Oltre la realtà

“Semplicemente era come se mi mancasse metà del corpo, metà della vita, forse tutta. Ho finito per vivere la vita di un altro uomo, non la mia. Non ero più io. Eppure mi riusciva benissimo di fingere, con tutti”.

Alzi la mano tra le mie  lettrici (molto meno numerose, certamente, dei venticinque lettori di manzoniana memoria) chi non vorrebbe ascoltare queste parole dal proprio uomo.

 Faccia lo stesso chi tra i miei lettori  non desiderasse, a propria volta,certamente dopo avere apportato  qualche aggiustamento lessicale, sentirle pronunciare dalla donna che ama.

In “L’ultima estate” queste parole non sono una semplice (se mai possa definirsi tale) dichiarazione d’amore. Sono la rivelazione di una condizione che sfugge  il reale e conduce ad una dimensione che va oltre i limiti della conoscenza razionale cui  guardare con scetticismo, se non si trattasse di un romanzo.  Invece, per quel patto implicito e silente che ci lega a un autore, dopo averne scelto il libro,   fingiamo di credere a Raùl, protagonista dell’ultimo romanzo di André Aciman, ambientato sulla costiera amalfitana in una dimensione che appare, nonostante tutto, fuori dalla spazio e dal tempo.

Ospite di un elegante hotel, Raùl si avvicina ad una comitiva di giovani americani che, nei giorni precedenti, lo avevano osservato con curiosità e qualche perplessità, colpiti dalla sua riservatezza, al punto di identificarlo come un “killer di professione che vive del suo pingue conto in banca svizzero”.

Fino a quando, un giorno apparentemente come tutti gli altri, Raùl si avvicina ai giovani e, con la semplice imposizione delle mani, guarisce Mark dal dolore alla spalla, causato da una partita a tennis. Inizia così un rapporto che porterà Raùl a rivelare ai giovani episodi della loro vita che loro stessi ignoravano: Oscar è sopravvissuto al proprio  gemello che ha divorato nel grembo materno. Mentre Margot (la più scettica del gruppo nei confronti dei poteri di Raùl) scoprirà di essere stata  un’altra donna e di avere già conosciuto Raùl. Dove e quando lo lasciamo scoprire al lettore a cui riveliamo solo che “L’ultima estate” è un romanzo che ruota intorno all’amore. Agli amori perduti e ritrovati. A patto, però, che si abbia  la capacità di riconoscersi, di non abbandonarsi alla convinzione, espressa sempre da Raùl, che “Ognuno di noi è condannato alla solitudine”.

Il difficile cammino dell’emancipazione

Affermarsi come persona, “come un uomo”, anche senza passare dall’altare; senza lasciarsi condizionare dalle compagne di scuola che vedevano nel matrimonio il traguardo ultimo; ignorando le scelte delle colleghe di Università che studiavano per pura formalità, per snobismo sociale, ma la cui aspirazione era una casa alto borghese e un marito in carriera  per godere di luce riflessa: un sogno, per la protagonista de “La donna gelata”, destinato a infrangersi.

 Pubblicato nel 1981, ma appena tradotto in Italia, “La donna gelata”, è  l’ultimo romanzo di una trilogia autobiografica con il quale Annie Ernaux (classe 1940) completa la narrazione di un percorso esistenziale, dolorosamente vero, vissuto da molte donne del secolo scorso, donne alle quali la società, la famiglia d’origine, un marito egoista e ottuso, hanno tarpato le ali, impedendo loro di affermarsi come persone, di non finire prigioniere di una gabbia, non sempre dorata, in cui la loro esistenza si esauriva nell’essere mogli e madri, nei complimenti  ricevuti per la casa, linda e ordinata, per le abilità culinarie, senza mai potere liberamente esprimere se stesse, senza potere progettare il proprio futuro. Anche perché per loro il futuro non esisteva, congelato in una quotidianità sempre uguale a se stessa, nella quale stare in penombra, mettendo al primo posto bisogni di marito e figli.

