Viandanti verso la nostra Itaca

Terramarina è la meta, come l’Itaca di Ulisse del mito antico, a cui ogni uomo tende. E, come per il mito antico, bisogna augurarsi che la strada (come ha scritto il poeta, greco anche lui, Kavafis) sia lunga, perché bisogna arrivarci carichi  di vita e di esperienze (proprio come Ulisse), “ricco dei tesori accumulati per la strada”.

Terramarina è il secondo romanzo di quella che diventerà la trilogia della “cricca della Tabbacchera”, donna d’acciaio, bella e forte, determinata e caparbia, coraggiosa e indipendente.  Sindaca Scassacoglioni (secondo l’epiteto che uomini dei palazzi che contano, dove il malaffare è di casa, le hanno cucito addosso e che lei indossa con orgogliosa consapevolezza) che vuole fare la rivoluzione , “cambiare il mondo a colpi di poesia”, con l’Amurusanza (che è anche il titolo del primo romanzo)  termine che racchiude la parola amore, ma che va oltre ed a cui aggiunge una dimensione che è fatta di accoglienza, solidarietà, apertura:

Parole di fuoco, buttate giù per raccontare quella che si presenta come una fiaba di Natale, con una neonata (chiamata Luce, “bambina di luce giunta in quella casa a dissolvere il lutto e a portare la gioia”), partorita per strada sotto la neve, da una madre disperata per la quale non sembra esserci nemmeno una stalla con la mangiatoia.

“a far capire che porto siamo, signori miei,

porto che si fa madre,

che accoglie e non rigetta,

che apre e non si chiude,

che abbraccia e sfama a dispetto dei canazzi

che ringhiano di chiusure e di cesure e di leggi a sfratto,

intanto che la vita se la gioca

con la morte – e perde – in mezzo a un mare assassino”.

Con Tea Ranno, a Ragusa per presentare il suo libro

Nel  costruire il suo racconto fiabesco, però, Tea Ranno non ignora la realtà del suo tempo (che è anche il nostra) e non distoglie lo sguardo da quel mare dove navi di disperati, fuggiti dalla violenza, dalla guerra, dalla fame, aspettano di scendere e toccare una terra che è sempre stata luogo di accoglienza, di popoli diversi, di genti venute per conquistare, ma anche per lasciarsi conquistare.

Simbolo di questa terra diventa la casa di Agata la  Tabbacchera che agli amici aveva detto e ridetto “Sula lassatimi!”. Perché in quella notte di Natale lei aveva bisogno di solitudine, per fare quattro conti con se stessa. Il caso deciderà diversamente e la sua casa, buia e triste, nella cui solitudine avrebbe voluto annegare, si trasformerà in porto d’accoglienza, illuminata come un faro nella notte, sfavillante di Amurusanza.

Originaria di Melilli, a cui è legata indissolubilmente, nonostante da un quarto di secolo viva a Roma, Tea Ranno è oggi forse una delle voci più autorevoli della Sicilia. Una Sicilia che si fa mito, con le bellezze e le brutture che ne hanno deturpato il paesaggio e l’anima, col suo essere “luce e lutto” (come diceva Bufalino), che Tea Ranno riesce a mettere sulla pagina, con profondità e sentimento, con una scrittura che si fa poesia nella quale si è riservata un cantuccio, lei la “signora con il taccuino” che da Roma torna nella terra dei padri, alla ricerca delle radici, per ascoltare storie, anche di uomini e fatti lontani, ma che nelle sue pagine diventano emblema dell’ esistere al di là dello spazio e del tempo.

Il Potere Taumaturgico della scrittura

L’autore, appena venticinquenne, fa il suo ingresso nel mondo letterario con un romanzo che, come nelle favole della tradizione, ha come protagonisti gli animali, con i vizi, le virtù, i sentimenti degli uomini. Disperati e speranzosi;  appassionati e crudeli;  devastati dalla vita, ma capaci di guardare oltre e reinventarsi;  sognatori e realisti proprio come gli uomini. I personaggi di questa storia sono faine, cani, maiali, tassi, ricci, volpi che allegoricamente ci rappresentano e ci dicono cosa siamo e cosa possiamo essere.

