Lettere a un poeta

Quando, giunte alla fine della loro vita, serenamente distese, volgeranno il loro viso al muro della morte, tra la donna che ha goduto appieno della felicità di essere amata e la donna che può dire di avere avuto poche gioie ma di avere amato, a quale delle due Dio vorrà concedere il tranquillo riposo? Ed esiste, in questo mondo, una donna che possa dire a Dio: “Io ho amato”? (pag. 98)

A cosa serve la poesia? Perché si scrivono le poesie?

A chi avesse dei dubbi su cosa rispondere consiglio il romanzo di Inoue Yasushi, critico d’arte e poeta, che nel 1949 esordì come narratore con questo scritto breve, ma di immediato successo.

Non lasciatevi fuorviare dal titolo: il romanzo non ha nulla a che vedere con la caccia verso la quale, anzi, il narratore rivela immediatamente di non avere mai avuto particolari simpatie o interessi. Invece, il fucile del titolo (“un Churchill a doppia canna”) ha a che vedere con la poesia. Più precisamente, con un poemetto che, per fare un favore ad un amico, il narratore scrive per “il modesto bollettino dell’Associazione venatoria giapponese”.

Nei suoi versi il poeta ritrae un cacciatore “con una grossa pipa di marinaio in bocca/gli stivali ai piedi, e un setter che gli correva avanti”, proprietario del fucile di cui dicevamo prima. Niente di straordinario, se un cacciatore, leggendo la poesia nella rivista di cui dicevamo, in quella descrizione non avesse riconosciuto sé stesso. Un sé stesso che, oramai, non esiste più, per ragioni che intende raccontare al poeta meritevole di “avere ritenuto il mio povero stato d’animo, così lontano da ogni altezza spirituale, argomento di poesia”.

Il cacciatore affida ad una lettera le sue riflessioni sulla poesia che sintetizza così:” posso dire di avere compreso lo straordinario potere intuitivo di quella speciale creatura che è un poeta”.  

Dopo la propria, il cacciatore invierà al poeta altre tre lettere, ricevute da tre donne diverse, ma della cui esistenza ha fatto parte: tre lettere capaci di fare luce su tre vite, apparentemente lineari, ma che nascondono tanti lati oscuri. Il romanzo, quindi, prende forma intorno a tre lunghe lettere che propongono un’infinità di riflessioni su ciò che crediamo di conoscere della vita delle persone a noi vicine, sull’amore e il tradimento, sulla fedeltà e l’inganno, sulle apparenze e le menzogne, necessarie per andare avanti. Non a caso, la verità sarà causa dello sconvolgimento della vita del cacciatore e delle tre donne.

Un lavoro che diventa essenza di vita

“Una mamma è fatta di cielo, sparge semi di meraviglia, è la nenia sussurrata all’orecchio, è respiro di vita” (pag. 27)

Insegnare non è un lavoro come gli altri.

La frase potrebbe apparire retorica, ma è molto lontana dall’esserlo. Perché insegnare non si esaurisce nelle ore trascorse a scuola, ne valica i confini, invadendo la vita personale del docente. Non mi riferisco alle ore di lavoro non riconosciuto (preparazione e correzione delle verifiche, organizzazione delle lezioni, incontri con i genitori…) ma necessario. Mi riferisco, piuttosto, alle emozioni, sia positive che negative, che non possono essere chiuse in un cassetto, completato l’orario di lavoro. Studenti e colleghi non sono pratiche burocratiche e, soprattutto per quanto riguarda i primi, la relazione che stabiliamo rischia di comprometterne il successo scolastico e, con esso, il futuro.

Marinella Tumino sa bene che per insegnare bisogna amare. Sa che il Suo (il nostro) lavoro lascia tracce nella mente e nel cuore delle ragazze e dei ragazzi che ci vengono affidati. Sa che molti dimenticheranno la lezione di letteratura o storia, ma, quasi certamente, ricorderanno sempre il legame con chi ha segnato la loro vita di adolescenti. Non ameranno la materia che insegniamo, se non si sentiranno amati e accolti dalla professoressa.

