“Siamo naviganti senza navigare mai”

Ho preso in prestito da Ivano Fossati (“Naviganti”) il verso di una sua composizione per condividere con i miei lettori le riflessioni su “Avviso ai naviganti”,  romanzo pubblicato nel 1993 con cui Annie Proulx ha vinto il premio Pulitzer  e che ho letto come metafora dell’esistere. Una metafora che va ben oltre il semplice accostamento dell’esistenza come viaggio che la letteratura, a iniziare dal mito di Odisseo, ci ha raccontato.

Con una scrittura asciutta, essenziale, a tratti magari distaccata,  che non scivola mai nel facile sentimentalismo, Annie Proulx spinge in alto mare Quoyle, giovane uomo inadeguato e impacciato, non amato  dai genitori e da fratello, che quasi per caso si ritrova a lavorare per un piccolo giornale dal quale periodicamente viene licenziato e riassunto.

Sempre per casoo, incontra  Petal di cui si innamora profondamente e che sposa. La donna, che comunque gli darà due figlie, Banny e Sunshine, non ricambia l’amore sincero di Quoyle che tradisce spudoratamente e liberamente, anche nella stessa casa coniugale, mentre il marito e le figlie dormono al piano di sopra. Fino al giorno in cui scompare da casa con le due figlie, lasciando nella disperazione Quoyle, pronto a perdonarle anche quell’ennesimo tradimento.

Il destino, però, fermerà la fuga d’amore di Petal che morirà in un incidente stradale, dopo avere abbandonato le due bambine che ha venduto per denaro e che Quoyle  col coraggio che solo l’amore può dare riesce a liberare.

Dopo la morte dei genitori, Quoyle,  al seguito della zia, di cui prima della morte del padre aveva ignorato l’esistenza, lascerà New York per l’isola di Terranova dove inizierà per lui una nuova vita, in una terra dal clima inospitale, ma dove riuscirà a conquistare amicizie, affetti, successo professionale.  Dove imparerà, superando ogni paura, a navigare sulle acque difficili che circondano quell’isola, ma anche, per tornare alla metafora iniziale, sulle acque insidiose della vita. Fino a scoprire che nella vita di un uomo può accadere di tutto anche “che l’amore arrivasse senza dolore e senza sofferenza”. Per Quoyle – a cui il lettore impara a volere bene, sentendolo accanto a sé oltre le pagine del libro, grazie alla tenerezza con cui si avvicina agli altri – una conquista che farà propria con lentezza, ma che, senza dubbio, non si lascerà sfuggire.

Annie Proulx fa precedere l’inizio di ogni capitolo dall’immagine e dalla definizione di un nodo marinaresco, presi in prestito  da “Il grande libro dei nodi” di Clifford W. Ashley a cui affida anche la citazione, posta  in calce alla dedica, che riportiamo lasciando al lettore la libertà di decodificarla, in base alla propria sensibilità ed esperienza personale di navigante al di là del mare:

 “In un nodo con otto incroci, un numero che si può ritenere medio, sono possibili 256 combinazioni.

Basta un cambiamento nella sequenza di questi incroci,

e il risultato è un nodo completamente diverso,

oppure  il nodo si disfa del tutto”.

D’amore e dintorni

Pearlie ha conosciuto Holland ancora ragazza, ha trascorso con lui molto tempo, leggendo poesie, proteggendolo quando si nascondeva in casa per non essere arruolato.

I due giovani si ritrovano per caso dopo la guerra e si sposano, in un momento particolarmente difficile anche per gli Stati Uniti, reduci da una guerra non loro, chiamati a fare i conti con il razzismo, la minaccia comunista, nuove guerre.



