In tutto c’è stata bellezza

Pubblicato in Spagna nel 2018, è diventato immediatamente un caso letterario, sia per la particolarità della narrazione che per i contenuti.

Manuel Vilas,  poeta oltre che narratore, affronta un tema universale, quello della condizione umana che alcuni individui riescono a sentire in maniera speciale. Da questo sentire nascono le pagine di un  libro che parla della morte, vissuta come assenza, da cui scaturiscono enigmi rabbiosi.

Enigmi (su fatti ed episodi della vita di chi ci ha amato e che, spesso in maniera maldestra, abbiamo amato) divenuti tali per l’incapacità di porre domande, per pigrizia, per l’ingenua convinzione che ci sarà un tempo in cui chiedere. “Non l’ho chiesto finché potevo perché ho pensato uno di questi giorni glielo chiedo, come se dovessero esser sempre lì”.

Vilas racconta la storia di un padre, una madre e un figlio.

Egli è quel figlio che, dopo la morte della propria madre (il padre era mancato anni prima), si rende conto che non c’è più nessuno capace di amarlo come lo hanno amato i propri genitori. Scopre allora di non avere conosciuto a fondo i genitori, di non avere compreso molte scelte che questi hanno fatto, di ignorare molti fatti della vita loro e delle rispettive famiglie d’origine. Scopre, quindi, che non potrà più sapere il perché dell’insolita scelta di  svolgere  il viaggio di nozze a Lourdes. Scopre che ci sono tante, forse troppe, domande importanti che avrebbe potuto rivolgere al padre e alla madre, ma questi non ci sono più. Tragedia nella tragedia, non ci sono neanche le tombe su cui piangere, poiché, insieme con il fratello, ha scelto di farli cremare.

Il libro è anche, o soprattutto, la narrazione dell’impossibilità di comunicare tra gli esseri umani, destinati ad una solitudine senza speranza, com’è evidente dal  suo rapporto con i due figli che vede raramente, come spesso succede a genitori divorziati. Un rapporto sbilanciato, come lo era stato il suo con i suoi genitori, per la difficoltà dei figli di accogliere pienamente e comprendere l’amore dei genitori: “è una mascalzonata che mia madre non mi abbia visto più assiduo, più desideroso di parlarle al telefono”. La madre che lo chiamava innumerevoli volte, ma alla quale non rispondeva. Come oggi fanno i suoi figli, continuamente attaccati al telefono, ma che non rispondono alle sue chiamate. In una ciclicità infinità a cui, fatalmente, non ci si può sottrarre e di cui Vilas è dolorosamente consapevole.

Michela Murgia, ACCABADORA

 

In Sardegna, anche in tempi più recenti, viveva la “femina accabadora”, chiamata al capezzale dei malati terminali per eseguire una sorta di eutanasia, certamente non legalizzata, ma compresa e condivisa.
Da questa figura trae spunto il romanzo di Michela Murgia, scrittrice profonda ed elegante (qualità non sempre scontate nella narrativa contemporanea), che ci conduce nella cultura e nella tradizione sarda, alla scoperta di un mondo oramai lontano, ma col quale, necessariamente, sarebbe opportuno confrontarsi. Un mondo in cui vivere significava soprattutto sopravvivere, dove una madre poteva rinunciare alla propria figlia (bocca da sfamare nella miseria) affidandola ad una donna sterile.
Da questa consuetudine prende avvio il romanzo della Murgia: Maria viene ceduta dalla madre a Tzia Bonaria. La bambina diventa così la filia de anima di una sarta la cui vita, apparentemente comune e noiosa, nasconde un segreto profondo dal quale Maria cercherà, inutilmente, di fuggire perché, a volte nella vita, anche l’impensabile può diventare realtà.