“Bar del Professore” supera quindi i limiti del romanzo, per elevarsi a testimonianza di vita quotidiana di una donna e un’insegnante che non si risparmia e si lascia coinvolgere nei piccoli/grandi drammi di adolescenti, spesso, insicuri, titubanti nell’individuare negli altri adulti di riferimento persone disposte ad ascoltare e consigliare.

Perché è questo che fa la differenza e arricchisce il lavoro dell’insegnate: essere riconosciuto non solo per le nozioni trasmesse, ma anche per sapere ascoltare e comprendere, senza giudicare.

Il bar del titolo diventa per studenti e professori il luogo di ritrovo, necessario in un tempo, non troppo lontano dal presente, delle restrizioni per il covid, scelto da Marinella Tumino per contestualizzare il proprio romanzo. E non penso sia un caso: Marinella conosce il prezzo che milioni di adolescenti hanno dovuto pagare nei mesi terribili del lockdown. Sa che la scuola, con l’invenzione della didattica a distanza, ha rappresentato per studenti e studentesse, ma anche per i loro insegnanti, una possibilità di normalità che ha dato significato a giornate lunghissime.

Smettere di inseguirsi per iniziare a costruire

“La vita dentro i fogli Excel è sempre così rassicurante”

“Non sarò più la Veronica suadente del video, nessuno mi riporterà indietro”

L’amore è fatto di parole, gesti, oggetti. Proprio questi ultimi, permanenti nella loro concretezza, quando l’amore finisce, possono trasformarsi in simboli dolorosi. Disfarsene diventa dunque un atto liberatorio, necessario per superare la sofferenza psicologica e chiudere definitivamente una relazione. Che farsene, dunque, di oggetti ricevuti in dono da chi abbiamo amato e ci ha amato? Alla domanda ha risposto una coppia di Zagabria che ha fondato il Museum of Broken Relationship (Museo delle relazioni interrotte) per custodire gli oggetti sopravvissuti alla loro vita di coppia.

La struttura, nel cuore della città croata, viene ogni anno visitato da migliaia di persone, anche coppie come Giacomo e Veronica, protagonisti del romanzo di Maurizio Bonetto.

Nella finzione narrativa i due, appena fidanzati, visitando Zagabria si ritrovano nel museo e per ore vengono catturati dalle notizie che ricostruiscono la storia dei singoli oggetti, inviati da donatori anonimi. Col senno di poi, Giacomo attribuirà il fallimento del proprio matrimonio a quella visita considerata un cattivo presagio.

All’idea che un amore possa finire per Giacomo bisogna avvicinarsi con lo stesso atteggiamento riservato all’idea di malattia: “meglio non parlarne, meglio non immergere il cervello in un catino pieno di possibili modi per infrangere un amore”.

Per vent’anni, tanto è durata la sua relazione con Veronica, Giacomo ha cercato di non pensare alla possibilità che un amore possa anche infrangersi. Fino alla sera in cui, rientrando a casa, trova la moglie in salotto con un altro uomo. Lo stanno aspettando per comunicargli che hanno una relazione.

«Ciao Giacomo, dobbiamo parlarti.»

Così si apre il romanzo che, per poco meno di duecento pagine, ricostruisce un rapporto ventennale alternando le voci dei due protagonisti, attraverso le scene da un matrimonio dalle quali emerge che per costruire una relazione felice non basta circondarsi di oggetti di valore, di elettrodomestici all’avanguardia, di gioielli. Come non ci si può considerare al sicuro in una “villetta che sa di maestoso”, dentro le cui mura si prova a soffocare il dubbio che qualcosa non funziona, che non si conosce realmente la persona con cui si condivide la vita. Come Valeria ha provato a fare per anni, imponendosi di indossare l’abito che Giacomo aveva realizzato per lei e che diventava sempre più stretto.

Pagina dopo pagina, Bonetto ci conduce dentro una relazione di coppia che nella sua unicità potrebbe non essere straordinaria, spingendoci a riflettere su una visione di amore in cui “tu sei inseguito o inseguitore, ma non riesci mai a raggiungere chi ti sta davanti, che si sposta sempre alla tua stessa velocità”.