In questo contesto,  Pearlie decide di prendersi cura di Holland che sa essere malato, di un male senza nome, al cuore probabilmente. Intorno a lui costruisce un mondo ovattato per rimuovere  ciò che potrebbe turbarlo e quindi causarne la morte. Trascorre la giornata ritagliando dal quotidiano le notizie violente  che potrebbero far soffrire Holland fino a mettere “a tacere qualsiasi parte di me che non fosse dolce e gentile”. Per Pearlie ciò è amore,  perché

“crediamo tutti di conoscere la persona che amiamo,

e anche se non dovremmo stupirci

quando scopriamo che non è vero,

ci si spezza il cuore lo stesso”.

Ed è proprio di questo che parla il romanzo, dell’amore di una donna verso un uomo, un uomo bellissimo, capace di catturare sguardi di ammirazione. Pearlie, che non è altrettanto bella, ritiene quasi un privilegio essere stata scelta da Holland che, quindi, merita tutte le cure e le attenzioni che lei (che si ritiene “un personaggio minore”) può offrirgli.

Però  “La bellezza è una lente deformante”, in quanto  non ci permette di vedere bene a fondo, come  Pearlie scoprirà  quando un pomeriggio alla porta della sua casa   busserà Buzz che, con regali e sorrisi, sconvolgerà la sua tranquilla vita di moglie e di madre, rivelandole un Holland a lei sconosciuto.

“L’oggetto del nostro amore esiste soltanto per frammenti,

una decina se la storia è appena cominciata, un migliaio se lo abbiamo sposato,

e con questi frammenti il nostro cuore fabbrica una persona intera.

Ciò che creiamo […] è l’uomo che vorremmo.

E meno lo conosciamo, più lo amiamo, ovviamente.

 Ecco perché ricordiamo sempre con tanta felicità la prima sera insieme,

quando lui era un estraneo…”.

Fedele al proprio sogno (o illusione) d’amore Pearlie accetta la proposta di Buzz a cui cede, non senza sofferenza, Holland. Un gesto d’amore, certamente, nato dalla presunzione di sapere cosa sia meglio per Holland, dal desiderio di garantire un futuro felice al figlio colpito dalla poliomelite. L’amore di Perlie verso Holland, però, non tiene conto dei desideri e dei sentimenti di Holland il quale sorprenderà il lettore (e non solo) con un gesto che Perlie – e noi con lei – non aveva considerato. Perché crediamo di conoscere chi ci sta accanto e, forti del nostro amore, presumiamo di sapere cosa l’oggetto del nostro amore desideri realmente, cosa sia meglio per lui (o per lei).

Siamo, però, sicuri che sia realmente così? Andrew Sean Greer, pacatamente, quasi sottovoce, ci suggerisce che forse le cose stanno in maniera diversa e che l’amore non è sempre come lo immaginiamo.



Politicamente inidoneo

Ci sono romanzi che diventano compagni assidui, tanto  che i  personaggi vengono a trovarti nei  sogni dove ritrovi le atmosfere,  i luoghi, le vicende narrate. In questi casi, accade  che, giunti alla conclusione, diventa difficile accostarsi ad altri testi a cui ti avvicini con sospetto e dai quali ti allontani con delusione. È quanto succede con “Il Primo Ministro” di Anthony Trollope,  (pubblicato da Sellerio) autore inglese di età vittoriana, epoca ricostruita sul piano politico, sociale e psicologico con una scrittura che (grazie anche all’abilità del traduttore) risulta coinvolgente e profonda. 

Certamente, qualcuno potrebbe chiedersi quale interesse possa avere per noi lettori 2.0 un romanzo ambientato nell’Ottocento inglese. Domanda legittima, ma da respingere immediatamente. Perché l’esperienza politica di  Plantagenet Palliser, questo il nome del Primo Ministro del titolo, può dirci molto sui giochi di potere che caratterizzano la politica, fondata sul compromesso che allontana dal bene comune, essendo rivolta al mantenimento dei privilegi e dei ruoli raggiunti.  Un sistema a cui Plantagenet (il nome sembra un calco da plantageneti,  la casata medievale di Enrico II d’Inghilterra e che, a nostro avviso, assume un valore semantico rilevante) è estraneo, divenendo   nemico   ai suoi stessi alleati che non ne comprendono il valore morale e giudicano negativamente il suo bisogno di essere un politico libero, votato agli interessi del paese.

