Il tempo trascorso non ci cambia

Nell’ultimo anno, segnato dalla ben nota pandemia, ci si è chiesti se, quando tutto sarà finito, ci ritroveremo migliori di quelli che eravamo prima del gennaio 2020, allorché anche in Italia si prendeva atto che quella provocata dal Covid 19 non sarebbe stata una semplice influenza e che il contagio non interessava solamente la Cina. Le risposte più ottimistiche hanno lasciato intravedere la possibilità di un mondo migliore, fondato sul rispetto nei confronti dell’ambiente che ci ospita e dei nostri simili. Molto presto, però, abbiamo dovuto osservare che, ancora una volta, la speranza di diventare migliori non è facilmente realizzabile. Essa appare, piuttosto, come  un’utopia. Dunque, per definizione,  è irrealizzabile. Non si tratta, siatene sicuri, di una  lettura disfattista e pessimista, quanto, piuttosto, della facile considerazione di chi osserva dalle cronache quanto sta accadendo nel mondo, anche in questo preciso momento;  di chi si sofferma a osservare l’animo umano, a scavare a fondo per comprendere le ragioni di fatti, anche lontani tra loro, ma tutti con un’unica ragione comune: il male che gli uomini portano con sé e che lasciano dilagare.

È quanto fa Loredana Lipperini  (narratrice che si muove tra gotico e fiction, tra magia e profezia) che ci conduce in un paese immaginario delle Marche, Vallescura, che potrebbe avere, in potenza, gli elementi per assurgere a locus amenus, se non fosse abitato da donne (gli uomini nel romanzo sono poco significativi, figure marginali e irrilevanti) che portano dentro di sé il  male, da cui, poi, far scaturire la peste, capace di sterminare tutti gli abitanti del paese.

La narrazione, che procede per livelli temporali diversi, ruota intorno ad alcune figure femminili di cui, certamente, quella più inquietante è Saretta, donna disperatamente incompiuta, vittima di se stessa, bulimica fin dalla fanciullezza, incapace di controllare il rapporto con il cibo che l’ha resa brutta e sgraziata, ma che –probabilmente per compensare – si è ricavata (apprendiamo anche con la violenza, non solo psicologica) il ruolo di despota di un’intera comunità, pronta a eseguire i suoi ordini, anche quando lasciati passare come semplici considerazioni:

“Tutti vanno da Saretta quando c’è un problema,

tutte, soprattutto, fra donne si trova la soluzione più in fretta,

gli uomini sono lenti a capire, si fissano su particolari

di nessuna importanza”.

Lei, dunque, non è sola nel suo ruolo di custode, ha saputo conquistare la complicità di altre donne, esecutrici passive della sua volontà: “Ma questa sera Saretta,  Annalisa, Maddalena e Fiorella sono di guardia. Il paese appartiene a loro: sanno, controllano, decidono, dispensano consigli sedute sulle sedie di paglia o di tela dipinta a bolli rossi e arancioni”.

Quella di cui si parla nel passo citato non è una sera come tutte le altre  (una tranquilla sera d’estate che le donne del sud della mia infanzia trascorrevano sedute sull’uscio per sfuggire al caldo con qualche chiacchiera): sanno, infatti,  che “una catastrofe sta arrivando, e che li scaccerà”. Lo sa soprattutto lei, Saretta, che ha da tempo individuato il nemico da eliminare per salvare il paese dalla fine imminente: si tratta di  Maria, un’altra donna.  La donna venuta da fuori, indesiderata e guardata con sospetto fin dal primo giorno, isolata per volontà di Saretta in attesa  che venga allontanata (anche  con la violenza, se è il caso) perché considerata pericolosa per il bene dell’intera comunità:

“Noi siamo uniti, pensava Saretta con ferocia, e lo siamo

perché nessuno viene a mettere in discussione il nostro mondo.

Ma perché questo mondo continui dobbiamo contarci,

dobbiamo essere solo noi”.

Poi c’è Chiara, un’altra straniera, ma conosciuta e tollerata perché è la  nuora di un’anziana del paese, che non si è lasciata assorbire dal cerchiomagico: “Chiara è un’anima buona, oltre che una sognatrice. Scrive, beve tè bianco, va alle mostre, nutre i gatti e legge molto”. Ha raggiunto Vallescura per aiutare la suocera  Aurelia (la ritiene tale benché da anni abbia divorziato dal marito) che ha avvertito in pericolo grazie a un sogno, nel quale era chiamata a seppellire i morti di peste. Chiara vorrebbe portare  via Aurelia, prima che il male si diffonda, ma la ferma la consapevolezza che “si può sconfiggere solo quando si è insieme. La natura  è più forte degli uomini. Gli uomini possono sperare di batterla, momentaneamente, solo unendosi”.