Giacomo ritiene questa “la maledizione dell’amore orizzontale” che ruota intorno al “gioco dell’inseguito e dell’inseguitore”. Tuttavia, il nostro protagonista ci dice di avere sognato che il sentimento maturo “si trasformasse in un amore verticale”. Una relazione matura in cui i due protagonisti smettono di pretendere dall’altro quello che non può dare e contribuiscano a “costruire” un manufatto duraturo che Giacomo immagina essere una piramide, un edificio solido, capace di resistere alle intemperie, dove proteggersi a vicenda.

Si legge, velocemente, con passione e partecipazione. Non vi sintetizzo la trama, per non mortificare il piacere della scoperta ai tanti simenoniani.

C’è il morto, naturalmente, ma non c’è l’assassino. A meno che, metaforicamente, non si considerino tali due dei tre eredi di Auguste, indifferenti davanti alla morte di colui a cui dovrebbero amore e riconoscenza, interessati al tesoro che il vecchio ristoratore aveva accumulato.

Con lo stile che lo caratterizza, leggero e senza ambizioni intellettualistiche, Simenon dispiega le ambizioni e le ignominie dell’animo umano, di individui sgradevolmente antipatici. Non mancano, tuttavia, tra i suoi personaggi quelli di animo nobile, disinteressati e onesti, ai quali, naturalmente, va la nostra simpatia, i veri eroi del romanzo e (permettetemi di scivolare sul romanticismo) della vita.

Il romanzo come nostos, ritorno a ciò che è perduto

“Amavamo i punti di passaggio. E forse, adesso che ci penso, quello fu Roma per me: una tappa intermedia imprevista e periferica che all’improvviso diventa l’aster della vita, l’interludio che soppianta il prima e il dopo. Roma non aveva mai chiesto di essere amata e [ …] non avrei capito di amarla o di volerla amare finché non fossi stato sul punto di perderderla”. (p. 335)

È il 1967 quando André Aciman, ancora adolescente, arriva in Italia assieme al fratello minore e alla madre sorda. La sua famiglia è tra le ultime a lasciare Alessandria d’Egitto, perché espulsa, al pari degli altri, dal governo nazionalista di Nasser in quanto ebrei sefarditi. L’arrivo in Italia riserva al giovane Aciman non poche delusioni: l’approdo al porto di Napoli; l’incontro con lo zio paterno Claude, emigrato già da diversi decenni e considerato (il lettore scoprirà se a ragione) un “orco” dall’intera famiglia; il passaggio al  campo profughi, fino all’arrivo a Roma per abitare in un appartamento messo a disposizione dallo zio e lontano anni luce dalla Roma affascinante e carica di storia che il protagonista aveva sognato.

Quella che diventerà la casa romana della famiglia Aciman sorge infatti in via Clelia, in un quartiere popolare che il giovane André rifiuterà e di cui si vergognerà. Fino al punto di mentire ai compagni dell’importante scuola americana che frequenta con il fratello.

“Avevo creduto che, appena fossi sbarcato in Italia, ogni cosa di me sarebbe stata cancellata. Mi sarei dimenticato chi ero o quello che avevo imparato in Egitto. Invece, con mio grande stupore, mi accorsi che, nonostante mi fossi trasferito da una sponda all’altra del Mediterraneo, non era cambiato nulla. Restavo lo stesso di qualche giorno prima, non ero svanito. Volevo dimenticare chi ero, voltare pagina, diventare un individuo nuova. Ma rimanevo quello di sempre e non ne ero felice.”(p.23)