Tra i critici più severi la moglie, Lady Glencora, fermamente decisa ad avere un ruolo nel governo del marito e che investe una grossa fetta del proprio patrimonio in feste e convegni nelle  proprie abitazioni allo scopo di influenzare e, in qualche caso addirittura, orientare le scelte politiche del marito. Fino a comprometterne, essendosi circondata di individui ambiziosi e scorretti, l’immagine politica   e il suo ruolo di Primo Ministro.

Tanti i personaggi che affollano le oltre mille pagine del romanzo e che vengono rappresentati nella loro complessità da Trollope il quale, da buon autore ottocentesco, non disdegna le descrizioni, spesso puntigliose, ma comunque parte integrante della  narrazione che risulta sempre briosa.

A vivacizzare il quadro della società aristocratica d’epoca vittoriana le vicende amorose di una delicata fanciulla, Emily Wharton, vittima della spregiudicata falsità di un avventuriero affascinante e privo di scrupoli, Ferdinand Lopez. Emily gli preferirà il giovane aristocratico Arthur Fletcher, un gentiluomo onesto, che la ama disinteressatamente e che con discrezione si prenderà cura di lei, senza mai giudicarla e continuando ad amarla. Fino a quando…

Toccherà al lettore scoprirlo.

Donne in guerra: le portatrici carniche

È possibile ancora oggi scrivere romanzi per mezzo dei quali restituire, con un misto di storia ed invenzione, la memoria profonda di eventi e personaggi fino a qualche tempo fa esclusi dalla storiografia ufficiale?

Alla risposta, senz’altro positiva,  contribuisce l’ultimo romanzo di Ilaria Tuti che con “Fiore di roccia” si allontana dalla narrativa investigativa con cui l’ho conosciuta (“Fiori sopra l’inferno” e “Ninfa dormiente” sono i due romanzi che mi hanno permesso di   apprezzarne le doti narrative e di cui consiglio caldamente la lettura) consegnando al suo pubblico un romanzo storico che si legge con passione, con il quale ti conduce sulle montagne friulane, tra le trincee della Prima Guerra Mondiale, conosciuta attraverso  lo sguardo compassionevole e  il sacrifico di tante donne che per anni sono state dimenticate dalla Grande Storia, ma che   con  la propria abnegazione e forza di volontà  quella Storia hanno contribuito a scriverla.

Si tratta delle portatrici carniche che, sfidando i cecchini, trascurando lo sfinimento, dimenticando la fame, non ascoltando la sofferenza fisica, si arrampicavano sui monti portando sulle loro spalle, provate dalla fatica e dalle privazioni, gerle pesantissime con munizioni, medicine, cibo per i giovani soldati schierati nelle trincee, vittime predestinate di una guerra assurda che riduce gli uomini alla barbarie e ne cancella l’umanità:

“Io mangio radici, questi uomini escono da antri bui

per predare altri uomini alla luce di torce.

Sembra che il conflitto abbia riavvolto le ere,

riportando in superficie usi primordiali”.

È la riflessione di Agata, io narrante del romanzo, personaggio indubbiamente inventato, ma ispirato alle tante donne che durante il primo conflitto mondiale non si sono tirate indietro, consapevoli del triste retaggio imposto loro: sacrificarsi per essere apprezzate in un mondo gestito dagli uomini per gli uomini, ma costruito sulla costante fatica delle donne.