Un unico capitolo, un racconto in prima persona, dove la voce narrante, quella dell’autrice, ricostruisce l’infanzia della protagonista iniziando dal paesaggio dell’infanzia, nella Normandia del secondo dopo guerra. Figlia unica di una famiglia modesta i cui genitori gestivano un bar drogheria, un microcosmo di uomini e donne  grazie al quale ha potuto maturare la consapevolezza di vivere in una famiglia diversa dalle tante di cui sentiva raccontare. Una famiglia dominata da una madre particolarmente forte, capace di lasciarsi andare a scatti di ira violenti, attenta amministratrice delle attività commerciali, una madre che “è la forza e la tempesta, ma anche la bellezza, la curiosità per il mondo, l’apripista sulla strada verso il futuro, che mi dice di non aver mai paura di niente e di nessuno”. Una famiglia in cui la figura paterna non coincideva con quella, al tempo diffusissima, di una padre-padrone, servito e riverito, despota domestico, eroe di guerra la cui parola era legge, violento e irascibile. Un padre, quello della protagonista, che la mattina, mentre gli altri papà erano al lavoro, rimaneva a casa impegnato nei lavori domestici, che giocava con la figlia bambina, che raccontava storie e barzellette divertenti, “una presenza costante, serena e affidabile”.

In questa famiglia (che dal confronto con le compagne di scuola comincerà a considerare anomala, quasi vergognosa) ha preso vita il sogno di potere scegliere della propria vita, liberamente, progettandola come un uomo, immaginando una affermazione professionale, una carriera resa possibile dallo studio rigoroso, nella “convinzione che quasi tutti i guai delle donne siano causati dagli uomini”. Un sogno che sembrava diventare realtà: il trasferimento in città per gli studi universitari, la possibilità di lavorare per non pesare sulla famiglia ed essere indipendente, al punto da potere viaggiare liberamente, anche all’estero (la Ernaux racconta, tra l’altro di un viaggio in Italia). Tutto lascerebbe pensare alla possibilità di un riscatto culturale, di un progetto che potrebbe diventare realtà.

Potrebbe.

Fino  a quando la giovane donna libera ed emancipata non è costretta a fare i conti con i modelli che da più parti le vengono indicati, facendola sentire imperfetta e incompiuta. Fino a quando non si innamorerà di un giovane uomo, con il quale condividere la passione per lo studio da cui fare scaturire scelte professionali, possibili per entrambi, immaginando una famiglia diversa in cui essere complementari con uguali diritti e uguali doveri.

Potrebbe, dunque, ma non accadrà.

Forse perché i tempi non erano maturi. Forse perché negli anni Sessanta del secolo scorso non tutti gli uomini erano riusciti a liberarsi da un ruolo legato al sesso, oltre il quale c’era l’ignominia, la vergogna, l’anormalità.

 I tempi non erano maturi non solo per  gli uomini, ma anche per le donne. Per la protagonista stessa che ad un certo punto scrive:

“mi capitava di pensare

che con un uomo al mio fianco

tutte le mie azioni,

anche le più insignificanti,

caricare la sveglia, preparare la colazione,

avrebbero acquisito sostanza e sapore”.

Il romanzo si colora così delle tinte cupe dell’oppressione, della mancanza di speranza che hanno segnato la storia di tante donne, raccontate,spesso, con dolorosa rassegnazione, ma anche  lasciando intravedere la possibilità di un riscatto, di un’alterità, che non può non passare dalla costruzione di sé. Penso ad “Una donna” di Sibilla Aleramo, ma anche a “Dalla parte di lei” di Alba de Céspedes la cui lettura consiglio spesso alle mie studentesse, nella speranza che comprendono il privilegio loro dato e non lo sciupino.

Siamo tutti monadi con lo smartphone

La vicenda ha inizio su un aereo dove in bussines class incontriamo Jim e Tessa, di ritorno da un viaggio a Parigi, il primo dopo la pandemia Sono attesi a New York a casa di due amici per celebrare il rito collettivo, tutto americano, del Super Bowl dell’anno 2022.

Da poche settimane nelle librerie italiane (particolarmente atteso grazie anche alle  strategiche interviste all’autore oramai ottantaquattenne e alle esaltanti recensioni pubblicate negli Stati Uniti e accompagnate dalla convinta dichiarazione da parte dell’editore, certamente finalizzata a dare conferma delle abilità profetiche di Delillo, che il libro è nato prima della pandemia) il racconto lungo, perché di questo di fatto si tratta, presenta forse qualche debolezza. I riferimenti alla pandemia  sono evidenti, nonostante le dichiarazioni dell’editore, ed è probabile che la scrittura ne sia stata ispirata e condizionata, come dimostrerebbero i riferimenti ad eventi oramai più che noti.