André dunque inizia la sua esperienza italiana schiacciato da sentimenti negativi amplificati dalla consapevolezza di cambiamenti nella propria vita ed in quella delle persone a lui più care più che negativi. Mentre ad Alessandria vivevano nell’agiatezza, gli Aciman si ritrovano   ad affrontare difficoltà economiche e a dovere calcolare minuziosamente ogni singola spesa. A ciò bisogna aggiungere la consapevolezza di vivere in una famiglia disfunzionale (come diremmo noi oggi) a causa del profondo e insanabile conflitto tra i genitori che, pur rimanendo formalmente sposati, vivono di fatto da separati. Inoltre, mentre il fratello e la madre riescono a inserirsi nel nuovo quartiere, facendo amicizia con i nuovi vicini, Andrè si chiude nel proprio mondo, fatto di letture, ma anche di lunghe passeggiate alla scoperta di Roma che, poco alla volta, lo porteranno e scoprire la bellezza immaginata e a innamorarsi della città.

Fino al punto di temere il trasferimento a New York, tanto desiderato e per il quale si era tanto adoperato, per frequentare il l’Hunter College. Il trasferimento negli USA, vinte le resistenze anche paterne, viene quindi accolto ed organizzato come un passaggio, un evento temporaneo, necessario ad André per continuare gli studi universitari, dopo i quali la famiglia avrebbe dovuto fare ritorno in Europa. Parigi, infatti, contrariamente a quanto avvenuto con Roma aveva subito fatto innamorare Andrè  al punto da desiderare viverci.

Non accadrà: l’arrivo a New York sarà per la famiglia Aciman definitivo, ma il legame di Andrè con Roma (e forse anche con la via Clelia) sarà indissolubile, come testimoniano i continui ritorni e le passeggiate assieme alla moglie e ai figli, lungo le vecchie strade della sua adolescenza, in un nostos, un ritorno ad un passato cancellato per sempre.

“Anche quando, qualche anno dopo, ci tornai con uno dei miei figli, ormai adulto, il nostro vecchio appartamento non mi disse nulla; mi ricordavo tutto, ma non provavo nessuna emozione. Suonai il campanello quattro volte, ma neppure questo smosse qualcosa dentro di me, e quando chiesi ai nuovi proprietari se i termosifoni funzionavano, mi risposero di si, sempre, e mi dissero anche le finestre non si rompevano” (pag. 379)

Imparare a perdonare e perdonarsi

“Benedette figliole. Benedette fanciulle con le lenti da vicino e le vene varicose, possibile che non capiate? Le orfane bianche siete voi. Voi siete davvero orfane bianche” (pag.225)

Natàlia, Lucia e Germana sono tre donne non più giovani che fin dalla prima infanzia sono state private delle cure materne. Le rispettive madri, infatti, per motivi affini (il disagio psicologico, in qualche caso emerso dopo il parto, che  le ha rese figlie delle loro figlie) hanno delegato ad altri, mariti, sorelle, parenti, l’accudimento delle tre bambine, rendendosi protagoniste di atti di rifiuto, talvolta reiterati, che –  come scopriremo nel corso della lettura – avrebbero potuto avere conseguenze gravissime. Al dramma dell’abbandono  si sono aggiunti dolori e perdite personali, sconfitte e delusioni eppure  Natàlia, Lucia e Germana, non più giovani ma nonancora anziane, non hanno rinunciato al sogno di avere del tempo per sé,  da vivere lontano, pur per brevi periodi, dalle rispettive madri di cui sono costrette ad occuparsi. Si tratta, com’è facilmente immaginabile, di relazioni tossiche, condizionate dal disamore accumulato nel corso degli anni, difficili da gestire e, apparentemente senza soluzione.

Fino a quando Lucia non propone alle due amiche, ritrovate dopo anni, di vivere tutte insieme, con le rispettive madri, nella sua grande casa e condividere le responsabilità dell’accudimento:

“Un incastro perfetto, considerato tutto.

Una società.

Un sodalizio.

