“Vogliamo sempre chi non possiamo avere”

Cercami di ANDRÉ ACIMAN

Diciamolo subito, è un romanzo che parla di amore. Di amori incontrati all’improvviso e inaspettatamente;  di amori lasciati andare, ma attesi per anni; di amori cercati e trovati, apparsi come eterni, ma fugaci; di amori che sono rimasti sospesi, ma che non potranno mai diventare realtà.

Samuel, un vecchio professore in pensione, una mattina sale su un treno a Firenze diretto a Roma per  tenere una conferenza e   trascorrere del tempo con il figlio Elio, giovane promettente musicista. Davanti a lui, si siede una giovane donna, Miranda, con il suo cane di compagnia che infastidisce Samuel il quale cerca rifugio nel libro che si è portato dietro, ma che non riuscirà a leggere perché lei comincerà a parlargli. Durante il viaggio l’anziano professore e la giovane donna si racconteranno dando così inizio ad una storia d’amore che diventerà compiuta ed adulta. Nonostante il “Tempo”, distanza impietosa che separa i due: Samuel è consapevole che Miranda ha più o meno l’età di suo figlio, ma la passione e l’amore che legherà i due non può essere frenata dall’età.

“Tempo” è il titolo della prima parte  del  romanzo dove la voce narrante è proprio Samuel il cui sguardo ci porta in giro per Roma e ci fa scoprire l’intensità della passione che in meno di dodici ore lo legherà a Miranda.

“Cadenza”, “Capriccio” e “Da capo” sono i titoli delle altre tre parti in cui si articola il romanzo che, di fatto, è  il sequel di “Chiamami col tuo nome” nel quale Andé Aciman raccontava l’amore tra due uomini, Elio e Oliver.

Elio, figlio di Samuel, oramai affermato pianista e Oliver, professore universitario a New York prossimo, padre di due figli al College, racconteranno le loro vite rispettivamente in “Cadenza” e “Capriccio” per poi ritrovarsi in “Da capo”, nuovamente estranei e incapaci di riportare indietro il tempo.

Perché il tempo è impietosamente traditore e non può ridare mai indietro quanto abbiamo lasciato andare e quando pensiamo di potere riacciuffare quello che non siamo riusciti a portare a compimento rischiamo di essere delusi.

Sarà così anche per Elio e Oliver o i due uomini avranno costruito qualcosa, loro malgrado e nonostante le loro scelte?

Scrive ad un certo punto  Aciman: “Il fatto è che la magia di una nuova conoscenza non dura mai abbastanza. Alla fine vogliamo sempre chi non possiamo avere. Sono quelli che abbiamo perso o che non hanno mai saputo della nostra esistenza a lasciare il segno. Gli altri ne sono solo una misera eco”.

Ma è veramente così? È questo il messaggio che vuole lasciarci l’autore? Personalmente (e invito i lettori ad avviare la discussione, se e quando lo riterranno opportuno) ritengo di no: anche perché la storia d’amore tra Samuel e Miranda chiude in maniera circolare il romanzo e lascerà un  segno concreto in un piccolo Oliver, frutto del loro amore.

In tutto c’è stata bellezza

Pubblicato in Spagna nel 2018, è diventato immediatamente un caso letterario, sia per la particolarità della narrazione che per i contenuti.

Manuel Vilas,  poeta oltre che narratore, affronta un tema universale, quello della condizione umana che alcuni individui riescono a sentire in maniera speciale. Da questo sentire nascono le pagine di un  libro che parla della morte, vissuta come assenza, da cui scaturiscono enigmi rabbiosi.

Enigmi (su fatti ed episodi della vita di chi ci ha amato e che, spesso in maniera maldestra, abbiamo amato) divenuti tali per l’incapacità di porre domande, per pigrizia, per l’ingenua convinzione che ci sarà un tempo in cui chiedere. “Non l’ho chiesto finché potevo perché ho pensato uno di questi giorni glielo chiedo, come se dovessero esser sempre lì”.

Vilas racconta la storia di un padre, una madre e un figlio.

Egli è quel figlio che, dopo la morte della propria madre (il padre era mancato anni prima), si rende conto che non c’è più nessuno capace di amarlo come lo hanno amato i propri genitori. Scopre allora di non avere conosciuto a fondo i genitori, di non avere compreso molte scelte che questi hanno fatto, di ignorare molti fatti della vita loro e delle rispettive famiglie d’origine. Scopre, quindi, che non potrà più sapere il perché dell’insolita scelta di  svolgere  il viaggio di nozze a Lourdes. Scopre che ci sono tante, forse troppe, domande importanti che avrebbe potuto rivolgere al padre e alla madre, ma questi non ci sono più. Tragedia nella tragedia, non ci sono neanche le tombe su cui piangere, poiché, insieme con il fratello, ha scelto di farli cremare.

Il libro è anche, o soprattutto, la narrazione dell’impossibilità di comunicare tra gli esseri umani, destinati ad una solitudine senza speranza, com’è evidente dal  suo rapporto con i due figli che vede raramente, come spesso succede a genitori divorziati. Un rapporto sbilanciato, come lo era stato il suo con i suoi genitori, per la difficoltà dei figli di accogliere pienamente e comprendere l’amore dei genitori: “è una mascalzonata che mia madre non mi abbia visto più assiduo, più desideroso di parlarle al telefono”. La madre che lo chiamava innumerevoli volte, ma alla quale non rispondeva. Come oggi fanno i suoi figli, continuamente attaccati al telefono, ma che non rispondono alle sue chiamate. In una ciclicità infinità a cui, fatalmente, non ci si può sottrarre e di cui Vilas è dolorosamente consapevole.

Michela Murgia, ACCABADORA

 

In Sardegna, anche in tempi più recenti, viveva la “femina accabadora”, chiamata al capezzale dei malati terminali per eseguire una sorta di eutanasia, certamente non legalizzata, ma compresa e condivisa.
Da questa figura trae spunto il romanzo di Michela Murgia, scrittrice profonda ed elegante (qualità non sempre scontate nella narrativa contemporanea), che ci conduce nella cultura e nella tradizione sarda, alla scoperta di un mondo oramai lontano, ma col quale, necessariamente, sarebbe opportuno confrontarsi. Un mondo in cui vivere significava soprattutto sopravvivere, dove una madre poteva rinunciare alla propria figlia (bocca da sfamare nella miseria) affidandola ad una donna sterile.
Da questa consuetudine prende avvio il romanzo della Murgia: Maria viene ceduta dalla madre a Tzia Bonaria. La bambina diventa così la filia de anima di una sarta la cui vita, apparentemente comune e noiosa, nasconde un segreto profondo dal quale Maria cercherà, inutilmente, di fuggire perché, a volte nella vita, anche l’impensabile può diventare realtà.