Sono le donne a farsi carico del pesante fardello che la guerra ha caricato sulle loro spalle, imponendo loro di sostituire gli uomini nei campi, di accudire gli anziani malati, di difendersi dalle aggressioni fisiche di uomini senza scrupoli. La fatica, però, non priva le donne dalla capacità, tutta muliebre, di prendersi cura degli altri, nello caso specifico dei giovani soldati di cui si sentono madri, sorelle, fidanzate, pronte a venire loro incontro, dimentiche della propria sofferenza.

Il romanzo è nato dal desiderio dell’autrice di ricostruire quella che nella nota conclusiva definisce  “un’impresa epica che ha partecipato in modo sostanziale al corso della storia”. Nella ferma convinzione che “le portatrici carniche sono nel cuore dei friulani”.

Per quanto mi riguarda, dopo la lettura di “Fiore di roccia” queste donne coraggiose sono anche nel mio cuore e, sono sicura, occuperanno un posto anche in quello dei lettori.

Prigionieri di se stessi

A qualcuno potrebbe apparire quasi un luogo comune: i  libri ti permettono di vivere tante vite e di conoscere luoghi lontani.  I lettori che hanno il privilegio di incontrare libri di valore sanno che non è un luogo comune. Non lo è affatto con il libro di Doctorow che, ispirato a un fatto di cronaca realmente accaduto in America all’inizio del Novecento, ti porta a condividere la vita dei due fratelli  Collyer.

Mentre ti muovi tra le pagine di Doctorow ti ritrovi nell’elegante abitazione di Fifth Avenue,  quartiere residenziale di New York che si affaccia su Central Park dove Homer e Langley trascorrono tutta la loro esistenza, apparentemente (solo apparentemente) chiusi al mondo esterno, ma di fatto partecipi dei principali eventi storici e delle trasformazioni sociali e culturali di buona parte del Secolo Breve.

Breve e maledetto. Come Homer e Langley intuiscono, sviluppando la consapevolezza che la strada intrapresa dal genere umano lo porterà all’autodistruzione.

Visti dall’esterno, con  occhi borghesi e benpensanti, i due eccentrici fratelli appaiono folli tanto da diventare   oggetto di denunce  e bersaglio di attacchi ripetuti e violenti perché considerati un pericolo per l’incolumità dell’intero vicinato.

Il minore dei due fratelli Homer (divenuto cieco in giovane età) è consapevole di avere intrapreso una strada inconsueta per avere accettato le scelte bizzarre di Langley, tornato dalla prima guerra mondiale minato  nel corpo e nella mente dall’inumana esperienza delle trincee.

L’amore nei confronti del fratello, in un primo momento, impedisce ad Homer di dare il giusto peso a quelle che sembrano stravaganze e che nel tempo travolgeranno la vita di entrambi e la loro casa. Per produrre energia elettrica, senza dovere pagare, Langley decide di collocare nel grande salone che, quando i genitori erano in vita, avevano ospitato cene eleganti, una vecchia Ford Model T. Così, in alcuni decenni la grande abitazione si trasformerà in un enorme deposito di oggetti di ogni tipo, in  “un labirinto di viottoli pericolosi, pieno di ostacoli e vicoli ciechi”, un dedalo complicato costituito da”parti meccaniche di pianoforti, motori avvolti nei cavi di alimentazione, cassette degli attrezzi, quadri, pezzi di carrozzerie di automobili, copertoni, sedie accatastate, tavoli sopra tavoli, testate di letti, barili, pile di libri crollate, lampade d’antiquariato, pezzi di mobili dei nostri genitori, tappeti arrotolati, mucchi di vestiti, biciclette…”.

Doctorow nel suo romanzo con sensibilità e abilità narrativa ha riempito di significati (lasciamo al lettore la libertà di scoprirli) quella che studiosi ed esperti di psicanalisi, quando furono scoperti i  cadaveri dei due uomini, hanno individuato come una  sindrome   compulsiva chiamandola, appunto, sindrome di Collyer.