L’io narrante e protagonista è una faina, Archy:  il padre è stato assassinato da un umano che lo ha sorpreso a rubare, lasciando la moglie e i figli nella disperazione di un inverno che rende difficile, se non impossibile, cacciare. Il bisogno lascia poco spazio all’amore materno e agli affetti familiari, consumati dalla necessità di sfamare la nidiata, trascurando, chi particolarmente debole, sembra avere poche possibilità di sopravvivenza.

Così, quando, Archy, cadendo da un albero nel tentativo di portare a casa delle uova di uccello, rimarrà zoppo, sarà ceduto dalla mamma  alla  vecchia volpe usuraio. Ha inizio per Archy la sua nuova vita, il primo di tanti cambiamenti che caratterizzeranno la sua esistenza:

“La vecchia volpe decise di insegnarmi tutto quello che sapeva”.

In poco tempo, nonostante i maltrattamenti, Archy diventa l’apprendista della volpe che, intuendo di essere oramai alla fine della propria vita, desidera un erede a cui lasciare i beni accumulati in anni di usura violenta. In particolare, però, la volpe insegna ad Archy a  scrivere, a leggere ed interpretare un libro, il Libro, una bibbia rubata negli anni della giovinezza.

Alla lettura della bibbia la volpe ha dedicato parte della propria vita, convincendosi  di essere “un figlio di Dio” e decidendo di raccontare la propria esperienza, una vita di rapina e violenza con cui fare i conti, prima di superare la soglia dell’esistenza per andare verso un oltre di cui non si ha consapevolezza.

Il romanzo, così, supera i confini della favola, per diventare un libro sulla scrittura, su questa capacità, tutta umana, che ci rende  “figli di Dio”, regalandoci l’eternità, come dice Archy:

“mi fece riflettere sul potere della scrittura, quanto fosse immune al tempo”.

Per cui, oramai, vecchio, stanco e solo, disperatamente solo, Archy decide “che l’unico compromesso prima di sparire era raccontarmi”, fino a scoprire  il potere taumaturgico della scrittura:

“Più scrivo, più l’ossessione della morte si fa leggera.

La sconfiggo ad ogni pagina, specchiandomi nel colore, nelle linee che traccio.

Dio porterà la mia anima chissà dove, disperderà il mio corpo nella terra,

ma i miei pensieri rimarranno qui, senza età, salvi dai giorni e dalle notti”.

Affiderà il suo racconto autobiografico, insieme con la bibbia avuta in dono dalla volpe, al suo ultimo amico, Klaus, come un tesoro prezioso, da tenere sempre con sé:

“Ti diranno tante verità, ti faranno male,

ma non potranno mai ingannarti su quello che sei,

su quello che siamo”.

Quando l’infanzia non aveva voce

Narratrice e poetessa, Tove Ditlevsen è la scrittrice danese nota soprattutto per il suo impegno contro i soprusi e le violenze nei confronti dei bambini, oltre che per l’attenzione nei confronti della condizione femminile che in Infanzia assume i colori della confessione.

Primo volume della “Trilogia di Copenaghen” considerata l’evento letterario dell’anno, la trilogia è stata salutata come un capolavoro che si unisce al coro di voci femminili che, da diversi Paesi, hanno raccontato e denunciato la loro condizione.

Tove vive la propria Infanzia in un piccolo bilocale di Vesterbro,  quartiere operaio di Copenaghen, tra mille problemi causati, in particolare, dalle difficoltà economiche che la famiglia deve affrontare: il padre è  spesso senza lavoro a causa della propria militanza comunista. È lui che spinge Tove alla lettura, ma, quando la bambina gli confesserà  il sogno di diventare poetessa,  le dice, senza mezzi termini, che non è un lavoro da donne. Nonostante ciò, Tove continuerà a scrivere segretamente poesie su un quadernetto che nasconderà gelosamente per non essere derisa.

La sua formazione è affidata alla madre, rancorosa e distratta, incapace di accoglierla e comprenderla causa di una profonda sofferenza che la accompagnerà sempre:

Il mio rapporto con lei è stretto, doloroso, traballante,

e se voglio un segno d’affetto devo cercarlo io.

Qualunque cosa io faccia, la faccio per compiacere lei,

per farla sorridere, acquietare la sua rabbia.

