molto di più: c’è Roma con la sua bellezza e le sue contraddizioni, la Roma dalla quale è difficile fuggire (Nicola Lagioia ci ha provato, senza però riuscirci a lungo), con i suoi scandali, con i topi che cadono giù dai soffitti di uffici pubblici, con i gabbiani attratti dai cumuli d’immondizia. La Roma dei due papi e senza un sindaco. La Roma del Mondo di Mezzo e delle strade in cui perdersi per poi ritrovarsi. La Roma non nuova a delitti efferati (ricorderete il delitto del Circeo!).

Ne “La città dei vivi” c’è lo sguardo di un cronista (abile narratore) che ci guida alla scoperta che non è poi così difficile superare il limite che in un istante possa condurci dall’altra parte e cambiare la nostra vita, radicalmente e per sempre. Come è accaduto a Foffo e Prato. Nicola Lagioia  conosce bene la debolezza di chi si trova sul confine, per esperienza personale che condivide con i suoi lettori, senza alibi né giustificazioni. Lasciandoci una domanda: perché siamo soliti dire “fa che non succeda a me”, mentre non diciamo mai “fa’ che non sia io a farlo”?

Un colpo di stato contro la democrazia

La copertina del libro pubblicato da Einaudi

Il ruolo di gendarme del mondo che per decenni gli americani hanno preteso (con le ben note conseguenze internazionali) l’arroganza del loro operare, la disinvoltura dei loro interventi bellici e l’indifferenza nei confronti delle vittime civili   attraversano l’ultimo romanzo dell’autore peruviano che nel 2010 è stato insignito del Premio Nobel per la Letteratura, proprio per avere narrato  le strutture del potere, la resistenza e la sconfitta degli individui.

 Temi di cui Vargas Losa si riappropria, tornando anche alla professione giornalistica, in “Tempi duri” dove, tra storia ed invenzione, racconta il colpo di stato, ordito dagli Stati Uniti, che nel 1954  pose fine al governo democratico di Jacopo Árbenz colpevole di volere imporre il pagamento delle tasse  alla United Fruit  Company  – poi meglio conosciuta come Chiquita – del rozzo, ma assai capace mister Zemuray  il quale con un capitale miserrimo era riuscito a creare un impero economico, esportando le banane prima negli Stati Uniti e, successivamente, in tutta Europa. Tanto che questo frutto, prima particolarmente esotico, è diventato familiare a tutto il mondo occidentale.

Per sfuggire ad un dovere, prima che civile, etico nei confronti delle popolazioni sfruttate nelle piantagioni, il signor Zemuray chiede aiuto a un raffinato intellettuale, Edward L. Bernays il quale, vincendo le resistenze iniziali, accetta l’incarico di  responsabile delle pubbliche relazioni della United Fruit Company, mettendo in atto quanto aveva avuto modo di affermare in un suo scritto del 1928, “Propaganda”: “La manipolazione consapevole e intelligente delle opinioni e delle abitudini delle masse svolge un ruolo importante in una società democratica, coloro i quali padroneggiano questo dispositivo sociale costituiscono un potere invisibile che dirige veramente il paese […] le minoranze intelligenti devono, in maniera costante e sistematica, sollecitarci con la loro propaganda”.

Da questa citazione del libro di Bernays (nipote di Freud, ritenuto il padre dell’ingegneria del consenso che ancora oggi viene brillantemente utilizzata) prende le mosse della ricostruzione storica  di “Tempi duri”, romanzo di conferma di una verità spesso, per comodità rimossa: ciò che muove la storia sono gli interessi economici.

Così la propaganda americana, costruita con abile spregiudicatezza dalla Cia, spinge i generali a tradire il loro presidente in quanto impegnato (accusa quanto mai falsa e strumentale) a costruire un regime di tipo comunista con il sostegno dell’Urss. La paura del comunismo, quindi, utilizzata anche in questo caso come scusante per  interventi armati per salvare la democrazia, ipocrita giustificazione per coprire ingerenze illegittime nella vita politica dei paesi dell’America Latina, e non solo.

Vargas Llosa, nel ricostruire le vicende storiche che hanno portato al colpo di stato, mette in scena i personaggi che hanno contribuito a costruire quella pagina di storia, o che l’hanno subita, con la ben nota abilità narrativa che li rende vivi, con la loro forza e le loro debolezze, le virtù e i vizi, le sofferenze e le illusioni. Personaggi memorabili capaci di vivere oltre le pagine che li raccontano come persone reali da comprendere o compatire. Tra gli altri Miss Guatemala, ovvero Marta Borrero Parra, amante del dittatore Castillo Armas, oggi anziana ed eccentrica signora  che  vive tra Washington e la Virginia, che avrebbe avuto un ruolo nel colpo di stato, collaborando con la Cia.  Vargas Losa chiude il suo romanzo con il racconto dell’incontro con Martita la quale dà prova della  durezza del proprio carattere, rifiutando con fermezza di fare chiarezza sul proprio coinvolgimento, regalando una delusione (all’autore e al lettore), ma anche una certezza:   Marta ha avuto nella vicenda il ruolo più importante, quello della testimone.