“Il silenzio”, comunque, ci spinge a riflettere (così come sta facendo il Covid-19) sul nostro stare al mondo e sulle conseguenze che la tecnologia ha sulle nostre vite e sul futuro del mondo stesso a cui ci conduce la lapidaria conclusione del racconto.

Mentre Kim e Tessa sono in volo, nella casa di Diane e Marx a  Manhattan  tutto è pronto e  si osserva già lo schermo su cui comincerà l’attesissimo evento. Assieme agli anziani coniugi, troviamo un’ex studente di Diane, Martin, un giovane fisico dal temperamento a tratti inquietante. Sta studiando un manoscritto di Einstein di cui cita la celeberrima affermazione che Don Delillo utilizza nell’esergo: “Non so con quali armi si combatterà la Terza guerra mondiale, ma la Quarta guerra mondiale si combatterà con pietre e bastoni”. Possiamo individuare dunque nel personaggio di Martin, pur anagraficamente lontano dall’autore, l’alter ego di Delillo il quale dichiara di non possedere uno smartphone e di continuare a utilizzare la sua vecchia macchina da scrivere.

Improvvisamente, nell’appartamento di Manhattan cala il silenzio: un silenzio assordante ed inquieto, provocato da un blackout che pone fine ad ogni possibilità di comunicare e che causa un atterraggio di emergenza dell’aereo su cui viaggiavano Jim e Tessa che prima  ritroviamo in fila al pronto soccorso, dove l’uomo dovrà farsi medicare una ferita riportata sbattendo sul finestrino, e subito dopo (non prima, però, di una scena di sesso, quanto mai improbabile, nel bagno dell’ospedale)  a casa di Diane e Marx .

Vediamo quindi i personaggi  interrogarsi sulle ragioni di un evento che “ha messo fuori uso la nostra tecnologia” senza la quale è impossibile comprendere cosa stia accadendo fuori dalle mura di casa. Non rimane che tentare di formulare qualche ipotesi attribuendo l’origine dell’evento (come per la pandemia) ai cinesi o all’incapacità del governo. Per la serie, come diceva un mio vecchio professore, “Piove, governo ladro!”.

“Potrebbe essere il governo degli algoritmi.

I cinesi lo guardano, il Super Bowl.

Loro giocano a football americano.

I Beijing Barbarians. Tutte cose verissime.

E quelli che ci rimettono alla fine siamo noi.

Hanno innescato un’apocalisse selettiva della rete.

La partita: loro adesso la stanno guardando e noi no”.

Si potrebbe dire che nel racconto prevale la struttura  dialogica (mimetica come direbbe un critico letterario) su quella meramente narrativa, ma non lo diciamo. Anche perché quelli che abbiamo letto (e che leggerete) sono monologhi, soliloqui, a tratti privi di senso e inquietanti.

Ciò che più inquieta, però, è che questa difficoltà nella comunicazione non è solo la conseguenza del blackout. L’esordio del racconto, quando abbiamo incontrato Jim e Tessa, ruota sul dialogo tra i due che, seppure a tratti sembrano comunicare, abbiamo percepito ciascuno chiuso nel proprio mondo.

Tra sogno e realtà

Hypnos è il nome che nella mitologia greca era stato dato al dio del sonno che aveva il privilegio di far dimenticare le sofferenze agli esseri umani facendoli addormentare. Esiodo immagina Hypnos come una divinità degli inferi abitante in terre sconosciute in una casa a due porte. L’una trasparente dalla quale venivano fuori i sogni veritieri, l’altra  di avorio perché faceva venire fuori i sogni falsi. Vi starete chiedendo come riconoscere i sogni veri dai falsi e quale sia l’elemento che li distingua. Non saprei dirlo. Potrebbe venirci in aiuto Sarah, tra i  protagonisti de “La casa del sonno” di Jonathan Coe, romanzo che indaga sulle difficoltà di realizzare i sogni e i progetti di un gruppo di studenti universitari  in una cittadina inglese  affacciata sull’oceano. Il sonno (a cui il titolo fa riferimento) potrebbe dunque apparire un pretesto, ma potrebbe anche essere metafora della vita immaginata e attesa.