A ciò bisogna aggiungere la difficoltà di comprendere il mondo degli adulti dai quali giungono mezze frasi e rivelazioni che Tove non riesce a decodificare: due mondi, quello di adulti e bambini nella prima metà del Novecento, che non riescono a incontrarsi, a causa di segreti che la bambina non comprende. Ci penserà la sua  amica  Ruth, bambina senza regole e spregiudicata, alla quale si accosta per il suo bisogno di essere accolta e considerata, a svelarle il mondo degli adulti. Tove, però, avverte una profonda distanza da Ruth, scavata ulteriormente dal tentativo di agire in maniera spregiudicata e libera come l’amica, ma condannandosi al fallimento  per la paura e l’insicurezza che le sono compagne.  

Con linguaggio semplice ed immediato, Tove Ditlevsen ci guida nel proprio mondo, dove:

“L’infanzia è lunga e stretta come una bara, e non si può uscirne da soli”.

L’infanzia di Tove Ditlevsen si presenta come una condanna a cui “non si sfugge” perché “resta attaccata addosso come un odore”.

E’, di fatto, un’infanzia dolorosa, dalla quale osservare

“di nascosto gli adulti, la cui infanzia è seppellita in loro,

lacera e sforacchiata come un tappeto consunto e tarmato,

al quale nessuno pensa, e che non serve più.

A guardarli non si direbbe che ne abbiano avuta una”.

L’insostenibile leggerezza del vivere

Una donna sulle bianche scogliere,  sta tornando in Inghilterra  dall’Italia per sfuggire ad un amore sbagliato,  in attesa di imbarcarsi   decide di scrivere una lettera alla sorella. Non usa della normale carta da lettera, ma un elegante quaderno, acquistato a Venezia, con la copertina rigida di seta azzurra marmorizzata. Niente di sorprendente, considerato che la lettera non potrà mai essere spedita, visto che la sorella è scomparsa venticinque anni prima.

Si apre così il romanzo di Coe che chiude la trilogia  (i due precedenti sono “La famiglia Winshaw” e “Il circolo dei Brocchi” ) che, secondo alcuni commentatori, costituisce il Romanzo ideale dell’autore inglese  campione della leggerezza della narrazione.

Una leggerezza, permettetemi l’ossimoro, profonda, capace di scavare dentro l’animo umano evidenziandone i limiti e le potenzialità, facendo luce sulle incompiute che ciascuno, non solo i personaggi di Coe ,si porta dietro perché manchevole del coraggio e della volontà di prendere in mano la propria vita e smettere di crogiolarsi in sogni adolescenziali, per vivere il presente ed essere artefici del proprio futuro.

Benjamin, promessa mancata della letteratura inglese, è il personaggio che meglio racconta questa dimensione esistenziale che lo rende un imbranato perdente, ma che, il lettore potrà scoprirlo da sé, potrebbe anche riscattarsi.

La vicenda prende le mosse alla vigilia del nuovo Millennio e si snoda durante il governo Blaire, nell’imminenza della Guerra contro l’Iraq  che vide l’Inghilterra in prima fila e mise in crisi le coscienze di molti, spingendo qualcuno a scelte radicali, tanto da rivoluzionare la propria vita a conferma, se mai ve ne fosse bisogno, che pubblico e privato si intrecciano, sebbene in qualche caso, come apprenderemo verso la fine della  narrazione, la consapevolezza si acquista dopo tanto tempo.

Colpisce  il lettore la tragica attualità del racconto di Coe che,  a tratti, sembra diventare lo specchio del nostro quotidiano con le teorie complottiste di cui, ahinoi, quotidianamente leggiamo; con i rigurgiti neo-nazisti delle cronache odierne; con l’insofferenza, spesso sfociata nella violenza, nei confronti degli stranieri, dei diversi…

Eppure, c’è ancora spazio per la speranza  che nel romanzo è incarnata da due giovani personaggi: Patrick e Sophie, visti mentre  passano “sotto il grande arco della porta di Brandeburgo, mano nella mano; senza desiderare altro dalla vita, per il momento, che la possibilità di ripetere gli errori che avevano commesso i loro genitori, in un mondo che stava ancora cercando di decidere se concedere loro almeno questo lusso”.

Per amicizia, per amore

Sylvie e Andrée sono ancora due scolarette quando si incontrano tra i banchi di scuola e stringono amicizia. In particolare, Sylvie sarà come folgorata dalla piccola Andrée verso la quale proverà un profondo sentimento a cui non sa, né può, dare nome, un sentimento che va ben oltre l’amicizia.