Di più: un gioco” (pag. 29)

Le sei donne (le tre figlie di mezza età e le madri anziane) iniziano la loro convivenza che seguiremo attraverso la narrazione per quaranta giorni: da un mercoledì (18 febbraio, le ceneri) a una domenica (5 aprile, Pasqua di resurrezione). La narrazione, pardon la rappresentazione  di un lungo percorso quaresimale sarà seguita dallo sguardo attento e scrutatore di uno spettatore esterno: perché l’autrice, utilizzando in maniera sapiente e originale la scrittura, mette in scena personaggi, situazioni, sentimenti quasi fosse un dramma teatrale dove il comico e il tragico convivono, come sempre accade nell’esistenza quotidiana, per raccontare vite spezzate che imparano a ricomporsi, rapporti conclusi che possono ricominciare, affetti negati che si scoprono. Succede anche nella vita. Perché questo è la letteratura: la vita che diventa parola e che, attraverso la parola, si sublima.

Perché accada, però, è necessario scoprire verità e errori e comprendere come porvi rimedio. È necessario imparare ad accogliere e ad incontrare. È necessario sapere perdonare e perdonarsi, come per le nostre donne.

“Il perdono è nell’incontro.

L’uno fa un passo: chiede perdono. L’altro fa un passo: dà il perdono. Un dono più grande.

Il perdono è nell’incontro – nel passo in avanti, e non solo nel gettarsi in ginocchio. Ma anche chi perdona fa un passo verso l’altro, e si getta in ginocchio. Chi chiede perdono e chi dà il perdono sono sullo stesso piano, possono allungare una mano e si toccheranno. Usano i medesimi gesti. Conoscono gli stessi nomi. Essi chiamano male il male, e bene il bene. E tutto questo, coscienza”. (pag.309)

Storia di una combattente

Marta si stava preparando alla maturità (il momento più intenso per la vita di un giovane,  momento di scelte determinanti per il futuro, di speranze e sogni)  quando improvvisamente si risveglia in un letto della terapia intensiva e prende atto del cambiamento che subirà la sua vita. Fermata da una malattia terribile alla quale non si arrenderà, troverà la determinazione e il coraggio di prendere in mano la propria vita e di ricostruirla, anche quando la lotta si fa impari.

“Ricordo la luna” è la storia di questa lotta. È la storia del coraggio di una ragazza e del difficile cammino nel suo farsi donna. È la storia di donne forti (mamma Anna, zia Franca…) che si sostengono per proseguire, senza mai arrendersi. È la storia di legami familiari che hanno radici lontane, ma forti e vitali, tanto da trasmettere l’energia necessaria ad andare avanti. È la storia di una malattia, ma anche della burocrazia disumana che assume le sembianze di impiegati senza anima, incapaci di vedere, ma abilissimi nel seminare ingiustizie.

Con la forza che la caratterizza, già affinata contro il male,  Marta si impegnerà a combattere per il riconoscimento dei propri diritti calpestati da burocrati freddi e indifferenti, pronti ad umiliare, aggiungendo dolore al dolore. Ma, come scoprirete leggendo il romanzo,  Marta non è una ragazza che si arrende:  anche nei momenti più bui, riesce, metabolizzato lo sconforto, a reagire contando sulle proprie risorse e sulle proprie competenze:

“Avevo un enorme potere: raccontare agli altri la vicenda. Raccontarla avrebbe fatto bene”.

Nasce così il diario online che libera Marta dall’isolamento imposto dal Covid  e la spinge alla condivisione della propria esperienza e della propria vita, tanto da divenire un simbolo, fino a vincere la lotta contro un sistema cieco e irrazionale.

La scelta di un diario online non è stata casuale:  infatti, Marta, nonostante i limiti fisici imposti dalla malattia, si è laureata a Ferrara in Scienze e tecnologie della comunicazione, è diventata una social media manager. Di fatto, svolge la  professione di consulente e formatrice freelance con  attività online. Anche il romanzo è nato da questa sua esperienza ed è stato sostenuto dalla comunità di Twitter sulla quale ha tantissimi follower, così come nella sua pagina  Instagram dove di sé scrive: “Ascolto libri, combatto ingiustizie e creo rose di carta pesta”.