Dicevamo di Sarah che gli studenti universitari (con alcuni dei quali condivideva la residenza di Ashdown che mi piace considerare tra i personaggi principali del romanzo,  apparentemente silente ed inanimata) “chiamano semplicemente Sarah la pazza[…] Viene da te e ti dice di averti parlato o di aver fatto cose in tua compagnia, ed è tutto intentato di sana pianta, sempre. È completamente fuori di testa”.

Ma Robert, tra i protagonisti maschili, non vuole credere a quanto le racconta Lynne. Perché è innamorato di Sarah e lo sarà, perdutamente e devotamente, per il resto della sua vita, portando su di sé i segni di un cambiamento che per amore di Sarah intraprenderà in maniera irreversibile.

Lascio al lettore la scoperta di dove l’amore per Sarah condurrà Robert: scoprirà che la giovane donna che ama soffre di un disturbo del sonno: la narcolessia. Un disturbo che le condiziona la vita e può avere conseguenze pesanti. Tra l’altro, la porta a confondere i sogni con la realtà.

Il romanzo si svolge su due piani temporali: i capitoli dispari sono ambientati tra il 1983 e 1984, mentre quelli pari si svolgono nel giugno del 1996, in un arco di tempo di due sole settimane. Passato e presente, dunque, si alternano permettendoci di ricostruire il racconto di esperienze condivise, di vite che per un certo periodo si incontrano, ma che dopo anni di separazione possono tornare a convergere o a scontrarsi.  Un racconto ricco di personaggi (alcuni ridicoli come  Robert, accademico, arido e senza ambizioni),  di situazioni drammatiche, ma anche esilaranti (penso alla ricostruzione di un corso di formazione fumoso e inconsistente) di drammi grandi e piccoli che segnano la vita di donne e uomini.  Che sono la vita stessa.

Quello che tutti dovrebbero sapere

Crosby è l’insignificante cittadina del Maine, Stato  sull’Oceano Atlantico, che  grazie alla narrazione di Elizabeth Strout (premio Pulitzer nel 2009 ) diviene caleidoscopio di un’umanità provata dalla quotidianità, a tratti drammatica, del vivere.

Al centro   c’è Olive Kitteridge che nonostante la sua presenza sia talora limitata ad un’ immagine evocata dalla memoria di qualche personaggio, può essere considerata la protagonista di quello che, pur presentandosi come una raccolta di racconti, è di fatto un romanzo corale, con numerosi protagonisti. Tra tutti  emerge dando unitarietà alla narrazione Olive Kitteridge, donna apparentemente  impossibile, nervosa e scostante, insegnante di matematica temuta dagli alunni i quali, anche quando la incontreranno (o semplicemente la ricorderanno) da adulti avranno ben presente la paura che incuteva tra i giovani studenti della settima classe (più o meno la seconda media italiana).

Olive Kitteridge è inizialmente la moglie vista attraverso lo sguardo del marito, Henri, affettuoso e gentile, amato da tutti, aggredito verbalmente dalla propria compagna che riversa su di lui tensioni, frustrazioni e nervosismi dopo una giornata di lavoro. È la madre energica, apparentemente poco amorevole (già anziana racconterà che era solita picchiare il figlio), la suocera incattivita dall’arroganza della nuora alla quale, il giorno delle nozze, (dopo avere macchiato con un pennarello un maglione) porta via un reggiseno ed una scarpa che poi abbandonerà nel contenitore della spazzatura di un bar.