Il rapporto si concluderà tragicamente: Andréè morirà giovanissima per  quella che  la scienza individuerà come una encefalite virale. Per Sylvie, invece,  a causare la morte della sua amica del cuore sono state le costrizioni, imposte dalla famiglia, che le hanno impedito di essere una giovane donna, libera di essere se stessa, di costruire la propria esistenza, inseguire  i propri sogni e realizzare il proprio sentire.

Nelle pagine di quello che possiamo definire un racconto breve autobiografico, Simone de Beauvoir ricostruisce  il suo rapporto con Elisabeth Lacoin, chiamata Zaza (Andrée nel testo) conosciuta alla scuola cattolica Adeline Desir.

Zaza era una bambina apparentemente libera, sfrontata con l’insegnante, indipendente.

Solo apparentemente, però. In quanto, la famiglia, della borghesia cattolica militante, la limita e la condiziona con freddo e distaccato rigore , concretizzato nelle regole imposte dalla madre, figura che al lettore appare persino malevola.

“Avevo invidiato spesso l’indipendenza di Andrée;

a un tratto mi sembrò molto meno libera di me.

C’era tutto un passato dietro di lei;

e intorno a lei quella grande casa, quella famiglia numerosa:

una prigione dalle vie d’uscita accuratamente sorvegliate”.

 Nel contesto familiare di Andrée/Zaza, Sylvie/Simone  appare come una minaccia. Lei che durante la fanciullezza appariva poco libera, comincia a vivere in maniera indipendente scegliendo i propri studi senza limitazioni e manifestando la propria autonomia, mentre Zaza  è  incastrata tra i più  disparati doveri sociali che le impediscono di vedere la sua amica, di gestire il proprio tempo ed organizzare la propria esistenza, di studiare il violino, di scegliere le proprie letture, di ritrovarsi sola.

Il racconto supera i limiti dell’esperienza autobiografia aprendosi ad una riflessione profonda sulla condizione di molte donne (ieri, ma forse anche oggi. Per alcune donne almeno e in alcuni ambienti certamente) costrette a soffocare ogni slancio vitale, a mortificare la propria individualità perché sommerse da tradizioni alienanti, da forme, più o meno scelte, che le mortificano.

Per le donne capaci di rinascere da se stesse

Una donna umiliata, picchiata, massacrata dalle mani dell’uomo che avrebbe dovuto amarla e proteggerla. Una donna ferita profondamente nel corpo e nell’animo.

Una donna capace di rialzarsi e  riscattarsi, apparentemente  dura e anaffettiva, ma che si rivela un’amica fedele, capace di riconoscere il dolore altrui e curarlo.

Tutto questo, e altro ancora, è il commissario Teresa Battaglia creato da Ilaria Tuti e ancora una volta protagonista di un giallo “storico”, come mi piace definire  la narrativa investigativa della scrittrice friulana.

La vicenda che vede protagonista il commissario Battaglia  si svolge su diversi piani temporali: il presente (con il ritorno in scena di un omicida seriale,  vecchia conoscenza della Battaglia a cui è legato da un rapporto apparentemente ambiguo, ma che, nel corso della lettura, impareremo a conoscere) il passato (ventisei anni prima, quando la Battaglia era ancora una giovane ispettrice, oggetto di pregiudizi da parte dei colleghi e alle prese con un marito egoista e violento). A questi livelli temporali bisogna aggiungerne un terzo che ci conduce nella città di Aquilea del IV secolo dopo Cristo, agli albori del Cristianesimo quando cominciava a scomparire il culto isiaco  dove   la vicenda di “Figlia della cenere” affonda le proprie radici.

In quest’ultimo romanzo, Teresa Battaglia si mostra con tutta la propria debolezza e fragilità, desiderosa di farsi da parte, di congedarsi dai suoi ragazzi, dalla squadra che ha costruito, per abbandonarsi al male che le sta divorando la mente e contro il quale potrà soltanto difendersi, ma mai vincerlo. Non ci riuscirà, perché costretta dagli eventi che la costringeranno a indagare, facendo i conti con il proprio passato, un passato dolorosamente straziante, in parte condiviso da altre donne.

La narrazione supera i confini dell’indagine investigativa e si apre ad una riflessione sulla capacità delle donne di liberarsi da rapporti tossici che rischiano di ucciderle, sulla capacità delle donne di rinascere

 “e non dalla costola di un uomo

che si credeva fatto a immagine e somiglianza di un dio,

 ma dalle proprie, incrinate, doloranti, spezzate”.