Essere donne senza perdere la propria interezza

(pag. 224)

Ci sono libri che arrivano  quasi per caso, non cercati. Forse proprio per questo, come un dono inatteso, si rivelano preziosi e cari perché giungono al momento giusto. Così è “La Sibilla”, biografia di Joyce Lussu, donna modernissima, dalla vita straordinaria, che si è spesa, fino alla fine, per la liberazione politica  e culturale di donne e uomini del Novecento.

Non si può dunque affidare al caso la lettura della Sibilla, soprattutto in questo particolare momento storico,   in cui i sintomi di un rinato nazionalismo accompagnato da conati di autoritarismo, esercitato con disinvolta tracotanza, minacciano quanto Joyce è riuscita a costruire con abnegazione, assieme al marito Emilio Lussu e a decine di donne e uomini, schierati contro i regimi nazifascisti.

Di nobili origini, nata e cresciuta in un ambiente anticonformista, ma culturalmente molto stimolante, Joyce Lussu non si è mai lasciata intimidire dalla violenza fascista, subita insieme alla propria famiglia. Non ha mai perso la determinazione e il coraggio necessari a portare avanti missioni segrete  non solo in Europa, spendendosi per falsificare documenti d’identità e lasciapassare; nel trasporto di documenti e armi;  sottoponendosi ad addestramenti militari, come, se non meglio di un uomo.

 L’incontro con Emilio Lussu, fondatore di Giustizia e Libertà, di cui nel libro è raccontata anche la rocambolesca fuga dal confino di Lipari, non poteva non concretizzarsi in un comune progetto politico ed in una relazione sentimentale, sempre solida, nonostante le difficoltà, le rinunce (Joyce fu costretta ad abortire, rimasta incinta del primo figlio, rischiando la depressione), i rischi. Non poteva non trasformarsi in un rapporto simbiotico, così forte, che, racconta Joyce in “Fronti e frontiere”, uno dei suoi preziosi scritti:

La biografia di Joyce Lussu è anche la storia dell’Italia antifascista e, dopo il 25 aprile, la storia dell’Italia democratica. È soprattutto, e non a caso, la storia delle donne che hanno contribuito alla nascita dell’Italia moderna e democratica. È  anche (o soprattutto) la storia della loro emancipazione per la qual Joyce si è spesa con tutta se stessa. Sebbene bisognerà aspettare gli anni Settanta prima di conoscere il ruolo di queste donne, confinate, dalla storiografia e dalla pubblicistica, in ruoli minori, nelle retrovie. Eppure erano donne “intere”, aggettivo utilizzato da Joyce per raccontare Elisabetta, una donna sarda, conoscitrice di erbe e guaritrice, l’ultima Sibilla barbaricina.

Un carcere non è una casa

Ci sono romanzi che fai fatica a leggere, che saresti tentata di chiudere e andare oltre, ma che ti impediscono di farlo, costringendoti a proseguire, fino all’ultima pagina, magari sperando in un evento improvviso capace di sciogliere il grumo di dolore e offrire un lieto fine. Sofferto, ma comunque lieto.

“Almarina” rientra senza dubbio tra questa tipologia di romanzi.

Si tratta di “romanzi disturbanti”, come sono solita definire quelle narrazioni capaci di rivelarti un mondo che sai esistere, ma comunque lontano e di cui difficilmente entreresti a fare parte. Valeria Parrella, invece, ti conduce in quella realtà a te estranea con forza impietosa, rivelandoti la precarietà comune a tutti noi umani, insieme a Elisabetta Maiorano, la protagonista del romanzo.

Una donna non più giovane che ha sperimentato sulla propria pelle quella precarietà, ed è capace di individuarla e comprenderla nelle persone intorno a sé, riuscendo a darle un nome e a farsene carico. Insegnante di Matematica, svolge la propria professione a Nisida, nel carcere minorile ospitato dall’omonima isola  nel Golfo di Napoli, di fronte  a Posillipo il cui legame è narrato dal mito.

Nisida infatti prende il nome dalla ninfa che rifiutando l’amore del giovane Posillipo lo costrinse a morire in mare. La crudeltà della ninfa sembra dare forma al carcere minorile che si innalza come un ossimoro in un posto incantevole, quasi un locus amenus, ma di fatto luogo di privazioni.  