Infine, c’è una giovane donna, poco più che fanciulla, che ha sfidato pubblicamente Saretta di cui adesso rischia la vendetta. Sarà accolta da Aurelia e Chiara. A Carmen, questo possiamo dirlo senza rivelare nulla, avrà il compito di trasmettere la memoria della peste e la consapevolezza che  il male è sempre in agguato, soprattutto nei momenti di debolezza, quando si è più vulnerabili. Un compito quasi titanico nella consapevolezza che gli uomini non cambiano, sono sempre gli stessi, anche di fronte alla peste. Oggi, come nel Medio Evo o nel Seicento, durante le due pestilenze raccontate dalla storia e dalla letteratura.

Lo sguardo di Loredana Lipperini, infatti, si volge lontano nel tempo, per costruire un racconto che si legge d’un fiato (direi quasi che “si fa leggere”)  coinvolge il lettore, lo costringe a guardare dentro il proprio animo e intorno a sé con sguardo acuto e mente libera dai pregiudizi.

Burattini senza fili, orfani del libero arbitrio

Immaginate che qualcuno vi offra un braccialetto super tecnologico, forse esteticamente non particolarmente avvincente, ma capace di interagire con la parte più profonda del vostro essere, suggerendovi di lasciare perdere durante  una discussione che sta alterando il vostro umore o segnalandovi il negozio da cui è possibile ricevere sulla porta di casa i vostri biscotti preferiti, in un formato extrafamiliare e scontatissimo. Aggiungete a ciò che questo braccialetto super tecnologico è in grado di indicare un piano alimentare e di fitness che vi permetta di tornare in forma, giovani (almeno nello spirito) e scattanti, pronto a segnalarvi eventuali eccessi che potrebbero compromettere il risultato raggiunto.

Aggiungete ancora che  l’uso di tale braccialetto super tecnologico vi consenta l’esonero dal ticket sanitario e l’accesso a negozi esclusivi da cui uscire senza passare dalla cassa: l’acquisto sarà registrato dal vostro monile avveniristico e prontamente addebitato sul vostro conto.

Probabilmente, qualcuno, forse tra i più pigri, dirà che non sarebbe male.

Altri, probabilmente più maliziosi, si chiederanno quali sarebbero le condizioni per avere accesso a così tanti privilegi.

Sono proprio questi ultimi a porre l’attenzione sul tema del romanzo di Rielli il quale, attraverso la confessione del protagonista, Marco De Sanctis, ci offre un’analisi spietata del tempo che stiamo vivendo prospettando una società futuribile, senza dubbio distopica, ma che (come è accaduto con altri romanzi distopici) rischia di diventare profetica. 

Marco De Sanctis scopre che  con la sua laurea in Filosofia difficilmente potrà entrare nel mondo del lavoro. Potrebbe tentare con l’insegnamento, ma le liste di attesa sono lunghe e potrebbero trascorrere dei decenni prima di potere conquistare una cattedra. Decide, pertanto, di sfruttare la propria cultura e l’abilità narrativa inventando un blog satirico che, in breve, ottiene un notevole successo. Uno spazio virtuale attraverso il quale denunciare il “male che le macchine, i computer, gli algoritmi stavano facendo all’umanità”.

In breve tempo, però, Marco De Sanctis entra a far parte proprio di quel mondo da cui si sentiva estraneo (si definiva addirittura un luddista!) e fonda una startup, la Before, un’azienda di Big Data, capace di prevedere il comportamento di milioni di consumatori, grazie alla quale si ritroverà ricchissimo, senza però arrendersi (anche se in alcuni momenti potrebbe sembrare il contrario) alla realtà digitale, a quel mondo virtuale che ci vorrebbe tutti burattini manovrabili, senza cultura, né senso critico, cieche e obbedienti pecorelle, pronte a seguire a capo chino il capo branco.

Perché è questo quello che si vede sulle piazze virtuali che tutti, oramai, frequentiamo, mettendo in mostra la nostra vita e pronunciando sermoni su argomenti di cui non sappiamo nulla. Perché  nella società del digitale non contano né conoscenze, né competenze. Un concetto che Rielli ha ben chiaro: 

“Come lo spieghi a un bambino che cresce e che vede che l’insulto è senza conseguenze, che il merito non conta un cazzo, tantomeno il lavoro, il farsi il culo, l’appassionarsi a un progetto, il sapere qualcosa. No, solo l’odio, la superficialità, nessun senso di giustizia”.

Chi scrive sa, per professione, che quanto  appena citato ha solide fondamenta:  purtroppo, la convinzione che l’impegno e  lo studio, rigoroso e approfondito, servano a ben poco, visto che tutto è disponibile (hic et nunc) su internet,  è sempre più radicata. E, ahinoi, non   solo  tra i giovani con scarsa voglia di impegnarsi!  Quei giovani educati, sul modello di molti adulti, a inseguire bisogni mimetici  che non potranno mai soddisfare. Quei giovani che, magari seguendo le indicazioni di un capo popolo, attribuiranno la responsabilità del fallimento alla vittima di turno da sacrificare sull’altare di un dio senza nome. Non è dunque  un caso che il protagonista faccia sua la lezione dell’antropologo René Girard le cui teorie ispirano il “Documento strategico Before” che chiude il romanzo.