Per odio e per amore

Una coppia di sposi che non hanno più nulla da dirsi, irrimediabilmente divisi da un lutto che ha distrutto la loro esistenza; un uomo che ha capito il proprio errore, per il quale, in parte, ha pagato con alcuni anni di carcere. Sono i protagonisti di un romanzo ispirato ad un fatto realmente accaduto, ad un racconto fatto all’autore da un padre che, per caso, incontra l’assassino della propria figlia.

Ne “Gli ultimi giorni di quiete” è Nora ad imbattersi, durante un viaggio in treno, in Paolo Dainese, l’uomo che ha provocato la morte del proprio figlio, Corrado, durante un tentativo di rapina nella tabaccheria del marito Pasquale. Scoprire  che l’assassino del proprio figlio è tornato libero, dopo appena cinque anni di carcere, con una considerevole riduzione della pena,  sconvolge la vita, già duramente provata, della coppia. Nora e Pasquale sono costretti ad affrontare una realtà che non avevano ipotizzato e che scava ulteriormente la distanza che li separa dalla morte di Corrado.  Distanza che Nora sembra volere  accrescere con ferma determinazione avviandosi lungo una strada che la porterà ad allontanarsi da casa per porre fine alla quiete di Dainese che, dopo essere tornato libero, sta tentando di ricostruire la propria vita: ha trovato lavoro, ha una relazione stabile e pensa alla possibilità di avere un figlio. Una normalità  che, secondo, Nora non merita e che lei intende fare saltare, attraverso un piano che metterà in pratica, passo dopo passo, con lucida sistematicità. A guidarla è l’odio, sentimento che individua e accoglie  quale grimaldello per minare la quieta esistenza che  Dainese sembra avere raggiunto:

“ Se stava attenta poteva sentirlo quell’odio ringhiare

come un mostro vulcanico che ribolliva minaccioso,

 pronto a spandere lava tutt’intorno alla prima scossa tellurica”.

Sentimento che Nora sembra condividere con Pasquale il quale riesce a procurarsi una pistola per uccidere, lui che non ha mai sparato, l’assassino di Corrado. Nora e Pasquale, però, si muovono lungo strade diverse per approdare a traguardi differenti che lascio scoprire al lettore che si ritroverà combattuto tra sentimenti contrastanti. La solidarietà nei confronti di Pasquale e Nora per la loro perdita;  la delusione nei confronti della giustizia, apparentemente, incompiuta; la consapevolezza che bisogna sempre dare una seconda opportunità a chi ha sbagliato e ha riconosciuto il proprio errore.

Insomma, il romanzo, pur nella linearità della narrazione, ruota intorno a temi attualissimi, sempre al centro di confronti e di dibattito:

“Un uomo è condannato per sempre, allora? Fine pena mai? A cosa servono i processi, la legge, la galera? Lui aveva capito, aveva capito tutto. Gli errori commessi, la voglia di ricominciare, lasciarsi alle spalle quello che era una volta. Voltare pagina e provare a essere un uomo migliore”.

Il tempo trascorso non ci cambia

Nell’ultimo anno, segnato dalla ben nota pandemia, ci si è chiesti se, quando tutto sarà finito, ci ritroveremo migliori di quelli che eravamo prima del gennaio 2020, allorché anche in Italia si prendeva atto che quella provocata dal Covid 19 non sarebbe stata una semplice influenza e che il contagio non interessava solamente la Cina. Le risposte più ottimistiche hanno lasciato intravedere la possibilità di un mondo migliore, fondato sul rispetto nei confronti dell’ambiente che ci ospita e dei nostri simili. Molto presto, però, abbiamo dovuto osservare che, ancora una volta, la speranza di diventare migliori non è facilmente realizzabile. Essa appare, piuttosto, come  un’utopia. Dunque, per definizione,  è irrealizzabile. Non si tratta, siatene sicuri, di una  lettura disfattista e pessimista, quanto, piuttosto, della facile considerazione di chi osserva dalle cronache quanto sta accadendo nel mondo, anche in questo preciso momento;  di chi si sofferma a osservare l’animo umano, a scavare a fondo per comprendere le ragioni di fatti, anche lontani tra loro, ma tutti con un’unica ragione comune: il male che gli uomini portano con sé e che lasciano dilagare.