Valeria Parrella conosce bene l’organizzazione del carcere minorile per avervi svolto dei laboratori di scrittura creativa, come emerge dalla lettura del romanzo, ma anche per il proprio impegno a favore dei diritti dei detenuti.

Tra i ragazzi reclusi arriva Almarina, adolescente romena, giunta in Italia assieme al fratellino per sfuggire alla violenza del padre che, dopo averla abusata, l’ha quasi uccisa di botte. La ragazza porta addosso, e nell’anima, i segni della violenza paterna, ma anche degli abusi di altri  uomini, incontrati durante il viaggio. Tra Elisabetta, incapace di rimanere indifferente di fronte al vissuto della ragazza, e  Almarina  nasce un legame profondo che si concretizza nella scoperta di un comune sentire, in una quotidianità, appena abbozzata e subito interrotta. Un legame che la separazione non riesce a spezzare e spingerà Elisabetta a tentare di scrivere una nuova pagina per sé e Almarina.

Sarà possibile? La Parrella ci regalerà il lieto fine come nelle fiabe?

Rispondo subito alle domande: “Almarina” non è una fiaba e non si conclude  con “vissero felici e contenti”, il lettore, però, potrà immaginare la conclusione che sente più congeniale. Per quanto mi riguarda, io la mia non l’ho ancora raffigurata. Eppure ci penso già da qualche giorno.

Conta amare non essere amati

Lo sapevate che il battito del cuore ha tanti suoni quanti sono le lingue del mondo? In basco è bun-bun-bun, ma si trasforma in panp-pnap, se batte nervosamente.  In Giappone, dove si svolge la storia al centro del romanzo, un cuore emozionato fa doki doki, ma se è calmo diventa toku toku. In Italia è tu tump. Si potrebbe continuare ancora, ma già questo può bastare per individuare il senso della lunga elencazione  che Laura Imai Messina affida al protagonista: tutti abbiamo un cuore, ma ciascuno lo sente  in maniera diversa.

Shūichi è,  autore   di libri per bambini, che disegna e scrive, decide, dopo la morte della madre di lasciare Tokio per trasferirsi nella casa della propria infanzia a Kamakura alla ricerca del sé che sente perduto. Per anni, ha cercato conferme sui ricordi più brutti della propria infanzia, con decisione negati dalla madre e attribuiti al suo estro narrativo, presente fin  dalla fanciullezza. Shūichi  ha finito con l’arrendersi alle  bugie inventate dalla madre per proteggerlo dal dolore, perché convinta che per essere felici bisogna immaginare la felicità.

Purtroppo, però, l’amore di una madre non può essere sufficiente contro i dolori della vita, soprattutto quelli vissuti da adulti. Lo sa bene Shūichi  costretto a fare i conti con la memoria del suo passato, lontano e recente, che non gli ha risparmiato sofferenze non solo fisiche.    Il ritorno a Kamakura segnerà per Shūichi un nuovo lento inizio, assai diverso da quello che aveva immaginato, grazie a Kenta, un bambino di appena otto anni che gli svelerà molto di sua madre. Ma non solo.

Avrà modo di conoscere Sayaka, incontrata molte volte e subito dimentica, saggia e delicata,capace di mostrare a Shūichi le verità che non riesce a vedere, a condurlo lungo la strada della consapevolezza che il proprio cuore può battere all’unisono con quello di un altro, come in una sinfonia. Fino alla scoperta fatta su “L’isola dei battiti del cuore” dove riuscirà a venire a capo di un piccolo mistero, quasi dimenticato.

Questo  di Laura Imai Messina è un romanzo che si legge d’un fiato: la narrazione procede con la levità di una fiaba, ma riesce a scavare dentro l’animo umano, a cercare significati, a comprendere ciò che rimane del nostro passaggio sulla terra.  Particolarmente interessanti, poi, si rivelano le spiegazioni di alcuni ideogrammi la cui complessità grafica è il risultato di significati profondi che ciascuna parola porta con sé.