Per quanto ci riguarda, in linea con lo scrittore americano, ci piace pensare che quella di Homer e Langley sia stata una scelta di protesta contro un mondo dal quale bisognava difendersi:

“Dobbiamo tener testa al mondo:

non siamo davvero liberi

se lo siamo solo

quando gli altri ce lo permettono”.

Pupi e pupari, Montalbano vs Camilleri

A lungo atteso, l’ultimo romanzo di Andrea Camilleri non delude certamente le aspettative dei lettori-fan del commissario più famoso d’Italia. Gli elementi narrativi, infatti, sono quelli soliti di un’indagine condotta con la consueta disinvoltura, ma – questo è certamente un elemento di novità – senza entusiasmo e con una profonda stanchezza, apparentemente attribuita all’età (sebbene Montalbano sia tutt’altro che anziano) di fatto dovuta ad un sentimento di rifiuto di quella che oramai, pirandellianamente, è diventata una prigione.

Perché Montalbano, “chiddro vero” , non certo “chiddro  di la tilivisione” deve fare i conti con il proprio doppio, ovvero il personaggio televisivo scaturito dalla penna di un autore (Cammilleri, appunto) che, spezzando la finzione narrativa, in “Riccardino” è personaggio attivo con cui il commissario interloquisce, litiga, si confronta, fino alla soluzione finale che, per non rovinare il piacere della lettura, trascuro di commentare.

Scritto nel 2005, il romanzo subisce una revisione linguistica nel 2016: Camilleri decide di risciacquare, per dirla con Manzoni, i panni nelle acque della Sicilia, modificando la lingua che assume specificità dialettali ancora più profonde. Ben venga, quindi, l’edizione con le due versioni che consentono un interessante confronto tra le diverse espressioni linguistiche. Solo un esempio,per non tediare. Nella prima stesura leggiamo: “potiva immediatamente sganciarsi dalla facenna passannola ai carrabbinera”, poi modificata con “potiva tirarisi fora ‘mmidiato…”. (pag.10) Inoltre, mentre nella versione del 2016 l’Autore viene indicato genericamente, nella prima stesura veniva indicato con il proprio cognome: “Camilleri”.

Indubbiamente, gli studiosi dello scrittore siciliano avranno modo di esprimere considerazioni autorevoli sulle trasformazioni linguistiche che hanno portato all’edizione definitiva. Per quanto mi riguarda, preferisco soffermarmi  oltre la trama del romanzo: mi sembra, infatti, che Camilleri sia stato spinto da un atto di umile orgoglio (perdonatemi l’ossimoro) che denuncia un conflitto profondo tra autore e personaggio e tra personaggio e autore. Nella dialettica tipicamente siciliana, tra pupo e puparo.

È come se il personaggio, avendo conquistato grande popolarità, fosse sfuggito di mano all’autore che da puparo è diventato pupo, non potendo più decidere autonomamente, ma finendo con il costruire le proprie storie per non deludere lettori e spettatori. Forse, e probabilmente questo dovette pesare a Camilleri, prima gli spettatori e poi i lettori.

“Riccardino” rappresenta quindi il tentativo dell’autore di riprendere in mano le fila e porre fine, con un ultimo atto, alla propria creatura, magari per impedire che altri potessero continuare una saga, apparentemente, senza fine.

Conoscere per apprendere e comprendere

I libri (certi libri) sono come le persone (alcune persone, fortunatamente, non tutte):  si presentano carichi di promesse, lasciano intravedere importanti prospettive future, ma alla fine lasciano una sottile scia di delusione.

 È il caso di “Città sommersa” – proposto per concorrere all’ultima edizione del  Premio Strega – che affronta gli anni difficili di lotta politica, inseguendo il sogno socialista, culminata nel terrorismo.