È quanto fa Loredana Lipperini  (narratrice che si muove tra gotico e fiction, tra magia e profezia) che ci conduce in un paese immaginario delle Marche, Vallescura, che potrebbe avere, in potenza, gli elementi per assurgere a locus amenus, se non fosse abitato da donne (gli uomini nel romanzo sono poco significativi, figure marginali e irrilevanti) che portano dentro di sé il  male, da cui, poi, far scaturire la peste, capace di sterminare tutti gli abitanti del paese.

La narrazione, che procede per livelli temporali diversi, ruota intorno ad alcune figure femminili di cui, certamente, quella più inquietante è Saretta, donna disperatamente incompiuta, vittima di se stessa, bulimica fin dalla fanciullezza, incapace di controllare il rapporto con il cibo che l’ha resa brutta e sgraziata, ma che –probabilmente per compensare – si è ricavata (apprendiamo anche con la violenza, non solo psicologica) il ruolo di despota di un’intera comunità, pronta a eseguire i suoi ordini, anche quando lasciati passare come semplici considerazioni:

“Tutti vanno da Saretta quando c’è un problema,

tutte, soprattutto, fra donne si trova la soluzione più in fretta,

gli uomini sono lenti a capire, si fissano su particolari

di nessuna importanza”.

Lei, dunque, non è sola nel suo ruolo di custode, ha saputo conquistare la complicità di altre donne, esecutrici passive della sua volontà: “Ma questa sera Saretta,  Annalisa, Maddalena e Fiorella sono di guardia. Il paese appartiene a loro: sanno, controllano, decidono, dispensano consigli sedute sulle sedie di paglia o di tela dipinta a bolli rossi e arancioni”.

Quella di cui si parla nel passo citato non è una sera come tutte le altre  (una tranquilla sera d’estate che le donne del sud della mia infanzia trascorrevano sedute sull’uscio per sfuggire al caldo con qualche chiacchiera): sanno, infatti,  che “una catastrofe sta arrivando, e che li scaccerà”. Lo sa soprattutto lei, Saretta, che ha da tempo individuato il nemico da eliminare per salvare il paese dalla fine imminente: si tratta di  Maria, un’altra donna.  La donna venuta da fuori, indesiderata e guardata con sospetto fin dal primo giorno, isolata per volontà di Saretta in attesa  che venga allontanata (anche  con la violenza, se è il caso) perché considerata pericolosa per il bene dell’intera comunità:

“Noi siamo uniti, pensava Saretta con ferocia, e lo siamo

perché nessuno viene a mettere in discussione il nostro mondo.

Ma perché questo mondo continui dobbiamo contarci,

dobbiamo essere solo noi”.

Poi c’è Chiara, un’altra straniera, ma conosciuta e tollerata perché è la  nuora di un’anziana del paese, che non si è lasciata assorbire dal cerchiomagico: “Chiara è un’anima buona, oltre che una sognatrice. Scrive, beve tè bianco, va alle mostre, nutre i gatti e legge molto”. Ha raggiunto Vallescura per aiutare la suocera  Aurelia (la ritiene tale benché da anni abbia divorziato dal marito) che ha avvertito in pericolo grazie a un sogno, nel quale era chiamata a seppellire i morti di peste. Chiara vorrebbe portare  via Aurelia, prima che il male si diffonda, ma la ferma la consapevolezza che “si può sconfiggere solo quando si è insieme. La natura  è più forte degli uomini. Gli uomini possono sperare di batterla, momentaneamente, solo unendosi”.

Infine, c’è una giovane donna, poco più che fanciulla, che ha sfidato pubblicamente Saretta di cui adesso rischia la vendetta. Sarà accolta da Aurelia e Chiara. A Carmen, questo possiamo dirlo senza rivelare nulla, avrà il compito di trasmettere la memoria della peste e la consapevolezza che  il male è sempre in agguato, soprattutto nei momenti di debolezza, quando si è più vulnerabili. Un compito quasi titanico nella consapevolezza che gli uomini non cambiano, sono sempre gli stessi, anche di fronte alla peste. Oggi, come nel Medio Evo o nel Seicento, durante le due pestilenze raccontate dalla storia e dalla letteratura.

Lo sguardo di Loredana Lipperini, infatti, si volge lontano nel tempo, per costruire un racconto che si legge d’un fiato (direi quasi che “si fa leggere”)  coinvolge il lettore, lo costringe a guardare dentro il proprio animo e intorno a sé con sguardo acuto e mente libera dai pregiudizi.