 Tuttavia, chi seguendo il mio consiglio procederà nella lettura scoprirà anche tanti aspetti di Olive, una molteplicità di sfumature e sentimenti che la rendono realisticamente donna, con le sue contraddizioni e paure, capace di amare e di odiare, pronta a sottrarsi, ma anche ad offrirsi con generosità. Provata dalla vita, delusa negli affetti, riconoscente nei confronti dell’amore incondizionato del marito Henri, Olive Kitteridge a settantacinque anni scoprirà “che l’amore non va respinto con noncuranza, come un pasticcino posato assieme ad altri su un piatto passato in giro per l’ennesima volta. No, se l’amore era disponibile, lo si sceglieva, o non lo si sceglieva”

Ed è così che Olive Kitteridge si erge  a maestra di vita, ricordando a sé stessa, ma anche a al singolo lettore  

“quello che tutti dovrebbero sapere:

che sprechiamo inconsciamente un giorno dopo l’altro”.

I perché della Storia

Nella parte meridionale dell’Inghilterra, nella contea del  Lincolshire, vi è un’ampia area paludosa, oramai bonificata e sottratta all’acqua, caratterizzata da un paesaggio desolatamente piatto. È questa la regione dei Fens (termine con cui gli inglesi indicano una sola area di palude o già bonificata), “Il  paese dell’acqua” del romanzo di Graham Swift.

 In questo paese ha vissuto gli anni dell’infanzia e della giovinezza Thomas Crick, vecchio professore di storia, allontano dall’insegnamento con un provvedimento di pensionamento anticipato conseguente ad un programma di ridimensionamento, attuato per tagliare le spese, eliminando il  superfluo, la storia, appunto.

Di fatto, il preside, il signor Lewis,  un tempo amico di Thomas Crick, maschera con il pensionamento il licenziamento di un professore ritenuto oramai inadeguato, come inadeguata sembra la conoscenza storica a chi non ha cuore la cultura, ma esercita la professione di freddo burocrate attento ai numeri, convinto che “bisogna preparare i ragazzi alla vita reale”.  Annunciando a Crick il pensionamento, infatti, dichiara:

“Mandiamo almeno uno di questi ragazzi nel mondo

 con il senso della propria utilità, con la capacità di applicarla,

con un po’ di nozioni pratiche,

e non con qualche straccio di informazioni inutili”.

 Una visione della scuola che, ahinoi, non è nuova, nemmeno dalle nostre parti.

Una scuola che non ha come progetto la formazione di persone capaci di pensare, di comprendere il mondo intorno a sé. Capaci di  leggere ed interpretare il presente, grazie all’apprendimento critico del passato.

Perché è a questo che serve la Storia. Ed è per questo che l’insegnamento della Storia (anche in Italia) viene ridimensionato: perché chi pensa fa paura, chi pensa non viene indottrinato dall’alto come invece può essere fatto con chi ha solo qualche competenza pratica, utile, forse neanche tanto, a trovare un lavoro da subalterno.

A muovere Lewis è anche la convinzione che il vecchio Crick sia “fuori di testa”, “rimbambito” perché ha interrotto l’insegnamento dei grandi Fatti Storici, per raccontare storie, fatti del passato nelle terre dei Fens, della disperata fatica degli uomini (da un certo punto anche gli antenati di Crick) per strappare le terre alle acque, drenando ininterrottamente il fango,  combattendo  contro le alluvioni e il tentativo della natura di riconquistare le terre che le vengono sottratte.

Contrariamente a quanto pensa Lewis, quelli del vecchio professore di storia non sono i racconti di un folle che ha perso di vista i contenuti del proprio insegnamento. Sono piuttosto il racconto di un uomo consapevole di parlare a degli adolescenti concentrati sul presente, sull’Adesso, sul Qui e Ora.   

“Quante volte accade che il Qui e Ora si presenti a noi?”

È questa la domanda chiave del romanzo da cui scaturisce il viaggio nella memoria di Crick, un racconto in cui i diversi piani temporali (il passato lontano, ma anche recente e il presente)  si compongono come le tessere di un puzzle che disegnano un quadro drammatico i cui protagonisti si rendono responsabili di atti efferati, crudeli, a tratti brutali.

 Swift ci svela questo puzzle  componendo i pezzi, poco alla volta, lasciando intravedere quello che potrebbe essere, ma svelandolo con delicatezza, rispondendo (con   stile delicato, mai aspro, anche  quando ricorda fatti spiacevoli) ai tanti “perché” che la Storia  ci insegna a chiedere.

