Per odio e per amore

Una coppia di sposi che non hanno più nulla da dirsi, irrimediabilmente divisi da un lutto che ha distrutto la loro esistenza; un uomo che ha capito il proprio errore, per il quale, in parte, ha pagato con alcuni anni di carcere. Sono i protagonisti di un romanzo ispirato ad un fatto realmente accaduto, ad un racconto fatto all’autore da un padre che, per caso, incontra l’assassino della propria figlia.

Ne “Gli ultimi giorni di quiete” è Nora ad imbattersi, durante un viaggio in treno, in Paolo Dainese, l’uomo che ha provocato la morte del proprio figlio, Corrado, durante un tentativo di rapina nella tabaccheria del marito Pasquale. Scoprire  che l’assassino del proprio figlio è tornato libero, dopo appena cinque anni di carcere, con una considerevole riduzione della pena,  sconvolge la vita, già duramente provata, della coppia. Nora e Pasquale sono costretti ad affrontare una realtà che non avevano ipotizzato e che scava ulteriormente la distanza che li separa dalla morte di Corrado.  Distanza che Nora sembra volere  accrescere con ferma determinazione avviandosi lungo una strada che la porterà ad allontanarsi da casa per porre fine alla quiete di Dainese che, dopo essere tornato libero, sta tentando di ricostruire la propria vita: ha trovato lavoro, ha una relazione stabile e pensa alla possibilità di avere un figlio. Una normalità  che, secondo, Nora non merita e che lei intende fare saltare, attraverso un piano che metterà in pratica, passo dopo passo, con lucida sistematicità. A guidarla è l’odio, sentimento che individua e accoglie  quale grimaldello per minare la quieta esistenza che  Dainese sembra avere raggiunto:

“ Se stava attenta poteva sentirlo quell’odio ringhiare

come un mostro vulcanico che ribolliva minaccioso,

 pronto a spandere lava tutt’intorno alla prima scossa tellurica”.

Sentimento che Nora sembra condividere con Pasquale il quale riesce a procurarsi una pistola per uccidere, lui che non ha mai sparato, l’assassino di Corrado. Nora e Pasquale, però, si muovono lungo strade diverse per approdare a traguardi differenti che lascio scoprire al lettore che si ritroverà combattuto tra sentimenti contrastanti. La solidarietà nei confronti di Pasquale e Nora per la loro perdita;  la delusione nei confronti della giustizia, apparentemente, incompiuta; la consapevolezza che bisogna sempre dare una seconda opportunità a chi ha sbagliato e ha riconosciuto il proprio errore.

Insomma, il romanzo, pur nella linearità della narrazione, ruota intorno a temi attualissimi, sempre al centro di confronti e di dibattito:

“Un uomo è condannato per sempre, allora? Fine pena mai? A cosa servono i processi, la legge, la galera? Lui aveva capito, aveva capito tutto. Gli errori commessi, la voglia di ricominciare, lasciarsi alle spalle quello che era una volta. Voltare pagina e provare a essere un uomo migliore”.

Pupi e pupari, Montalbano vs Camilleri

A lungo atteso, l’ultimo romanzo di Andrea Camilleri non delude certamente le aspettative dei lettori-fan del commissario più famoso d’Italia. Gli elementi narrativi, infatti, sono quelli soliti di un’indagine condotta con la consueta disinvoltura, ma – questo è certamente un elemento di novità – senza entusiasmo e con una profonda stanchezza, apparentemente attribuita all’età (sebbene Montalbano sia tutt’altro che anziano) di fatto dovuta ad un sentimento di rifiuto di quella che oramai, pirandellianamente, è diventata una prigione.

Perché Montalbano, “chiddro vero” , non certo “chiddro  di la tilivisione” deve fare i conti con il proprio doppio, ovvero il personaggio televisivo scaturito dalla penna di un autore (Cammilleri, appunto) che, spezzando la finzione narrativa, in “Riccardino” è personaggio attivo con cui il commissario interloquisce, litiga, si confronta, fino alla soluzione finale che, per non rovinare il piacere della lettura, trascuro di commentare.

Scritto nel 2005, il romanzo subisce una revisione linguistica nel 2016: Camilleri decide di risciacquare, per dirla con Manzoni, i panni nelle acque della Sicilia, modificando la lingua che assume specificità dialettali ancora più profonde. Ben venga, quindi, l’edizione con le due versioni che consentono un interessante confronto tra le diverse espressioni linguistiche. Solo un esempio,per non tediare. Nella prima stesura leggiamo: “potiva immediatamente sganciarsi dalla facenna passannola ai carrabbinera”, poi modificata con “potiva tirarisi fora ‘mmidiato…”. (pag.10) Inoltre, mentre nella versione del 2016 l’Autore viene indicato genericamente, nella prima stesura veniva indicato con il proprio cognome: “Camilleri”.

Indubbiamente, gli studiosi dello scrittore siciliano avranno modo di esprimere considerazioni autorevoli sulle trasformazioni linguistiche che hanno portato all’edizione definitiva. Per quanto mi riguarda, preferisco soffermarmi  oltre la trama del romanzo: mi sembra, infatti, che Camilleri sia stato spinto da un atto di umile orgoglio (perdonatemi l’ossimoro) che denuncia un conflitto profondo tra autore e personaggio e tra personaggio e autore. Nella dialettica tipicamente siciliana, tra pupo e puparo.

È come se il personaggio, avendo conquistato grande popolarità, fosse sfuggito di mano all’autore che da puparo è diventato pupo, non potendo più decidere autonomamente, ma finendo con il costruire le proprie storie per non deludere lettori e spettatori. Forse, e probabilmente questo dovette pesare a Camilleri, prima gli spettatori e poi i lettori.

“Riccardino” rappresenta quindi il tentativo dell’autore di riprendere in mano le fila e porre fine, con un ultimo atto, alla propria creatura, magari per impedire che altri potessero continuare una saga, apparentemente, senza fine.