Burattini senza fili, orfani del libero arbitrio

Immaginate che qualcuno vi offra un braccialetto super tecnologico, forse esteticamente non particolarmente avvincente, ma capace di interagire con la parte più profonda del vostro essere, suggerendovi di lasciare perdere durante  una discussione che sta alterando il vostro umore o segnalandovi il negozio da cui è possibile ricevere sulla porta di casa i vostri biscotti preferiti, in un formato extrafamiliare e scontatissimo. Aggiungete a ciò che questo braccialetto super tecnologico è in grado di indicare un piano alimentare e di fitness che vi permetta di tornare in forma, giovani (almeno nello spirito) e scattanti, pronto a segnalarvi eventuali eccessi che potrebbero compromettere il risultato raggiunto.

Aggiungete ancora che  l’uso di tale braccialetto super tecnologico vi consenta l’esonero dal ticket sanitario e l’accesso a negozi esclusivi da cui uscire senza passare dalla cassa: l’acquisto sarà registrato dal vostro monile avveniristico e prontamente addebitato sul vostro conto.

Probabilmente, qualcuno, forse tra i più pigri, dirà che non sarebbe male.

Altri, probabilmente più maliziosi, si chiederanno quali sarebbero le condizioni per avere accesso a così tanti privilegi.

Sono proprio questi ultimi a porre l’attenzione sul tema del romanzo di Rielli il quale, attraverso la confessione del protagonista, Marco De Sanctis, ci offre un’analisi spietata del tempo che stiamo vivendo prospettando una società futuribile, senza dubbio distopica, ma che (come è accaduto con altri romanzi distopici) rischia di diventare profetica. 

Marco De Sanctis scopre che  con la sua laurea in Filosofia difficilmente potrà entrare nel mondo del lavoro. Potrebbe tentare con l’insegnamento, ma le liste di attesa sono lunghe e potrebbero trascorrere dei decenni prima di potere conquistare una cattedra. Decide, pertanto, di sfruttare la propria cultura e l’abilità narrativa inventando un blog satirico che, in breve, ottiene un notevole successo. Uno spazio virtuale attraverso il quale denunciare il “male che le macchine, i computer, gli algoritmi stavano facendo all’umanità”.

In breve tempo, però, Marco De Sanctis entra a far parte proprio di quel mondo da cui si sentiva estraneo (si definiva addirittura un luddista!) e fonda una startup, la Before, un’azienda di Big Data, capace di prevedere il comportamento di milioni di consumatori, grazie alla quale si ritroverà ricchissimo, senza però arrendersi (anche se in alcuni momenti potrebbe sembrare il contrario) alla realtà digitale, a quel mondo virtuale che ci vorrebbe tutti burattini manovrabili, senza cultura, né senso critico, cieche e obbedienti pecorelle, pronte a seguire a capo chino il capo branco.

Perché è questo quello che si vede sulle piazze virtuali che tutti, oramai, frequentiamo, mettendo in mostra la nostra vita e pronunciando sermoni su argomenti di cui non sappiamo nulla. Perché  nella società del digitale non contano né conoscenze, né competenze. Un concetto che Rielli ha ben chiaro: 

“Come lo spieghi a un bambino che cresce e che vede che l’insulto è senza conseguenze, che il merito non conta un cazzo, tantomeno il lavoro, il farsi il culo, l’appassionarsi a un progetto, il sapere qualcosa. No, solo l’odio, la superficialità, nessun senso di giustizia”.

Chi scrive sa, per professione, che quanto  appena citato ha solide fondamenta:  purtroppo, la convinzione che l’impegno e  lo studio, rigoroso e approfondito, servano a ben poco, visto che tutto è disponibile (hic et nunc) su internet,  è sempre più radicata. E, ahinoi, non   solo  tra i giovani con scarsa voglia di impegnarsi!  Quei giovani educati, sul modello di molti adulti, a inseguire bisogni mimetici  che non potranno mai soddisfare. Quei giovani che, magari seguendo le indicazioni di un capo popolo, attribuiranno la responsabilità del fallimento alla vittima di turno da sacrificare sull’altare di un dio senza nome. Non è dunque  un caso che il protagonista faccia sua la lezione dell’antropologo René Girard le cui teorie ispirano il “Documento strategico Before” che chiude il romanzo.