La profondità della leggerezza

La notte dell’ultimo dell’anno, Martin,  Maureen, Jesse e JJ, quattro sconosciuti apparentemente senza alcun  legame, si ritrovano, insieme loro malgrado, sul tetto di una casa di Londra, tristemente nota come “la Casa dei Suicidi”. Vi sono giunti da strade diverse, con diverse motivazioni, ma con un’unica intenzione: farla finita, lanciandosi nel vuoto.

Martin, conduttore di un talk televisivo, dopo essere stato  coinvolto in uno scandalo per avere avuto una relazione con una minorenne,  è stato lasciato dalla moglie, non può  più vedere le figlie, ha trascorso un lungo periodo in carcere ed ha perso il lavoro.

Maureen è una donna di mezza età, religiosissima, oramai sciupata e sciatta, che si è ritrovata, dopo un’unica notte d’amore con un uomo che l’ha lasciata, con un figlio tetraplegico a cui dedica tutto il suo tempo, tra mille difficoltà e sensi di colpa.

Jess, un’adolescente priva di regole,aggressiva, sboccata, superficiale e incolta,  è stata lasciata dal fidanzato proprio (come scopriremo presto) perché fuori di testa.

Infine, JJ arrivato a Londra dagli Stati Uniti, inseguendo il sogno del rock insieme ad una band che si è sciolta. È rimasto solo, senza più gli amici che sono ritornati in America né la fidanzata che lo ha lasciato.

Una situazione surreale che, nella drammaticità della situazione, viene narrata con leggera ironia da Nick Hornby,  autore inglese di successo, abile artefice di situazioni, narrate con realismo,  con uso efficace e pluralistico  della lingua  (tra l’altro, abilmente reso  nella versione italiana dal traduttore).

Il paradosso della situazione prosegue con la decisione dei quattro aspiranti suicidi di scendere insieme dal tetto del palazzo (lascio al lettore la scoperta dell’esilarante intervento di Martin per vincere l’ostinazione di Jess che non intende tornare sui propri passi) per andare alla ricerca di Chas l’oramai ex fidanzato di Jess.

I quattro  rimarranno insieme fino al  nuovo giorno e sigleranno un patto che li porterà a condividere giorni ed esperienze, ma soprattutto a scoprirsi complici e solidali, pronti  a sostenersi nella consapevolezza che, dopotutto e nonostante tutto, è sempre possibile trovare delle ragioni che diano un senso alla vita.

Così, prima dello scadere del termine dei novanta giorni (il tempo che si erano dati per ritrovarsi nuovamente sul tetto della Casa dei Suicidi)  i quattro aspiranti  suicidi si rendono conto che  alcune

“situazioni erano cambiate.

Non erano cambiate tanto in fretta, e neanche in modo radicale,

e forse non avevamo neanche fatto molto perché cambiassero”

Di fatto, il lettore scoprirà che a cambiare saranno Martin, Maureen, Jess e JJ perché hanno imparato a guardare  la vita con occhi nuovi, anche quando questa sembra schiacciarci con il peso dei fallimenti, delle delusioni, degli obblighi e delle maschere che abbiamo scelto di indossare. Temi, senza dubbio profondi che (il lettore scoprirà anche questo)  è possibile narrare  la profondità della vita con leggerezza ed ironia.

Un colpo di stato contro la democrazia

La copertina del libro pubblicato da Einaudi

Il ruolo di gendarme del mondo che per decenni gli americani hanno preteso (con le ben note conseguenze internazionali) l’arroganza del loro operare, la disinvoltura dei loro interventi bellici e l’indifferenza nei confronti delle vittime civili   attraversano l’ultimo romanzo dell’autore peruviano che nel 2010 è stato insignito del Premio Nobel per la Letteratura, proprio per avere narrato  le strutture del potere, la resistenza e la sconfitta degli individui.

 Temi di cui Vargas Losa si riappropria, tornando anche alla professione giornalistica, in “Tempi duri” dove, tra storia ed invenzione, racconta il colpo di stato, ordito dagli Stati Uniti, che nel 1954  pose fine al governo democratico di Jacopo Árbenz colpevole di volere imporre il pagamento delle tasse  alla United Fruit  Company  – poi meglio conosciuta come Chiquita – del rozzo, ma assai capace mister Zemuray  il quale con un capitale miserrimo era riuscito a creare un impero economico, esportando le banane prima negli Stati Uniti e, successivamente, in tutta Europa. Tanto che questo frutto, prima particolarmente esotico, è diventato familiare a tutto il mondo occidentale.