La ricostruzione di quegli anni è affidata alla protagonista, giovane donna non ancora trentenne, lettrice di romanzi per una casa editrice, che sogna di diventare scrittrice, ma deve fare i conti con un blocco che non riesce a superare. Fino a quando, dopo la morte del padre,   davanti a domande rimaste senza risposta sulla vita di  un genitore, scopriremo, misconosciuto, avverte l’esigenza di sapere perché “a un certo punto i morti tornano a cercarti, e ti devi sedere al tavolo con loro”.

Marta si ritrova tra le mani un documento relativo ad un processo subito dal padre Leonardo come presunto affiliato a Prima Linea, evento che ne ha cambiato la  vita, la vita di un giovane uomo militante che l’autrice non ha mai conosciuto,  di  cui ignora il passato. Spinta quindi dal bisogno di apprendere (e comprendere)  si lancia alla ricerca di documenti e testimonianze,  contattando le persone che con lui hanno condiviso un percorso umano e politico in cui il sogno utopico di una società senza sfruttatori né sfruttati veniva strumentalizzato dai capi di un’organizzazione che dalle pagine della Barone appare spietata e opportunista.

Marta scopre così che il padre Leonardo aveva sacrificato la propria giovinezza per “servire il popolo”, aderendo ad un movimento che, però, finiva per stritolare i propri adepti:

“Annullarsi, cancellare la propria identità era un passo quasi obbligato:

non si potevano avere sensazioni proprie, come predicavano gli opuscoli,

o si sarebbe perso di vista il fine buono, il fine vero,

il vago ideale di felicità per tutti i viventi

che avrebbero obliterato i mali del mondo”.

Il romanzo permette di conoscere la disillusione di molti giovani militanti le cui scelte anche personali sono state imposte dai vertici del Pcim, partito di estrema sinistra. In particolare, per    Leonardo Barone  il disinganno  diventa insopportabile  dopo l’arresto e l’isolamento subito da parte di coloro  che aveva considerato compagni di strada. Al  punto che arriva a dichiarare di avere sbagliato tutto e di avere sprecato la propria vita. Una amarezza che Marta scopre troppo tardi, quando è oramai impossibile rimediare ai silenzi e alle incomprensioni che hanno caratterizzato il suo rapporto col padre.

Senza dubbio “Città  sommersa” ha il merito di approfondire una delle pagine più tormentate dalla storia dell’Italia degli Anni Settanta, offrendo al lettore, soprattutto se, per ragioni anagrafiche, non ha vissuto quegli anni con consapevolezza, diversi spunti di riflessione.

Tuttavia, la narrazione mostra delle falle nell’uso della lingua che, a tratti, appare ambiziosa: accade quando la Barone, che generalmente utilizza un linguaggio medio, lascia scivolare  vocaboli eccessivamente ricercati e aulici, fuori contesto con la scrittura complessiva. Un esempio per tutti: “fatagione” che troviamo nel terzo capitolo a cui, dopo poche righe, fa seguito “che leggiucchiai in modo disordinato nei mesi dopo”. (Successivi, forse avrebbe giustificato l’eleganza di  fatagione, che starebbe per incantesimo o magia) Ambizioso appare, poi, il richiamato allo “smaliziato lettore” il quale (proprio perché smaliziato) non può non sentire un’eco manzoniana. Si avverte , dunque, da parte dell’autrice una certa ansia di prestazione che, a nostro modesto avviso, non serve al romanzo.

La forza e il coraggio di una donna siciliana

Sotto lo sguardo indifferente dell’Etna (a muntagna)   il vicequestore Vanina Guarrasi indaga su un omicidio che assume i colori di un giallo internazionale.

Tutto ha inizio un mattino d’inverno, sorprendentemente freddo per una milanese che, atterrata a Catania per lavoro, si imbatte   in un’auto parcheggiata male e  sulla quale scopre il cadavere di un uomo. Lella Cantone, portatrice sana di luoghi comuni e pregiudizi sulla Sicilia e sui siciliani, non ha dubbi che si tratti di un delitto mafioso, ma dovrà fare i conti con il vicequestore Guarrasi, rientrata da Palermo e pronta a tuffarsi in un’indagine che riserverà non poche sorprese.