La forza e il coraggio di una donna siciliana

Sotto lo sguardo indifferente dell’Etna (a muntagna)   il vicequestore Vanina Guarrasi indaga su un omicidio che assume i colori di un giallo internazionale.

Tutto ha inizio un mattino d’inverno, sorprendentemente freddo per una milanese che, atterrata a Catania per lavoro, si imbatte   in un’auto parcheggiata male e  sulla quale scopre il cadavere di un uomo. Lella Cantone, portatrice sana di luoghi comuni e pregiudizi sulla Sicilia e sui siciliani, non ha dubbi che si tratti di un delitto mafioso, ma dovrà fare i conti con il vicequestore Guarrasi, rientrata da Palermo e pronta a tuffarsi in un’indagine che riserverà non poche sorprese.

Seguendo uno schema già collaudato nei due precedenti polizieschi, il vicequestore si muoverà con la determinazione e la spregiudicatezza che la caratterizzano, dibattendosi tra Catania, Taormina (dove il ritrovamento del cadavere di una donna svelerà risvolti interessanti) rapporti d’amicizia e d’amore, con la collaborazione del vecchio commissionario Patanè, da anni in pensione, ma partner ad honorem di Vanina che suscita l’irosa gelosia della moglie.

Poiché si tratta di un poliziesco, non dirò più nulla sulla trama che  è sacrosanto diritto del lettore scoprire da una pagina all’altra. Sappiate però, almeno quanti non vi siete ancora imbattuti nei romanzi di Cristina Cassar Scalia, che anche “La logica della lampara” si distingue per i numerosi personaggi cui l’autrice ha dato vita con grande abilità, molti divenuti familiari, in quanto presenze costanti  già nei due precedenti polizieschi: “La logica della lampara” e “Sabbia nera”. Tra tutti, naturalmente, emerge Vanina Guarrasi donna dalle straordinarie doti investigative, amante della cucina (nonostante i chili che si accumulano con l’età) appassionata cinefila, amica sincera e generosa, mai in competizione con le altre donne (molte bellissime) che la circondano. Una donna dalla vita tormentata, segnata da un dolore con cui continua a fare i conti e che non la rende libera di amare, causa di paure e angosce che la tormentano, che la spingono lontano da Palermo (sua città natale dove tutto è cominciato) ma, allo stesso tempo, ve  la attraggono.

 “Odi et amo”, come avrebbe detto Catullo, “odio e amo …  e mi sento messo in croce”. Anche Vanina Guarrasi porta la propria croce, senza lamentarsene, con  la determinazione e la forza che solo una donna (e in particolare, viste le circostanze, una donna siciliana) può avere.

Il tempo come solvente

Tony Webster è un uomo mediocre, “medio” dice nel romanzo,   secondo la scelta linguistica, riteniamo,  della traduttrice. La sua vita si è svolta secondo un copione comune, senza particolari sconvolgimenti. Non possono essere ritenuti tali il divorzio, per volontà della moglie, invaghitasi di un altro uomo, o il suicidio di un caro amico. Giusto per indicare quelli che potrebbero essere gli eventi più significativi della sua vita   che Tony ricostruisce senza particolare passione, con lo sguardo distaccato di chi osserva gli avvenimenti senza passione, da spettatore.

Fin dall’inizio Tony Webster sembra volere mettere in guardia il  lettore, avvertendolo che  “quel che si finisce per ricordare non sempre corrisponde a ciò di cui siamo stati testimoni”. Riflessione profonda, quasi   filosofica, che molto dice sulla memoria che conserviamo degli eventi della nostra esistenza perché, come scrive quasi a conclusione del romanzo, “ricordo è ciò che pensavamo di aver dimenticato”, precisando che “dovrebbe apparirci ovvio come il tempo per noi non agisca affatto da fissativo, ma piuttosto da solvente”.

Julian Barnes, che con “Il senso di una fine” si è aggiudicato nel 2011, anno della pubblicazione, il premio Booker Prize, ricostruisce la trasformazione culturale e sociale inglese del primo Novecento  con un’abilità evocativa tale da condurci nei luoghi della storia, rendendoci quasi spettatori.

A scuola, “dove tutto ha avuto inizio”, giunge  Adrian, studente particolarmente intelligente e colto, che cerca di comprendere il senso profondo delle cose, la cui amicizia è molto ambita, ma con il quale Tony arriva ad una dolorosa (e vigliacca?) rottura a causa di una giovane donna, Veronica, fonte di gioie (a dire il vero poche) e  umiliazioni (tante).

Quando è ormai un tranquillo pensionato, Tony Webster riceve un’eredità insolita: poche migliaia di sterline e un misterioso diario che non riuscirà ad avere , ma che diventerà l’oggetto del desiderio, lo strumento che dovrebbe  svelare misteri di cui fino a quel momento aveva ignorato l’esistenza.

Per quale motivo Tony diventa il destinatario del diario di un giovane uomo morto suicida decenni prima? Quale ruolo Tony ha avuto in quel suicidio? Quale messaggio il diario contiene per lui?

Interrogativi, forse, destinati a rimanere senza risposta, ma (molto più probabilmente) dai quali potrebbe scaturire una storia inimmaginabile, di quelle che, spesso, ci riserva la vita.