Per sfuggire ad un dovere, prima che civile, etico nei confronti delle popolazioni sfruttate nelle piantagioni, il signor Zemuray chiede aiuto a un raffinato intellettuale, Edward L. Bernays il quale, vincendo le resistenze iniziali, accetta l’incarico di  responsabile delle pubbliche relazioni della United Fruit Company, mettendo in atto quanto aveva avuto modo di affermare in un suo scritto del 1928, “Propaganda”: “La manipolazione consapevole e intelligente delle opinioni e delle abitudini delle masse svolge un ruolo importante in una società democratica, coloro i quali padroneggiano questo dispositivo sociale costituiscono un potere invisibile che dirige veramente il paese […] le minoranze intelligenti devono, in maniera costante e sistematica, sollecitarci con la loro propaganda”.

Da questa citazione del libro di Bernays (nipote di Freud, ritenuto il padre dell’ingegneria del consenso che ancora oggi viene brillantemente utilizzata) prende le mosse della ricostruzione storica  di “Tempi duri”, romanzo di conferma di una verità spesso, per comodità rimossa: ciò che muove la storia sono gli interessi economici.

Così la propaganda americana, costruita con abile spregiudicatezza dalla Cia, spinge i generali a tradire il loro presidente in quanto impegnato (accusa quanto mai falsa e strumentale) a costruire un regime di tipo comunista con il sostegno dell’Urss. La paura del comunismo, quindi, utilizzata anche in questo caso come scusante per  interventi armati per salvare la democrazia, ipocrita giustificazione per coprire ingerenze illegittime nella vita politica dei paesi dell’America Latina, e non solo.

Vargas Llosa, nel ricostruire le vicende storiche che hanno portato al colpo di stato, mette in scena i personaggi che hanno contribuito a costruire quella pagina di storia, o che l’hanno subita, con la ben nota abilità narrativa che li rende vivi, con la loro forza e le loro debolezze, le virtù e i vizi, le sofferenze e le illusioni. Personaggi memorabili capaci di vivere oltre le pagine che li raccontano come persone reali da comprendere o compatire. Tra gli altri Miss Guatemala, ovvero Marta Borrero Parra, amante del dittatore Castillo Armas, oggi anziana ed eccentrica signora  che  vive tra Washington e la Virginia, che avrebbe avuto un ruolo nel colpo di stato, collaborando con la Cia.  Vargas Losa chiude il suo romanzo con il racconto dell’incontro con Martita la quale dà prova della  durezza del proprio carattere, rifiutando con fermezza di fare chiarezza sul proprio coinvolgimento, regalando una delusione (all’autore e al lettore), ma anche una certezza:   Marta ha avuto nella vicenda il ruolo più importante, quello della testimone.

Politicamente inidoneo

Ci sono romanzi che diventano compagni assidui, tanto  che i  personaggi vengono a trovarti nei  sogni dove ritrovi le atmosfere,  i luoghi, le vicende narrate. In questi casi, accade  che, giunti alla conclusione, diventa difficile accostarsi ad altri testi a cui ti avvicini con sospetto e dai quali ti allontani con delusione. È quanto succede con “Il Primo Ministro” di Anthony Trollope,  (pubblicato da Sellerio) autore inglese di età vittoriana, epoca ricostruita sul piano politico, sociale e psicologico con una scrittura che (grazie anche all’abilità del traduttore) risulta coinvolgente e profonda. 

Certamente, qualcuno potrebbe chiedersi quale interesse possa avere per noi lettori 2.0 un romanzo ambientato nell’Ottocento inglese. Domanda legittima, ma da respingere immediatamente. Perché l’esperienza politica di  Plantagenet Palliser, questo il nome del Primo Ministro del titolo, può dirci molto sui giochi di potere che caratterizzano la politica, fondata sul compromesso che allontana dal bene comune, essendo rivolta al mantenimento dei privilegi e dei ruoli raggiunti.  Un sistema a cui Plantagenet (il nome sembra un calco da plantageneti,  la casata medievale di Enrico II d’Inghilterra e che, a nostro avviso, assume un valore semantico rilevante) è estraneo, divenendo   nemico   ai suoi stessi alleati che non ne comprendono il valore morale e giudicano negativamente il suo bisogno di essere un politico libero, votato agli interessi del paese.