Seguendo uno schema già collaudato nei due precedenti polizieschi, il vicequestore si muoverà con la determinazione e la spregiudicatezza che la caratterizzano, dibattendosi tra Catania, Taormina (dove il ritrovamento del cadavere di una donna svelerà risvolti interessanti) rapporti d’amicizia e d’amore, con la collaborazione del vecchio commissionario Patanè, da anni in pensione, ma partner ad honorem di Vanina che suscita l’irosa gelosia della moglie.

Poiché si tratta di un poliziesco, non dirò più nulla sulla trama che  è sacrosanto diritto del lettore scoprire da una pagina all’altra. Sappiate però, almeno quanti non vi siete ancora imbattuti nei romanzi di Cristina Cassar Scalia, che anche “La logica della lampara” si distingue per i numerosi personaggi cui l’autrice ha dato vita con grande abilità, molti divenuti familiari, in quanto presenze costanti  già nei due precedenti polizieschi: “La logica della lampara” e “Sabbia nera”. Tra tutti, naturalmente, emerge Vanina Guarrasi donna dalle straordinarie doti investigative, amante della cucina (nonostante i chili che si accumulano con l’età) appassionata cinefila, amica sincera e generosa, mai in competizione con le altre donne (molte bellissime) che la circondano. Una donna dalla vita tormentata, segnata da un dolore con cui continua a fare i conti e che non la rende libera di amare, causa di paure e angosce che la tormentano, che la spingono lontano da Palermo (sua città natale dove tutto è cominciato) ma, allo stesso tempo, ve  la attraggono.

 “Odi et amo”, come avrebbe detto Catullo, “odio e amo …  e mi sento messo in croce”. Anche Vanina Guarrasi porta la propria croce, senza lamentarsene, con  la determinazione e la forza che solo una donna (e in particolare, viste le circostanze, una donna siciliana) può avere.

Il tempo come solvente

Tony Webster è un uomo mediocre, “medio” dice nel romanzo,   secondo la scelta linguistica, riteniamo,  della traduttrice. La sua vita si è svolta secondo un copione comune, senza particolari sconvolgimenti. Non possono essere ritenuti tali il divorzio, per volontà della moglie, invaghitasi di un altro uomo, o il suicidio di un caro amico. Giusto per indicare quelli che potrebbero essere gli eventi più significativi della sua vita   che Tony ricostruisce senza particolare passione, con lo sguardo distaccato di chi osserva gli avvenimenti senza passione, da spettatore.

Fin dall’inizio Tony Webster sembra volere mettere in guardia il  lettore, avvertendolo che  “quel che si finisce per ricordare non sempre corrisponde a ciò di cui siamo stati testimoni”. Riflessione profonda, quasi   filosofica, che molto dice sulla memoria che conserviamo degli eventi della nostra esistenza perché, come scrive quasi a conclusione del romanzo, “ricordo è ciò che pensavamo di aver dimenticato”, precisando che “dovrebbe apparirci ovvio come il tempo per noi non agisca affatto da fissativo, ma piuttosto da solvente”.

Julian Barnes, che con “Il senso di una fine” si è aggiudicato nel 2011, anno della pubblicazione, il premio Booker Prize, ricostruisce la trasformazione culturale e sociale inglese del primo Novecento  con un’abilità evocativa tale da condurci nei luoghi della storia, rendendoci quasi spettatori.

A scuola, “dove tutto ha avuto inizio”, giunge  Adrian, studente particolarmente intelligente e colto, che cerca di comprendere il senso profondo delle cose, la cui amicizia è molto ambita, ma con il quale Tony arriva ad una dolorosa (e vigliacca?) rottura a causa di una giovane donna, Veronica, fonte di gioie (a dire il vero poche) e  umiliazioni (tante).

Quando è ormai un tranquillo pensionato, Tony Webster riceve un’eredità insolita: poche migliaia di sterline e un misterioso diario che non riuscirà ad avere , ma che diventerà l’oggetto del desiderio, lo strumento che dovrebbe  svelare misteri di cui fino a quel momento aveva ignorato l’esistenza.

Per quale motivo Tony diventa il destinatario del diario di un giovane uomo morto suicida decenni prima? Quale ruolo Tony ha avuto in quel suicidio? Quale messaggio il diario contiene per lui?

Interrogativi, forse, destinati a rimanere senza risposta, ma (molto più probabilmente) dai quali potrebbe scaturire una storia inimmaginabile, di quelle che, spesso, ci riserva la vita.

Senza amore né speranza

Nell’entroterra siciliano quando a fine estate, tra agosto e settembre, si scatenano temporali devastanti si indicano delle forze malvagie all’origine degli eventi metereologici, attribuendone la responsabilità a spiriti maligni, spesso scatenati da   fattucchiere, streghe, “magare”. Dragunera è il nome con cui si nominano queste  donne che, nella tradizione popolare sono state anche guaritrici, come storicamente accadeva alle streghe del Seicento, ritenute capaci di scatenare anche il male con le loro forze ammaliatrici, di strappare la serenità e la ragione a chi vi si oppone.

È quanto accade al giovane Paolo, protagonista maschile del romanzo  di Linda Barbarino alla sua prima opera narrativa con la quale si unisce alla polifonia delle scrittrici siciliane capaci di dare voce, in maniera profondamente viva, a una terra che tanto ha da raccontare della propria identità e della propria cultura, illuminando in maniera chiara e indistinta una dimensione antropologica che, probabilmente, una ricerca scientifica non riuscirebbe a rendere in maniera altrettanto adeguata.

Linda  Barbarino, insegnante di latino e greco a Enna, ci mostra una Sicilia contadina, nella quale la miseria porta a trascurare la profondità dei sentimenti, dove si può amare anche una prostituta e scoprire con lei una affinità profonda, che va oltre la soddisfazione degli istinti sessuali, da spingere   a desiderarla come moglie. Così è per  Paolo “cliente” privilegiato di Rosa Sciandra, la prostituta del paese che ,dopo anni di professione, potrebbe considerarsi soddisfatta per i risultati raggiunti: “Seduta al tavolo della cucina guarda le pareti pulite, sottili come carta velina … Osserva  le cose che si è guadagnata ad una ad una col suo mestiere di buttana: la credenza, le sedie, la poltrona sfondata… tutto pulito ed ordinato” (pag. 7)

Tuttavia Rosa Sciandra darebbe qualunque cosa per tornare nella casa della sua infanzia da dove era stata strappata dopo essere rimasta orfana . Casa alla quale torna con i ricordi, divenuta nella memoria luogo di una felicità assoluta che Rosa avrebbe certamente meritato, ma alla quale non ha avuto accesso a causa della miseria umana e culturale dell’epoca. È questo l’aspetto più significativo del romanzo in cui i numerosi personaggi raccontano una dimensione oramai lontana, ma che,certamente, è stata la quotidianità per molte generazioni di donne siciliane.

Accanto a Rosa (la cui disperata aspirazione è quella di essere una moglie, la moglie di Paolo  verso il quale prova un amore che diventerà ossessione) ha un ruolo di rilievo un’altra donna    moglie di Biagio,  fratello di Paolo, uomo inconsistente, colpevole di  essersi fatto ammaliare e avere sposato una femmina dragunera.

Tra le due donne, scopriremo, c’è un legame molto più profondo e distante nel tempo, causa di dolore e di sofferenze, di rivalità e cattiverie, segni inequivocabili di una profonda  miseria affettiva  (e non solo) che culminerà nel tragico finale, ultima conseguenza della solitudine, acre compagna di un’intera esistenza.