Tra i critici più severi la moglie, Lady Glencora, fermamente decisa ad avere un ruolo nel governo del marito e che investe una grossa fetta del proprio patrimonio in feste e convegni nelle  proprie abitazioni allo scopo di influenzare e, in qualche caso addirittura, orientare le scelte politiche del marito. Fino a comprometterne, essendosi circondata di individui ambiziosi e scorretti, l’immagine politica   e il suo ruolo di Primo Ministro.

Tanti i personaggi che affollano le oltre mille pagine del romanzo e che vengono rappresentati nella loro complessità da Trollope il quale, da buon autore ottocentesco, non disdegna le descrizioni, spesso puntigliose, ma comunque parte integrante della  narrazione che risulta sempre briosa.

A vivacizzare il quadro della società aristocratica d’epoca vittoriana le vicende amorose di una delicata fanciulla, Emily Wharton, vittima della spregiudicata falsità di un avventuriero affascinante e privo di scrupoli, Ferdinand Lopez. Emily gli preferirà il giovane aristocratico Arthur Fletcher, un gentiluomo onesto, che la ama disinteressatamente e che con discrezione si prenderà cura di lei, senza mai giudicarla e continuando ad amarla. Fino a quando…

Toccherà al lettore scoprirlo.

Il tempo come solvente

Tony Webster è un uomo mediocre, “medio” dice nel romanzo,   secondo la scelta linguistica, riteniamo,  della traduttrice. La sua vita si è svolta secondo un copione comune, senza particolari sconvolgimenti. Non possono essere ritenuti tali il divorzio, per volontà della moglie, invaghitasi di un altro uomo, o il suicidio di un caro amico. Giusto per indicare quelli che potrebbero essere gli eventi più significativi della sua vita   che Tony ricostruisce senza particolare passione, con lo sguardo distaccato di chi osserva gli avvenimenti senza passione, da spettatore.

Fin dall’inizio Tony Webster sembra volere mettere in guardia il  lettore, avvertendolo che  “quel che si finisce per ricordare non sempre corrisponde a ciò di cui siamo stati testimoni”. Riflessione profonda, quasi   filosofica, che molto dice sulla memoria che conserviamo degli eventi della nostra esistenza perché, come scrive quasi a conclusione del romanzo, “ricordo è ciò che pensavamo di aver dimenticato”, precisando che “dovrebbe apparirci ovvio come il tempo per noi non agisca affatto da fissativo, ma piuttosto da solvente”.

Julian Barnes, che con “Il senso di una fine” si è aggiudicato nel 2011, anno della pubblicazione, il premio Booker Prize, ricostruisce la trasformazione culturale e sociale inglese del primo Novecento  con un’abilità evocativa tale da condurci nei luoghi della storia, rendendoci quasi spettatori.

A scuola, “dove tutto ha avuto inizio”, giunge  Adrian, studente particolarmente intelligente e colto, che cerca di comprendere il senso profondo delle cose, la cui amicizia è molto ambita, ma con il quale Tony arriva ad una dolorosa (e vigliacca?) rottura a causa di una giovane donna, Veronica, fonte di gioie (a dire il vero poche) e  umiliazioni (tante).

Quando è ormai un tranquillo pensionato, Tony Webster riceve un’eredità insolita: poche migliaia di sterline e un misterioso diario che non riuscirà ad avere , ma che diventerà l’oggetto del desiderio, lo strumento che dovrebbe  svelare misteri di cui fino a quel momento aveva ignorato l’esistenza.

Per quale motivo Tony diventa il destinatario del diario di un giovane uomo morto suicida decenni prima? Quale ruolo Tony ha avuto in quel suicidio? Quale messaggio il diario contiene per lui?

Interrogativi, forse, destinati a rimanere senza risposta, ma (molto più probabilmente) dai quali potrebbe scaturire una storia inimmaginabile, di quelle che, spesso, ci riserva la vita.